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Un pensiero fondante le relazioni d'aiuto

Sergio Erba

Premessa

Mi propongo di riassumere e di articolare tra di loro i principii, i concetti e i criteri che costituiscono la struttura di quelle relazioni di aiuto che ho progressivamente pensato, sperimentato e proposto, come terapeuta e formatore, nel corso di quasi quarant’anni di lavoro clinico sul campo.

Uso il termine struttura perché mi appare il più adatto ad indicare le due principali caratteristiche di questo insieme: la prima, che i suoi componenti, pur appartenendo a categorie diverse, sono organicamente collegati tra di loro; la seconda, che si tratta di un insieme stabile, oggettivabile, costante, valido e applicabile nelle più svariate situazioni cliniche.

Di tutte le arti e mestieri, quello del terapeuta è il più soggettivo che si possa immaginare: oggetto del lavoro e strumento di lavoro sono infatti, nelle relazioni d’aiuto, le soggettività delle persone che, da differenti ruoli, vi sono implicate.

Poiché la soggettività umana (bisogni, desideri, emozioni, pensieri, affetti, fantasie, intenzioni, aspirazioni, carattere, modalità di funzionamento interpersonale, ecc.) è una materia sconfinata, che si declina nelle singole persone in forme per certi aspetti uniche e irripetibili, non ci sarebbe alcun modo di trattarla e governarla se non si disponesse di dati generali di riferimento e di confronto.

Questi dati, struttura appunto, devono preesistere nella mente del terapeuta, proprio per poter svolgere la loro funzione di guida e di controllo. Vanno considerati come una bussola, che indica, in qualsiasi posizione ci si trovi, i punti cardinali, grazie ai quali è possibile accertare dove ci si trova e in quale direzione andare.

La vicenda intersoggettiva che si sviluppa tra paziente e terapeuta è di natura processuale: è infatti una realtà in movimento, che procede grazie all’intrecciarsi tra la domanda del paziente e la risposta del terapeuta (preciserò più avanti in che senso vanno intesi i termini domanda e risposta).

La relazione (d’aiuto) tra paziente e terapeuta è una realtà dove processo e struttura sono inscindibilmente, intrinsecamente collegati: una struttura senza processo sarebbe un’astrazione senza vita; un processo senza struttura, ammesso che fosse possibile, non sarebbe governabile.

Per rappresentare, nei limiti del possibile, questo concetto, può essere utile l’immagine del fiume, che è tale in quanto la massa d’acqua in movimento (il processo) scorre entro degli argini (la struttura) preesistenti e fissi. Oppure quella della complementarietà tra contenente e contenuto.

Come si vedrà, la struttura delle relazioni d’aiuto che mi accingo a illustrare è concettualmente semplice, e, credo, teoricamente condivisibile da molti. La difficoltà, grande, consiste nella sua applicazione, a proposito della quale molte precisazioni sono necessarie, per evitare almeno i fraintendimenti più grossolani.

Abitualmente, nella mia attività di formatore, questa concettualizzazione trova consensi convinti sul piano razionale, ma, almeno nei primi contatti, anche quelle reazioni di scoraggiamento e quelle tentazioni di rinuncia sul piano emotivo, tipiche di quando ci si trova di fronte a un’impresa superiore alle proprie forze.

Ho constatato che la ragione principale di questa apparente inconciliabilità tra teoria e pratica dipende dal fatto che si tende a identificarsi col modello strutturale, anziché considerarlo per quello che è, uno strumento per verificare la propria posizione soggettiva, e per procedere nel proprio personale cammino formativo.

Il modello strutturale è un’astrazione, qualcosa di ideale. Il terapeuta in carne e ossa, posto che abbia assunto e fatto proprio questo modello con le sue facoltà coscienti e intenzionali, si trova in ogni momento a dover fare i conti con la propria soggettività, oltre che con quella del proprio paziente. Un terapeuta che per assurdo funzionasse perfettamente secondo i dettami di questo modello sarebbe un robot, non un essere umano.  

Il punto critico è un altro: dando per scontato che ci troveremo sempre, nella concreta realtà della nostra condizione soggettiva, più o meno distanti dalla posizione indicata dal modello, che uso facciamo di questa verifica? Come trattiamo la constatazione di questa distanza?

Diventarne consapevoli, o più consapevoli di prima, è certamente un passo importante, ma questo passo potrebbe non essere sufficiente, ai fini di una correzione, di un perfezionamento o di un progresso. La consapevolezza da sola non basta per cambiare, ci vuole anche la volontà.

Faccio un esempio semplice per spiegarmi. Riguarda la durata dell’incontro, del colloquio, della consultazione, della seduta.

Predeterminarne la durata e rispettarla è cosa molto importante, nelle relazioni d’aiuto, per un insieme di ragioni sulle quali non mi posso intrattenere adesso. Accennerò solo, e di sfuggita, a questi due aspetti: uno, il riconoscimento e il rispetto del limite (consideriamo che le sofferenze e le disfunzioni su cui siamo chiamati a intervenire sono in stretto rapporto con la difficoltà o l’incapacità a riconoscere e a rispettare il limite, intendendo questo termine nella sua accezione più ampia); l’altro, un modo per contenere la soggettività dei protagonisti, proteggendo entrambi, almeno su questo piano, da abusi e arbitrii sia pur inintenzionali e inconsapevoli, inevitabili se si affidasse la durata dell’incontro solo alla discrezionalità del terapeuta o ai bisogni del paziente, o a fattori contingenti esterni.

Può essere difficile per un terapeuta, soprattutto nella fase iniziale della sua attività clinica, rispettare la durata predeterminata del tempo dell’incontro, per tutta una serie di motivi soggettivamente comprensibili e legittimi. Se un terapeuta in queste condizioni rinviasse l’applicazione del tempo prederminato al momento del superamento di queste sue difficoltà soggettive, potrebbe passare il resto della sua vita lavorativa intrappolato in questa difficoltà.

Questo terapeuta non può certo, con la sola forza di volontà, risolvere questa difficoltà ma può applicare da subito un certo comportamento (nella fattispecie il rispetto della durata predeterminata) pur in presenza di esigenze e impulsi emotivi che lo porterebbero in un’altra direzione.

Ho l’impressione, ma potrei sbagliarmi, che il ruolo della volontà sia stato piuttosto trascurato dalla letteratura psicoanalitica, o forse lo si è dato così per scontato da non meritare l’attenzione concessa ad altre qualità e caratteristiche psichiche.

La consapevolezza, quella realisticamente possibile, del nostro mondo interno e del nostro funzionamento relazionale dicevo non basta, da sola, a produrre quei cambiamenti comportamentali necessari ai fini di un corretto mantenimento della posizione terapeutica. Questa consapevolezza può richiedere tempi molto lunghi per essere raggiunta, mentre i nostri comportamenti agiscono nell’immediato, e nell’immediato vanno governati.

Un altro esempio a proposito della volontà riguarda l’astinenza, concetto la cui esplicitazione richiederebbe un’argomentazione più complessa di quella consentitami in questa circostanza. Tanto per fare un riferimento grossolano al versante esterno dell’astinenza, quello comportamentale, basta pensare alla doverosa astinenza da tutta una serie di rapporti fisici e affettivi, non necessariamente solo sessuali, per comprendere questo aspetto del discorso.

E’ nella natura umana tendere alla risolutività, alla definitività, alla conclusività rispetto a tutto ciò che rappresenta una meta, un obbiettivo, un risultato.

E’ probabilmente anche per questo motivo che pazienti e terapeuti impegnati in una relazione d’aiuto sono portati emotivamente e immaginariamente verso gli aspetti mitici della salute e della guarigione, vissute come traguardo definitivo, raggiungibile una volta per tutte.

La realtà è diversa: la vita è movimento, processo, mutevolezza, indeterminatezza.

Per questo la salute al cui servizio mettiamo le nostre energie e le nostre risorse di terapeuti va considerata sempre come un dato relativo, dove progresso e regresso, sempre entrambi possibili, seguono una logica circolare, non lineare.

Per questo un buon indicatore di salute può consistere nell’essere costantemente aperti nel proprio foro interno, costantemente dialoganti con se stessi, costantemente vigili, pronti a verificare ed eventualmente a correggere la propria “posizione” ogni volta che ci si accorge di essere spostati rispetto a dove vorremmo/dovremmo essere.

Ricordo il detto che afferma che la grandezza dell’uomo non consiste nel non cadere, ma nello rialzarsi dopo ogni caduta: mi sembra che rappresenti bene il concetto appena illustrato.

Questo criterio, valido per tutti gli esseri umani intenzionati a perseguire il benessere, vale a maggior ragione per i terapeuti, impegnati nel duplice compito di star bene e di far star bene chi si affida alla loro cura (questa duplicità è solo apparente, perché, come vedremo più dettagliatamente in seguito, non è immaginabile, nella relazione d’aiuto, uno star bene dell’uno senza uno star bene dell’altro. Quanto più il terapeuta persegue il proprio “star bene” nella relazione con l’altro, tanto più l’altro è “costretto” a star bene, pena l’uscita dalla relazione).

Questo è un altro aspetto della struttura: fungere da interlocutore interno, da amichevole compagno che indica la strada e tutte le deviazioni da essa. E poiché la possibilità di una buona interlocuzione con questo compagno interno è una meta, non certo un punto di partenza (almeno per quanto riguarda i terapeuti), per arrivarvi, oltre a un’esperienza terapeutica individuale (quando possibile) c’è l’esperienza della formazione, dove la funzione di questo amichevole compagno è svolta da un collega, non necessariamente più anziano, ma almeno più esperto e più avanti sulla via della cura, e specificamente addestrato a questo compito.

Riassumendo il significato e la funzione della struttura: essa è data, nel senso che va accolta per quello che è. Non è negoziabile, né modificabile, né accoglibile solo parzialmente.

E’, nella relazione d’aiuto, ciò che nella vita sono tutti quegli aspetti che sono appunto dati, che l’uomo si trova di fronte, sui quali non ha potere, massimo esempio dei quali sono la nascita e la morte.

Tutta l’esistenza dell’uomo si svolge, per amore o per forza, all’interno di questi limiti, e la qualità della vita (qualità in senso morale, emotivo, non materiale) molto dipende dal rapporto che si intrattiene con questa dura ma ineludibile evidenza.

La sofferenza trattata nelle relazioni d’aiuto, quella dei pazienti e quella dei terapeuti, sofferenza che a dispetto di tutti i tentativi di categorizzazione e di sistematizzazione trova tante forme per manifestarsi quante sono le singole persone sofferenti, può essere tutta ricondotta a un’unica origine: un rifiuto, un’incapacità, un’impossibilità del soggetto ad accettare e convivere bene con le condizioni date della sua esistenza.

Condizioni date riferibili non tanto all’ambiente fisico quanto a quello relazionale-affettivo, quello rappresentato dagli adulti di riferimento che ognuno si trova ad accoglierlo quando viene al mondo.

La capacità d’amore di questi adulti di riferimento può essere stata così gravemente compromessa da suscitare appunto, in chi ha ricevuto questo amore malato, quelle modalità di risposta e quelle organizzazioni di personalità che vanno sotto il nome di psicopatologia.

La sofferenza trattabile nelle relazioni d’aiuto è una sofferenza le cui ragioni sfuggono a una logica razionale, e il portatore di questa sofferenza, pur non riuscendo a venirvi a capo da solo, non si rassegna a subirla, intuisce una possibilità di guarigione, e per questo chiede aiuto.

Una concezione esistenziale

Che cosa pensano della vita, della salute, della cura gli operatori delle relazioni d’aiuto, i terapeuti, gli analisti?

Che cosa pensano della natura e del destino dell’uomo?

Nella nostra cultura occidentale, impostata sulla competizione e sul consumo, questi e analoghi temi non godono di grande popolarità.

Il bello è che essi non appartengono, solitamente, neppure all’attrezzatura concettuale di chi per mestiere e/o vocazione si dedica con finalità terapeutiche alla sofferenza psichica delle persone.

Una ragione di questo paradosso, non certo l’unica ma probabilmente la più importante, è dovuta secondo me al fatto che la psicoanalisi, la più vasta e profonda teorizzazione esistente in tema di psicopatologia, è nata in un’epoca storica in cui si presumeva che la scienza (la scienza della natura, dei numeri, delle quantità, delle misurabilità) sarebbe arrivata a conoscere e a svelare la realtà della vita e dell’uomo.

Eliminata dall’orizzonte esistenziale qualsiasi prospettiva metafisica, alla cultura, all’arte, alla scienza, alla filosofia di quest’epoca non rimaneva che ricorrere alle sole risorse materiali terrene per indagare, come dice un verso di Carducci, “questo enorme mister dell’universo”, universo di cui l’uomo è parte integrante.

E nell’ambito della psicopatologia umana, la psicoanalisi ha circoscritto la sua indagine alla soggettività intrapsichica e relazionale dell’uomo malato, escludendo dal suo campo di osservazione quella che potremmo chiamare l’oggettività dell’esistenza. Di conseguenza, ne è scaturita una articolata teoria della malattia umana, senza una corrispondente teoria della salute.

A differenza degli altri animali, l’uomo non può contare solo sull’istinto, come guida e regolatore della propria vita, e, dalle cose più banali e quotidiane fino a quelle più importanti e decisive, è sottoposto, volente o nolente, a una continua attività di scelta. Essendo inoltre dotato di pensiero, non può non interrogarsi anche su quelle che i filosofi e i teologi chiamano le “cose ultime” della vita: l’origine, la morte, il destino.

E’ vero che interrogarsi su questi temi non significa trovare necessariamente risposte, ma c’è una fondamentale differenza tra credere che ci sia un senso, un destino, un principio superiore a informare la nostra vita, e pensare invece che tutto sia casuale.

Anche qui, siamo di fronte a una scelta. Quella tra il mistero e l’assurdo.

Sono consapevole che argomenti di tale portata andrebbero affrontati in maniera meno superficiale e frettolosa, ma queste poche note spero siano sufficienti a introdurre la tesi che mi sta a cuore: quella cioè che nell’esercitare la loro funzione i terapeuti debbano disporre, oltre che di un bagaglio “tecnico” sulla gestione delle relazioni d’aiuto, anche di un pensiero capace di fare da cornice, da sfondo al loro operato.

Il problema è duplice: da una parte, che questo pensiero sia coerente, convincente, in grado di rappresentare, almeno in termini ipotetici, un barlume di luce proiettato sulle tenebre del mistero; e dall’altra, che esso sia praticabile non solo intellettualmente, ma anche nella quotidianità della vita e della terapia, dove agiscono persone in carne e ossa.

Un divario è sempre esistito tra la pratica clinica effettivamente messa in atto e le varie teorizzazioni costruite sopra di essa. Non mi riferisco, ovviamente, alle difficoltà e alle imperfezioni fisiologiche, quelle spiegabili semplicemente con insufficienti capacità e competenze da parte dei singoli. Parlo proprio di una distanza intrinsecamente destinata a essere incolmabile, tanto che questo divario è diventato, tra gli addetti ai lavori, una presenza familiare, una consuetudine accettata.

La pratica delle relazioni d’aiuto è, a certe condizioni, efficace, nel senso che produce proprio quegli effetti per i quali essa viene esercitata; ma questo dato, inconfutabile pur nella sua rozzezza e brutalità, non ha ancora trovato una spiegazione convincente da parte dei teorizzatori, e, secondo me, non la troverà mai, se costoro continueranno, come finora hanno fatto, a isolare il soggetto oggetto delle loro analisi dal suo contesto esistenziale.

La relazione d’aiuto è costituita da una coppia: due ne sono i protagonisti. Non è strano che solo uno di questi, il paziente, sia stato finora preso in considerazione agli effetti della cura e dei suoi esiti?

Uno dei teorizzatori emergenti della psicoanalisi contemporanea, Antonino Ferro, esprime l’idea che il fattore terapeutico insito nella relazione analitica possa agire anche all’insaputa dell’analista.

Un’affermazione del genere, che mi trova totalmente d’accordo, potrebbe avere una portata rivoluzionaria, non tanto per il significato in sé, che in fondo è sempre esistito, nei fatti e nell’intuizione di molti, ma in quanto potrebbe essere finalmente   preso in considerazione ai fini della ricerca.

Forse è superfluo, a questo punto, rammentare da parte mia che il fulcro di questo discorso non sono le relazioni d’aiuto in quanto tali, ma il modo come finora esse sono state teorizzate. Così, le considerazioni fatte sopra a proposito dell’assenza di una dimensione metafisico-spirituale nell’attrezzatura intellettuale dei terapeuti non si riferivano tanto alla loro individualità di persone, quanto a essi come categoria professionale.

Quando mai simili temi compaiono nei testi di studio, nelle Scuole, nei corsi di addestramento professionale, di aggiornamento, di formazione?

Il mondo delle relazioni d’aiuto è vasto e variegato, vi si muovono una molteplicità di figure professionali, che si definiscono e si differenziano in base a titoli di studio, competenze, mansioni, gerarchie. Se il fattore terapeutico, come sto sostenendo, è insito nella relazione interpersonale - una relazione ovviamente condotta e gestita dal terapeuta secondo determinati criteri - in che misura le attuali suddivisioni funzionali e gerarchiche tengono conto della capacità relazionale, fattuale e potenziale, delle singole persone?

Il mio non vuole essere un discorso egualitarista, tipo “siamo tutti terapeuti”.

Ma non intende neppure essere un discorso solo teorico, destinato a non incidere, per quanto realisticamente possibile, sullo stato di cose esistente.

Il fatto che finora la teorizzazione delle relazioni d’aiuto non abbia saputo, o voluto, o potuto affrontare la questione del fattore umano, inteso qui nel suo significato più esteso, quello esistenziale, che è quello che qualifica la natura delle relazioni d’aiuto e ne può spiegare l’efficacia, ha avuto ed ha delle ricadute molto gravi soprattutto sulla sofferenza delle persone implicate in queste relazioni.

Penso, tanto per fare un esempio attuale, a quei luoghi di cura dove ai “piani bassi” la follia dei pazienti ricade tutta sulle spalle della “bassa forza” (infermieri, educatori, assistenti sociali), mentre ai “piani alti” medici e psicologi, magari davanti a un computer, si dedicano alla compilazione di schemi e tabelle, o ai lavori scientifici da presentare ai congressi o ai concorsi.

Penso, per passare dal contesto pubblico a quello privato, alle schiere di psicologici che si buttano nell’attività psicoterapeutica con tante buone intenzioni, ma assolutamente privi, al di là dei titoli formali, di una concezione di riferimento sulla psicopatologia e la sua cura.

Ma anche senza andare a queste situazioni estreme, sono convinto che un pensiero come quello che sto illustrando avrebbe il potere di liberare e valorizzare tante energie e risorse terapeutiche, altrimenti costrette e rattrappite entro gli schemi e le consuetudini attuali, che, come accennavo più sopra, valutano meriti, competenze e capacità solo col filtro del sapere (accademico) e del potere (classe sociale di appartenenza).

Non si tratta, come già dicevo, di proclamare tutti terapeuti.

Ma dato che, nell’attuale sistema delle relazioni di aiuto, tutti gli operatori, a qualsiasi livello gerarchico e mansionale appartengano, sono di fatto coinvolti in rapporti interpersonali con la globalità del loro essere persone, con tutto il carico di responsabilità, di potenzialità, di discrezionalità che ne deriva, sarebbe logico e giusto prendere atto di questo dato di fatto, e predisporre adeguate procedure di assistenza, di addestramento e di perfezionamento che tenessero conto di quel “fattore umano”, che, nel bene e nel male, sembra essere l’unico elemento unificante tra tante diversità.

L’uomo terapeuta

Ma è venuto il momento di concludere gli esercizi di riscaldamento ai bordi del campo, e di entrare nel gioco, inteso qui come la specificazione della concezione dell’uomo, della salute e della cura cui ho fatto costantemente riferimento nelle note che precedono.

Sarò estremamente sintetico, non solo per gli ovvii limiti di spazio e di tempo, ma anche perché, per la natura dei temi trattati, un approccio più analitico richiederebbe centinaia di pagine e un’adeguata preparazione culturale-filosofica. La mancanza di entrambe queste cose mi costringe alla brevità.

Di fronte all’alternativa esistenziale tra l’assurdo e il mistero, la figura ideale di terapeuta che ho in mente ha optato per il mistero. E’ convinto cioè che la vita abbia un senso, anche se imperscrutabile dalle nostre facoltà umane. Per usare le parole di Claudio Magris (in Danubio), ha il sentimento di abitare non un mondo compiuto ed esaurito in se stesso, ma incompleto e aperto all’altrove (il corsivo è mio).

Preso atto, magari a malincuore, che nascita e morte sono sottratti alla nostra scelta, deve riconoscere la propria condizione di creatura, e di conseguenza l’esistenza di un Creatore.

Creatore, altrove, metafisica…molteplici possono essere i termini per indicare la trascendenza, e molteplici anche le risposte individuali umane di fronte a essa, tra cui una delle più diffuse è probabilmente il “meglio oprando obliar” del già citato Carducci (non metto tra le risposte possibili quella della fede, per mantenere questo discorso su un piano strettamente logico-razionale).

In ogni caso, l’opzione del mistero implica una condizione di rapporto, di dipendenza e di assoggettamento a un’Alterità.

Questa figura di terapeuta crede che, all’interno di questa condizione di dipendenza, l’essere umano, qualsiasi essere umano, sia potenzialmente libero e responsabile di sé.

Per essere correttamente intesa, questa affermazione richiede, come tanti altri concetti che compaiono in questo discorso, una capacità di distinzione tra assoluto e relativo, tra principio generale (che come tale vale sempre e comunque per tutti indistintamente) e la sua estrinsecazione in una singola determinata individualità.

In altre parole: circostanze storico-ambientali e difficoltà e carenze soggettive possono concentrarsi in un singolo individuo in misura talmente grave e drammatica da far apparire obliterato qualsiasi spazio di autodeterminazione e di responsabilità (vedi il caso di certi malati cronici). Ma solo se farà valere anche in questo caso estremo questo principio, il terapeuta potrà eventualmente essere di qualche aiuto per quel paziente, anche solo rispettando e accettando l’impossibilità (relativa) di un contatto o di un rapporto con lui.

Direi che questo punto è la pietra angolare di tutta la concezione della cura che sto delineando, quello su cui si articolano tutti gli altri passaggi; senza di questo, la costruzione non reggerebbe.

E’ il punto critico di tutta la vita affettiva ed emotiva degli esseri umani, quello sul quale i bisogni e i desideri, le paure e le aspirazioni dei singoli si incontrano o si scontrano con quelli dell’altro.

Per star bene in una relazione affettiva ci deve essere “posto” per entrambi.

Forme anche gravissime di malessere si determinano quando uno “spazio” minimo (di riconoscimento, di accoglimento, di rispetto da parte dell’altro) è occluso, per uno o per tutti e due.

Il principio che un minimo di benessere relazionale richieda uno “spazio” per due vale ovviamente per sia per le relazioni simmetriche, dove le posizioni sono paritarie (tra coniugi, tra fratelli, tra amici) sia per quelle asimmetriche, dove le posizioni sono slivellate e non interscambiabili (tra genitori e figli), ma in queste seconde la responsabilità di chi occupa il livello superiore è diversa da quella di chi ne dipende, e questo implica una fisiologica dose di potere connesso con il ruolo di chi sta al livello superiore, definito anche ruolo d’autorità.

Però, diversamente che nelle relazioni asimmetriche della vita, nelle relazioni d’aiuto, che sono pure asimmetriche, il terapeuta rinuncia, deve rinunciare al potere.

Nel coprire il posto d’autorità, ruolo che nella vita dispone fisiologicamente anche di potere, il terapeuta deve contare solo sulla sua capacità, rinunciare al potere.

E’ umanamente possibile un’autorità senza potere? Come può il terapeuta raggiungere ciò che si propone, senza una qualsiasi forma di potere? E come è immaginabile che il paziente, che ricorre al terapeuta proprio perché lo immagina e lo vuole dotato di potere (sulla sua malattia, sui suoi sintomi) sia, e si senta, effettivamente aiutato da lui?

E in che cosa consistono allora la parte del terapeuta, la sua funzione, la sua capacità, se egli è tenuto tassativamente a non oltrepassare il confine che lo separa dall’altro?

E’ qui che s’imporrà con evidenza, come vedremo più avanti, il collegamento logico tra una concezione esistenziale di tipo metafisico, e quel modo di condursi del terapeuta con se stesso e con il paziente, che sto illustrando.

Ed è qui che si impone la necessità che il terapeuta creda, nei termini assoluti e perentori che ho specificato, alla responsabilità di sé, all’autodeterminazione e alla libertà del suo interlocutore.

E’ il cosiddetto fifty-fifty, espressione che mi è capitato di utilizzare precocemente nella mia attività di formatore, e che ho constatato essere di grande potenza icastica per rappresentare il concetto sottostante.

Ricorrendo a un’immagine fisica: paziente e terapeuta, da posizioni asimmetriche, dove il primo dipende dal secondo, ma in condizioni di assoluta parità e reciprocità umana, si muovono e interreagiscono occupando ciascuno uno spazio di propria pertinenza, che non va oltrepassato dall’altro.

Come dicevo, su questo passaggio si gioca, nel bene e nel male, tutto il senso dell’esperienza terapeutica. Il discrimine tra capacità e potere nell’esercizio della funzione terapeutica può apparire così sottile da essere impercettibile. Il punto sta nella convinzione assoluta che esso esiste e non è spostabile a seconda delle circostanze contingenti e delle valutazioni soggettive.

La difficoltà, e talvolta l’impossibilità, per il terapeuta in carne e ossa, di attenersi a questo imperativo, non è tanto di ordine intellettuale (non è difficile accettare il principio che ognuno è responsabile della propria vita e delle proprie scelte, fino a quella estrema del suicidio), quanto di ordine fattuale, all’interno di un rapporto terapeutico dove sulla responsabilità del terapeuta si esercitano pressioni, seduzioni e ricatti di varia natura, sia da parte del paziente che da parte della società. E dove il terapeuta stesso è in ogni momento messo alla prova rispetto ai propri sentimenti, ai propri limiti, alle proprie paure.

Ma via via che nel corso della propria formazione e della propria attività clinica, tra continui alti e bassi, il terapeuta si avvicina gradualmente a una sufficiente attuazione di questo principio, quello che in partenza è il punto di massima difficoltà pratica rivela progressivamente tutta la sua potenza e la sua efficacia terapeutica, e ha su di lui un inimmaginabile effetto liberatorio.

E’ logico che sia così: sarebbe come prendere (o riprendere) possesso del proprio territorio, l’unico su cui si può avere un effettivo potere di governo, ritirandosi dal territorio altrui, indebitamente e impropriamente occupato. Come dire: ciascuno può essere padrone solo in casa propria.

Sulla salute

La teorizzazione psicoanalitica, costretta all’interno di una concezione positivista, materialista dell’esistenza, aveva concepito definizioni della salute di questo tipo: “la capacità di amare e di lavorare”, oppure “uno stato di lieve depressione, conseguente alla presa d’atto dell’irrealizzabilità del desiderio”.

Definizioni altamente insoddisfacenti, la prima perché fondata su dati solo esteriori, e anche molto restrittivi, tali da escludere dalla salute altre scelte di vita; la seconda perché paradossale, anche se coerente con l’opzione dell’assurdo: se l’essere umano, che è un animale pensante, dialogante, desiderante, deve riconoscere l’irrealizzabilità del desiderio, uno stato di lieve depressione è il minimo che gli possa capitare! Ma perché mai l’uomo dovrebbe essere dotato di desiderio, se questo è fatalmente, strutturalmente destinato a rimanere senza sbocchi?

Altre definizioni psicoanalitiche della salute psichica, tipo pensare con la propria testa e sentire col proprio cuore, oppure la capacità di compiere atti (dove per atto si intende un’azione o un giudizio espressi da soggetti liberi e responsabili), oppure l’aver raggiunto la propria verità soggettiva, sono certamente condivisibili, ma talmente generici e omnicomprensivi da lasciar aperte le interpretazioni più disparate.

Ma è proprio indispensabile una teoria generale della salute, perché un terapeuta come quello il cui modello è stato delineato in queste pagine faccia il suo mestiere nel miglior modo possibile?

Io penso di no, e cercherò di spiegare il perché.

Parliamo di una condizione soggettiva di salute, la cui presenza o la cui mancanza è valutabile solo dal diretto interessato. Va notato che sia la psichiatria organicista, sia quella psicodinamica, sia la stessa psicoanalisi hanno costruito le loro categorie psicopatologiche su dati che, oggettivi o soggettivi che siano, sono comunque valutati dal di fuori, da un osservatore esterno.

Il nostro terapeuta, coerentemente con l’assunto dell’inaccessibilità del mondo interno dell’altro, rifiuta l’incombenza della diagnosi, se non quella che deve esercitare costantemente su se stesso, nei riguardi del proprio funzionamento nella relazione con il paziente.

E per quanto riguarda il paziente, l’unico momento diagnostico, se proprio vogliamo chiamarlo così, è quello che riguarda l’accertamento della sua motivazione e della sua disponibilità alla cura. E questo accertamento non richiede al terapeuta competenze specifiche: è sufficiente che, fin dal primo incontro, egli faccia il suo mestiere.

Se ci fosse, una teoria generale della salute dovrebbe appartenere all’ambito di quella che ho definito la struttura delle relazioni d’aiuto, e questo è un altro motivo per cui non è possibile, anche volendo, andare oltre a una definizione così generale e omnicomprensiva da non essere poi utilizzabile nell’immediatezza della clinica.

Un’altra ragione per cui al nostro terapeuta non servirebbe una teoria generale della salute più specifica di quella ricavabile, volendo, da quella che ho definito una concezione esistenziale di natura metafisica, è che lo stato di salute e di malattia con cui gli tocca fare i conti, oltre che il proprio, è quello di una concreta determinata persona in carne e ossa. E, come dicevo, il dato da accertare non è lo stato di malattia di questa persona, ma il desiderio e l’intenzione di questa persona di venirne a capo col nostro aiuto.

Concludo queste note sulla salute. Una definizione che, pur nella sua ampiezza e nella sua relatività avrebbe comunque una forte capacità esplicativa e specificativa, potrebbe essere questa: la condizione di chi, sentendosi menomato o impedito rispetto ai propri bisogni e desideri, alle proprie aspirazioni, alla propria progettualità di vita, si assume la responsabilità di riconoscersi malato e quella di affrontare la cura.

Il senso della cura

Che le relazioni d’aiuto siano efficaci e producano effetti è un dato incontestabile, insito nella stessa loro esistenza. Su quali siano questi effetti, e su quale sia il fattore d’efficacia, il discorso credo sia destinato a rimanere aperto e irrisolto, almeno per i fautori delle “mirabili sorti e progressive” convinti che la scienza e la tecnica chiariranno nel futuro tutto ciò che rimane oscuro e razionalmente inspiegabile nel presente.

Non che per gli altri, quelli dell’esistenza come mistero, tutto sia chiaro, pacifico e risolto. Ma almeno costoro possono accogliere certe evidenze della vita con spirito di creature, fidandosi e affidandosi, per tutto quanto esorbita dal loro potere e dal loro controllo, ad una superiore Autorità.

“Ma così è troppo comodo!” diranno molti. Ammetto che questa seconda posizione sia innegabilmente più comoda e confortevole della prima. Ma perché troppo? E chi ha detto che confortevolezza e comodità, potendone disporre, siano da buttare?

Tra le evidenze della vita c’è quella che chi viene al mondo non può crescere, svilupparsi e diventare grande senza l’accudimento e le cure degli adulti di riferimento. Ed è accertato che l’elemento essenziale, ai fini del raggiungimento di un minimo di capacità vitale, non risiede nel sia pur necessario soddisfacimento dei bisogni fisici. Valga in proposito l’agghiacciante testimonianza degli esperimenti nazisti, dove tutti i bambini sottoposti a un accudimento esclusivamente materiale sono precocemente morti o impazziti.

Qual è questo elemento essenziale?

Credo che il termine (e relativo concetto di) amore sia quello più appropriato per indicarlo, specificando che parlo dell’amore strutturalmente connesso col ruolo d’autorità delle relazioni asimmetriche. Non che tutte le relazioni asimmetriche siano fondate sull’amore, anzi. Ma considerando che il ruolo d’autorità presuppone l’asimmetria, e restituendo al termine autorità il suo primitivo significato etimologico, che è quello di una funzione aumentativa (in senso lato) nei confronti di chi dipende da essa, penso si possa concepire questa funzione aumentativa nel senso più alto, che è quello di volere il bene dell’altro.

Volere il bene dell’altro: tanto questo concetto è semplice da enunciare, tanto esso è difficile da mattere in pratica. Si tratta probabilmente del compito più difficile e complesso che sia dato a noi esseri umani in carne e ossa.        

Dalle azioni più sublimi ai misfatti più orrendi, tutta la vita affettivo-relazionale delle persone si svolge all’insegna dell’amore. E per rimanere nel nostro ambito di terapeuti, conosciamo le infinite forme di disamore con cui l’amore, quello dato e quello ricevuto, si può manifestare.

La fortunata formulazione di Winnicott, che parla di “una madre sufficientemente buona” (cioè sufficientemente capace di amore sano) come condizione imprescindibile per la salute psichica attuale e futura del bambino, esprime come meglio non si potrebbe la potenza vitale e maturativa di questo sentimento, ma anche tutte le carenze, insufficienze e deformazioni con cui può essere trasmesso.

Io credo che tutta la psicopatologia umana sia riconducibile a una forma malata di quell’amore che è l’attributo strutturale del ruolo parentale.

Ruolo, come dicevo, detto anche d’autorità, per la funzione aumentativa, accrescitiva che dovrebbero svolgere coloro che lo ricoprono.

Anche i terapeuti coprono un ruolo d’autorità, anch’essi svolgono una funzione accrescitiva nei confronti dei loro pazienti, nel senso che mettono le loro risorse al servizio della ricerca di salute dei loro pazienti.

Diciamo schematicamente che la cura rappresenta “in vitro” ciò che “in vivo” è l’esperienza genitori-figli, e si istituisce là dove l’esperienza “in vivo” ha lasciato impronte di natura patologica tali da non poter essere corrette, pur volendolo, senza l’intervento e l’aiuto di qualcuno che possa, mutatis mutandis, coprire un ruolo e svolgere una funzione analoga a quella parentale.

Dicevo in precedenza che l’autorità del terapeuta è - o dovrebbe essere - un’autorità senza potere, quindi senza possibilità di sanzione.

Questa caratteristica rende la figura del terapeuta unica rispetto a tutte le altre ed è la principale ragione, non l’unica, per cui si può parlare solo di analogia tra ruolo parentale e ruolo terapeutico e non di sovrapposizione, come molti tendono a fare, almeno nella pratica. In natura non si sceglie la parte del figlio, mentre si può accedere all’esperienza terapeutica solo scegliendo di mettersi nella parte del paziente.

Le modalità soggettive con cui si possono svolgere le funzioni genitoriali sono tante quante sono i genitori in carne e ossa, e questo vale anche per la funzione terapeutica.

Ma i ruoli dentro i quali genitori e terapeuti si muovono nell’esercizio della loro funzione sono specificamente qualificati dall’autorità, che implica strutturalmente: asimmetria rispetto a chi vi dipende, adultità, capacità, responsabilità. E questo comporta, secondo la logica già descritta in altri passaggi di questo scritto, che tutta la discrezionalità soggettiva con cui questi ruoli possono essere ricoperti va necessariamente contenuta entro i vincoli dell’oggettività del ruolo.

In altre parole, tante sono le modalità dell’amore quanti sono i soggetti amanti, ma il discrimine tra una forma d’amore “sufficientemente” sana e tutte quelle modalità in varia misura malate può essere rappresentato dalla capacità, o meno, di muoversi “dentro” le prerogative del ruolo.

E’ implicito che coloro che si rivolgono a un terapeuta hanno sperimentato una forma d’amore del secondo tipo, e che chiedono aiuto per ripristinare quella condizione di salute compromessa dalla loro esperienza di vita.

Per questo la funzione dei terapeuti consiste nel mettere a disposizione dei pazienti una capacità relazionale (una capacità d’amore) più consona alle esigenze e alle aspettative profonde di chi si affida a loro per la ricerca della salute.

In che cosa consiste questa capacità d’amore, e come può funzionare?

Prima di accennare alla processualità della relazione d’aiuto, fondata sull’interscambio tra domanda e risposta, ancora un paio di riflessioni sul tema dell’amore “asimmetrico”.

Un’altra di quelle evidenze della vita che s’impongono con la forza dei fatti è che per essere capaci d’amore bisogna essere stati amati, e che il disamore ricevuto da piccoli si tramuta in disamore trasmesso da grandi.

In questo fatto possiamo cogliere due dati: una caratteristica strutturale di questo amore che è quella di una trasmissibilità a cascata, dall’alto al basso, e che presuppone l’esistenza di un terzo soggetto oltre all’amato e all’amante, il soggetto da cui l’amante ha ricevuto l’amore che a sua volta trasmette; e una caratteristica processuale, consistente nel fatto che la qualità, cioè il grado di salute o di malattia di questo amore si identifica con lo stato di salute o di malattia del soggetto amante.

(Un inciso, a proposito di questo soggetto terzo, anche per spiegare il nesso tra queste considerazioni cliniche e quella prospettiva esistenziale metafisica da me in precedenza illustrata: questa logica del terzo, a proposito dell’origine di questo amore, non può esaurirsi invocando semplicemente i nostri nonni, bisnonni e trisavoli).

Essendo gli anelli di questa catena rappresentati da individui dotati di responsabilità e libertà di scelta, la catena stessa è, in ogni suo punto e in ogni momento della successione generazionale, suscettibile di atti volti a modificare, in meglio o in peggio, la qualità della trasmissione. Tra questi atti, di cui è intessuta la vita delle persone, ci può essere anche quello di chiedere aiuto a un terapeuta.

Per il paziente, il terapeuta si trova al posto dell’anello che viene prima, e che sta più in alto, col compito di essere un “trasmettitore d’amore” più sano di quello originale.

Domanda e risposta

Tra le conseguenze dell’eliminazione della prospettiva metafisica da parte del pensiero materialista c’è quella di aver dato ai sintomi lo status di malattia.

La psicopatologia attuale raccoglie le malattie della psiche in alcuni grandi raggruppamenti (nevrosi, psicosi, depressioni, caratteropatie, malattie psicosomatiche, perversioni, dipendenze, ecc.), ciascuno dei quali è caratterizzato da una costellazione di sintomi. Le ipotesi eziologiche che accompagnano questi raggruppamenti - diverse a seconda delle correnti di pensiero sottostanti – sono tutte, a giudizio non solo mio, per un verso o per un altro insoddisfacenti.

Una malattia chiamata uomo è il bel titolo di un bel libro di Ferdinando Camon.

L’ho letto tanto tempo fa, e non ricordo più quale ne fosse, se c’era, l’assunto. Mi servo quindi solo del titolo per proseguire le mie argomentazioni.

Ne propongo due possibili letture: la prima, che la malattia sia intrinsecamente legata alla condizione umana; la seconda, che la malattia sia la logica conseguenza della scelta dell’assurdo di fronte all’interrogativo sul senso della vita.

Nella prima ipotesi, si tratterebbe di una malattia incurabile, cui solo la morte potrebbe por fine.

Ma in un un caso o nell’altro, quel titolo accenna alla possibilità di considerare tutte indistintamente le malattie psichiche come sintomi di un’unica malattia, una malattia esistenziale espressione del disagio e della sofferenza di un individuo che nel pensare, nel dialogare e nel desiderare - tuttefunzioni costitutive della sua condizione umana - incontra difficoltà e impedimenti insormontabili e inspiegabili ai suoi occhi.

Se tutte le manifestazioni psicopatologiche si possono far risalire a un’unica origine, se il problema che ci riguarda come operatori della salute è quello della cura, se le uniche condizioni perché la cura si instauri sono da parte nostra la disponibilità/capacità e da parte del paziente l’accettazione di essere soggetto e non oggetto di essa, perché impazzire nel cercare (senza trovarla!) la casella giusta nelle tabelle dei vari DSM?

La persona che ci troviamo di fronte con una domanda di cura non va considerata malata solo per i suoi sintomi, o per la particolare forma morbosa con cui si manifesta la sua sofferenza, rintracciabile sicuramente in uno dei tanti capitoli di quella psicopatologia che ci hanno insegnato a scuola, ma per il fatto stesso di aspettarsi che possa essere un altro a tirarla fuori dai propri guai esistenziali.

E anche per noi che per tirarci fuori dai nostri guai esistenziali abbiamo scelto, perlopiù inconsapevolmente, di curare quelli degli altri facendo i terapeuti, vale la stessa considerazione, almeno fin che rimaniamo intrappolati dentro questa illusione.

Paradossalmente però, è proprio questa posizione malata di partenza a contenere la potenzialità della cura, intesa come percorso di ricerca, di sviluppo, di individuazione, di presa (o ripresa) di possesso della propria responsabilità e della propria autonomia.

Andare da un terapeuta, fare il terapeuta implicano non solo un desiderio di salute, non solo   l’intuizione che essa è possibile, ma anche la messa in atto delle condizioni senza le quali desiderio e intuizione di salute sarebbero destinati a a restare solo virtuali.

Immersi nel conformismo e nella routine della quotidianità, che indirizzano la nostra attenzione e le nostre energie in altre direzione (la storia che il paziente racconta, i sintomi di cui si lamenta, la radicata nostra attitudine a chiedere, spiegare, proporre soluzioni, ecc.) facciamo fatica ad apprezzare e a dare il valore che merita alla presenza del paziente di fronte a noi. Che si tratti di un incontro che potrebbe non avere seguito, che si tratti della singola seduta di una lunga serie, quella presenza testimonia, anche all’insaputa dello stesso interessato, anche nelle apparenze più deludenti e scoraggianti, che quella sofferenza sta cercando la salute.

Questo intendo per domanda, l’atto stesso della richiesta d’aiuto.

Domanda malata non solo perché delega illusoriamente all’altro il sapere e il potere della guarigione, ma anche perché si esprime, nei confronti del terapeuta, con le stesse modalità relazionali malate che il paziente mette in atto nei suoi rapporti di vita e che suscitano negli altri, anche in quelli animati dalle migliori intenzioni, incomprensioni, ostilità, paure, rifiuti.

C’è un’unica risposta possibile a questa domanda, da parte di quel terapeuta la cui figura ho tratteggiato nelle pagine precedenti: di massima presenza in quanto ad accoglimento, rispetto, fiducia; di totale astensione dal rispondere a tutte quelle domande su di sé e sull’altro che il paziente, coerentemente con il suo vissuto di impotenza di fronte ai propri bisogni e desideri, invoca, sollecita, pretende dal suo interlocutore.

Delle domande cui mi riferisco, quelle espresse con le parole non sono le più impegnative da fronteggiare. C’è tutta la gamma dei sentimenti, delle emozioni, degli atteggiamenti, dei comportamenti che un essere umano ha a disposizione, più o meno inconsciamente, per esprimersi e rivolgersi all’altro, per mostrare ma anche per nascondere il dolore per il disamore ricevuto, la rabbia verso chi ne è ritenuto responsabile, la paura del rifiuto e dell’abbandono.

E talvolta questo groviglio di negatività si scarica sul terapeuta con modalità tali da rendere invisibili, nel paziente, la motivazione alla cura, la ricerca della guarigione, la speranza della salute.

E’ soprattutto in questi casi che una lettura del significato della presenza del paziente lì davanti a noi come quella sopra prospettata può salvarci dallo scoraggiamento e dalle tentazione della rinuncia.

Espressa in questi termini sintetici e rarefatti, la dialettica tra domanda e risposta potrebbe apparire di facile applicazione (o al contrario impossibile).

Come dicevo in un altro passaggio, per il terapeuta si tratta, una volte fatte proprie le coordinate concettual-strutturali sulle quali ho insistito, di credere alla loro applicabilità in ogni situazione clinica in cui venga a trovarsi, e di attribuire ai propri personali limiti, alla propria personale disfunzionalità relazionale, alla propria difettosa capacità d’amore tutte le evenienze vissute soggettivamente come negative nel corso dell’incontro con l’altro.

Nella prassi clinica quotidiana avviene spesso il contrario, nel senso che tendiamo a spiegare le nostre soggettive incapacità o difficoltà con una diagnosi di comodo effettuata sull’altro o sulle circostanze esterne.

Nel momento in cui si assume la responsabilità del proprio disfunzionamento, il terapeuta si trova per forza di cose anche a dover provvedere alla propria cura.

Ed è proprio nell’offrire al paziente la testimonianza della propria cura di sé che il terapeuta mostra al paziente un esempio vivente della ricerca e della possibilità della salute.

Il messaggio, più o meno implicito, è di questo tipo: “La salute è possibile, io ci credo e cerco dentro di me tutte le cause che me la limitano e me l’impediscono, e che l’incontro con te mette in luce. Tu sei come me, quindi anche a te è data la stessa possibilità. Ti aiuto, ti assisto, ti accompagno in questa ricerca all’interno di te stesso con l’autorità del mio ruolo e con l’autorevolezza della mia testimonianza di persona”.

Mettendosi al servizio del paziente con questa impostazione, il terapeuta persegue il bene del paziente, oltre che il proprio, e questa va considerata la sua risposta.

Terminologia

Non c’è termine del nostro linguaggio di terapeuti, neppure tra quelli più comuni, che abbia un significato univoco, tale che tutti possano intenderlo alla stessa maniera.

Essendo immateriale la materia di cui ci occupiamo, questo problema è in parte irrisolvibile. In parte però esso è dovuto, a mio parere, anche a un’insufficiente esplicitazione concettuale, per cui, non potendo definire la sostanza, ci si accontenta della forma.

Con quale parola indicare chi chiede aiuto a un… e come chiamare quest’ultimo? Cliente, analizzando, analizzante, paziente, utente, da una parte; analista, psicoterapeuta, operatore, dall’altra… ed esiste una locuzione capace di raccogliere entro di sé tutta la gamma delle relazioni di aiuto psicologico alle persone?

Il termine paziente è rifiutato dagli analisti, non da tutti ovviamente, in quanto richiama l’oggetto delle cure della medicina del corpo; analizzando o analizzante sono entrambi quelli che vanno dall’analista, la differenza tra i due termini dipende dalla teoria psicoanalitica di riferimento seguita da costui; relazioni d’aiuto fa storcere il naso a certi analisti, perché sia relazioni che aiuto alterano il senso dell’idea che hanno in mente, e per non incorrere in questo rischio si cacciano in guai ancora peggiori, assumendo posizioni da “uno contro tutti” e finendo così per contraddire lo stesso pensiero di cui sono sostenitori; senza contare utenti e operatori, termini con cui vengono messi nello stesso calderone i pazienti e i terapeuti dei contesti pubblici, sia quelli che si adoperano per la salute e ci credono, sia quelli che non ci credono e si accontentano di “metterci una pezza”.

Insomma, da questo ginepraio non si uscirà, ammesso che lo si voglia, continuando a utilizzare i criteri attuali, che talvolta, dietro una rispettabile preoccupazione lessicale, nascondono interessi e passioni umane comprensibili ma meno rispettabili.

Ma è così importante la questione lessicale? Io penso di sì, e per motivi non solo teorici,

anche se non mi è possibile in questa sede approfondire questo punto. Mi limito a manifestare, ma la si sarà già capita, la mia propensione per una semplificazione terminologica, riassumibile così: pazienti da una parte, terapeuti dall’altra, relazioni d’aiuto quelle in cui le due categorie sono impegnate.

Mi è di conforto la scienza che studia l’origine e la storia delle parole: paziente colui che patisce; terapeuta colui che si pone come testimone accanto alla sofferenza.

E in quanto a relazioni d’aiuto: che cos’è se non una relazione quella che intercorre tra pazienti e terapeuti? E se i primi non avessero bisogno dell’aiuto dei secondi per realizzare le loro aspirazioni, perché mai li frequenterebbero?

E’ evidente che questa semplificazione comprende tutto il bene e tutto il male possibile, ma il discrimine è trasversale, passa all’interno delle diverse aree concettuali e delle diverse categorie operanti sul campo. Passa pure all’interno di ciascuno di noi.

Quale possa essere questo discrimine, tutto questo mio lavoro si è sforzato di mostrare.

Conclusioni?

Sono il primo a sapere quanta distanza possa esistere tra una teoria come quella che ho rappresentato e la prassi quotidiana delle relazioni d’aiuto, e a immaginare le molte perplessità e obiezioni che mi si potrebbero rivolgere, cominciando da quelle sulla terminologia proposta fino a quelle sulla possibilità o l’opportunità di tirare in ballo le “cose ultime” a proposito del nostro mestiere.

Se si parte dalla convinzione che la teoria sia giusta, ci si può sempre adoperare perché la nostra prassi si avvicini ad essa, sapendo che il valore (ai fini del ben-essere) dell’essere in movimento è indipendente dalla quantità della distanza percorsa, e tenendo conto che la via maestra per mantenersi in questo movimento è rappresentata dalla formazione.

Obiezioni e perplessità: a quelle che riesco a immaginare e a prevedere ritengo di poter bene o male replicare. Ma come posso prevedere e immaginare tutte le altre?

Per questo mi piacerebbe confrontarmi, discutere e dibattere questi temi con quelli che lo vorranno.

 

Terapia e vita

Sergio Erba

“È così facile avere attività

e così difficile cercare un senso

alla propria attività!”

“… la sua massima dedizione alla scienza

non aveva mai potuto fargli dimenticare che

la bellezza e la bontà degli uomini derivano da ciò

che essi credono e non da ciò che essi sanno.”

(Robert Musil, L’uomo senza qualità)

 

Il dato che accomuna tutti noi operatori delle relazioni d’aiuto è quello di ritrovarci a tu per tu con qualcuno che, sentendosi impossibilitato ad affrontare con le sue sole risorse una condizione di malessere soggettivo e/o relazionale, si rivolge a noi per aiuto.

Che cosa induce chi chiede aiuto, che d’ora in avanti chiamerò paziente, a presumere di poter essere aiutato? E che cosa autorizza noi operatori delle relazioni d’aiuto, che d’ora in poi chiamerò terapeuti, ad accogliere questa domanda e a rispondervi?

Ma prima ancora, e non solo in senso cronologico, di essere pazienti o terapeuti, siamo persone.

Con quale idea di persona ci muoviamo nella nostra attività di terapeuti? E in quale rapporto poniamo il nostro essere persone nella vita e nel lavoro di terapeuti: di continuità o di discontinuità?

Su pazienti e terapeuti disponiamo di una grande quantità di teorie. Sulla persona, sull’uomo, sull’individuo, sul soggetto, il pensiero dell’uomo si è impegnato fin dalle origini. Filosofia, scienza, religione, arte... in ciascuno di questi ambiti dell’umana ricerca e dell’umana creatività gli uomini si sono interrogati su di sé, sulle origini, sul destino, sul senso della vita, producendo una sterminata mole di sistemi, di concezioni, di congetture.

Curiosamente, almeno finora, le teorizzazioni sulla psicopatologia e la sua cura, la più esaustiva delle quali può essere considerata quella psicoanalitica, non hanno mostrato un grande interesse per il pensiero sull’uomo. Per meglio dire, hanno ritenuto di poter fondare le loro costruzioni teoriche e le conseguenti pratiche terapeutiche con modalità autoreferenziali, partendo dall’hic et nunc della clinica, circoscrivendo l’oggetto della loro ricerca nell’ambito della psicopatologia, isolando le persone dei terapeuti e dei pazienti dal loro contesto esistenziale, dal loro rapporto con quelle che i filosofi e i teologi chiamano le cose ultime.

Tra le ragioni di questo fatto paradossale c’è sicuramente la pretesa e l’ambizione del fondatore della psicoanalisi e dei tanti che l’hanno coltivata ed arricchita dopo di lui di collocare questa disciplina tra le scienze della natura, le uniche, ai loro occhi e non solo ai loro, capaci e meritevoli di essere considerate scienza a tutti gli effetti.

Pretese e ambizioni tutt’altro che abbandonate: basta pensare agli attuali sviluppi della psichiatria, tutti rivolti alla biochimica e alla farmacologia. Per non parlare di certa psicoanalisi contemporanea e delle sue aspettative nei confronti delle neuroscienze.

Tra i non pochi inconvenienti di questa autoreferenzialità, di questa pretesa “scientificità” c’è quello di non aver ancora identificato il meccanismo d’azione della cura.

Un famoso detto di Wittgenstein dice: “Di ciò di cui non è possibile parlare bisogna tacere”.

Credo che egli intendesse appunto distinguere, con questo concetto, tutto ciò che è dicibile, nel senso di affermabile razionalmente, dimostrabile, oggettivabile, da tutto quanto invece non lo è, appartenendo alla sfera della soggettività e dell’interiorità umane, al senso della vita, ai valori, all’etica. Tacere non nel senso di ignorare questo indicibile, ma di sapere che nel parlarne, nell’esprimerlo, nel rappresentarlo, nel comunicarlo, va abbandonata ogni pretesa di verità e dimostrabilità “scientifica”. Tacere anche per dire che il senso, la verità che ciascuno di noi può raggiungere su se stesso e sul suo essere al mondo non può essere comunicata se non attraverso modalità che potremmo definire estetiche ed etiche, cioè con la metafora, la poesia, l’opera d’arte, la testimonianza, la coerenza tra il pensiero e l’azione, l’amore… .

È mia convinzione che i terapeuti, prima ancora che di una buona concezione della terapia, dovrebbero poter disporre di una buona concezione della vita e della persona.

Buona concezione. Come intenderla? Questa semplice dizione ci introduce immediatamente nel dominio dell’opinabilità, della discrezionalità, della soggettività. Una buona concezione presuppone non solo che ce ne possono essere diverse, ma anche che possano essercene di cattive.

Si potrebbe specificare buona nel senso di vera, oppure nel senso di giusta.

Buona nel senso di non andare contro il senso comune, di essere convincente, coerente, concretamente praticabile

Giusta nel senso di proporsi nella direzione del bene.

Ci possono essere criteri oggettivi di giudizio per operare queste valutazioni?

Per quanti sforzi e tentativi si facciano, non se ne viene fuori. Non esiste la possibilità di porre su basi oggettive, dimostrabili ed autoevidenti un discorso di questa natura.

Per meglio dire, non esiste la possibilità di argomentare un discorso del genere prescindendo dalla soggettività degli autori e dei fruitori di esso.

Ma questa inevitabile relativizzazione si presta a due diverse possibilità di lettura: la prima, che nella ricerca della verità, e nel distinguere tra bene e male e tra giusto e sbagliato il soggetto si muova esclusivamente secondo criteri autoreferenziali, e che di conseguenza tutte le posizioni così perseguite e raggiunte siano soggettivamente valide; la seconda, che nel valutare un discorso, un comportamento, un atto, e nello scegliere di conseguenza, il soggetto riconosca l’esistenza di un Bene e di una Verità assoluti con cui confrontarsi e con cui valutare l’eticità delle proprie posizioni.

In altre parole: non potendo contare solo sull’istinto, come invece è il caso degli animali, l’essere umano è sottoposto a un’incessante attività di scelta. Nello scegliere, nel seguire comunque una legge, il soggetto si sente autore di questa legge o riconosce una legge data, esterna e superiore a lui, libero comunque di assoggettarvisi o no?

Questo è il punto nodale di qualsiasi discorso sulla nostra libertà, sulla nostra responsabilità, sulla nostra autodeterminazione: creatori della nostra vita e delle modalità con cui viverla, o creature debitrici a un’Entità trascendente, tenute quindi a interrogarci su quale debba essere il nostro compito, liberi comunque di perseguirlo o rifiutarlo?

Parlare di rifondazione etica delle relazioni d’aiuto (tra cui va compresa la psicoanalisi) significa proprio questo: spostare la ricerca sulla malattia, la salute, la cura dell’uomo da un approccio esclusivamente psicologico a un approccio esistenziale, e conseguentemente uscire dall’autoreferenzialità con cui finora si sono mossi i teorizzatori e i ricercatori.

Tengo a precisare che queste mie considerazioni sono rivolte al pensiero, alla rappresentazione delle relazioni d’aiuto, al modo con cui finora sono state indagate, descritte, ipotizzate, teorizzate.

La loro realtà fattuale è un’altra cosa, che potremmo collocare, almeno in parte, nell’ambito dell’indicibile, un indicibile che può essere intuito, vissuto, sperimentato solo nel vivo di un’esperienza terapeutica o formativa.

Rimanendo, con questo scritto, nell’ambito del dicibile, che cosa si può dire?

Già l’aver affermato il primato della persona in quanto tale rispetto alla specificazione della sua posizione di terapeuta o paziente è significativo. E’ qualcosa che può apparire scontata, e probabilmente lo è, almeno su un piano concettuale. Chi si sentirebbe di sostenere il contrario?

Ma se volgiamo uno sguardo anche fugace alla clinica, o esaminiamo tante posizioni teoriche anche raffinate, ci accorgiamo che quell’affermazione non è poi così scontata come sembrerebbe.

Se una persona è più di un organismo psicobiologico, concepire la malattia e la sua cura prescindendo dalla sua esistenzialità è già tradirla in quanto persona. E se, in quanto persona, un paziente è corresponsabile della propria malattia e responsabile della propria cura, trattarlo come oggetto di cura, evenienza frequentissima nella pratica, è sempre un tradirlo come persona.

Dicevo dell’importanza che attribuisco al fatto che i terapeuti possano disporre di una concezione di sé, della vita, degli altri tale da essere loro di guida e di riferimento nel loro mestiere di viventi e di terapeuti.

Ma è proprio necessario averla, una concezione, per vivere e per curare?

In fondo, si può guidare bene un’automobile anche senza conoscere nulla del suo funzionamento.

Che non sia necessario, è provato dal fatto che, nella vita, pochi si pongono il problema di come viverla, e che nel campo delle relazioni d’aiuto sterminate legioni di terapeuti e di pazienti si incontrano e interloquiscono anch’essi senza porsi questi problemi..

I fatti dicono che bene o male si vive lo stesso, e che le energie profuse da entrambe le parti nelle relazioni d’aiuto sono efficaci, producono effetti, alleviano il malessere, incrementano il benessere.

Detto per inciso: che le relazioni d’aiuto, psicoanalisi compresa, siano efficaci indipendentemente dalle tecniche e dalle teorie applicate e professate dai terapeuti dovrebbe pur dire qualcosa a quei teorizzatori che si incaponiscono nel cercare il “meccanismo d’azione” della cura - per usare un’espressione di Paolo Migone - circoscrivendo il campo della loro ricerca ai soli dati “scientificamente” accertabili.

Antonino Ferro ha recentemente affermato che la relazione analitica funziona, nel senso di essere efficace in senso terapeutico, anche all’insaputa dello stesso analista.

La constatazione di cui sopra, e l’affermazione di Ferro, dicono che quello che potremmo chiamare il fattore d’efficacia della cura risiede da un’altra parte rispetto a quella dove finora i fautori della “scientificità” lo hanno cercato senza trovarlo. Che questo fattore possa essere l’amore è intuibile, ma come si fa a “dirlo”?

Sarà pure non necessario occuparsi di quale concezione esistenziale di riferimento seguiamo nella nostra vita e nel nostro lavoro, ma quale può essere il prezzo di questa trascuratezza?

Sul piano teorico, come più volte accennato, l’impossibilità di concettualizzare in termino coerenti e convincenti il funzionamento e l’efficacia delle relazioni d’aiuto; sul piano pratico, una grande riduzione delle potenzialità della cura e della formazione, e una selezione dei terapeuti fondata su presupposti “scientifici” piuttosto che etici.

Di queste conseguenze pratiche dovrebbero preoccuparsi anche e soprattutto quelle categorie professionali (educatori, assistenti sociali, ecc.) escluse dall’esercizio di funzioni terapeutiche formalmente riconosciute, ma che di fatto si impegnano con la globalità delle loro risorse affettive ed emotive, oltre che tecniche, nel loro lavoro quotidiano coi pazienti.

Quale può essere il discrimine tra una funzione sostanzialmente terapeutica e una funzione meramente assistenziale?

E’ pacifico che fin quando questo discrimine sarà appoggiato solo su dati esteriori, e fin quando l’autorizzazione alla terapia sarà riservata solo ai titolari di lauree o diplomi, sia pure corredati da specifici addestramenti ad hoc, tutto il problema della formazione ne risulterà snaturato, o quantomeno fortemente limitato.

Se il fattore essenziale di un’esperienza terapeutica è rappresentato dalla persona in carne e ossa che copre il ruolo del terapeuta, perché un’esperienza formativa identica nella sua natura, nella sua qualità, nella sua metodologia dovrebbe dare esiti differenti solo perché chi vi partecipa è titolare o meno di un pezzo di carta?

Sono il primo a sapere che queste considerazioni possono valere solo moralmente, perché sul piano dell’organizzazione sociale e della prassi consuetudini, interessi, fattori culturale, economici e sociali giocano pesantemente nel condizionare e nel conservare lo stato di cose esistente.

Ma una maggiore consapevolezza del fatto che la capacità terapeutica è legata ad aspetti più attinenti all’interiorità di una persona che non alla sua esteriorità, come sono il potere di una posizione gerarchica o il sapere derivante da un titolo di studio potrebbe alzare, nel mondo dei servizi e delle istituzioni, quel livello di verità che attualmente è piuttosto basso.

Forse, più che di consapevolezza, sarebbe giusto parlare di riconoscimento di una verità intuita ma per tante ragioni impossibilitata a dichiararsi, o timorosa di farlo.

Ma è ora di entrare più direttamente nel merito del tema che mi sono proposto, che è quello di delineare il profilo di quella persona che potrebbe costituire un modello cui riferirci, nella nostra vita e nella nostra attività di terapeuti.

Alcune precisazioni in proposito sono assolutamente necessarie.

Parlare di un modello di persona non è come parlare di un modello d’automobile, e neppure di un modello di un organismo psicobiologico. In questi casi è presumibile che tutto quanto attiene al modello appartenga all’ambito della dicibilità, sia quella già raggiunta, sia quella ulteriormente raggiungibile con l’avanzamento della ricerca. In questo senso hanno ragione i fautori delle “mirabili sorti e progressive” quando sostengono che quanto non è ancora stato scoperto e spiegato finora, lo potrà essere in futuro. Hanno però torto quando inglobano in questa previsione anche l’ambito dell’indicibilità, che se è tale oggi sarà tale sempre, trattandosi di una realtà trascendente le facoltà razionali dell’uomo.

Se parlando di un modello di automobile, o di quello di un organismo psicobiologico, possiamo presumere di poter rappresentare in modo vero ed esaustivo il dato fattuale, la stessa cosa non può valere per un modello di persona, se attribuiamo alla persona, al di là di tante altre specificazioni, quel quid che la rende unica, originale e irripetibile rispetto alla posizione soggettiva che essa assume, responsabilmente e liberamente, di fronte a se stessa, al mondo e al mondo degli altri.

Parlo di modello quindi come di un’astrazione e di un ideale. Astrazione nel senso che, trattandosi di concetti e valori generali, essi non possono che essere rappresentati allo stato puro, disincarnati.

Ideale, nel senso di indicare una meta perseguibile anche se irraggiungibile.

Irraggiungibilità dovuta a due ragioni di natura diversa, una per così dire assoluta, l’altra invece relativa e contingente.

La prima riguarda il fatto che valori e concetti come Bene, Amore, Libertà, Verità, Vita sono per così dire assoluti in sé, e la mente umana non può che concepirli da una condizione di finitezza. Quella relativa si riferisce al fatto che nella singola persona in carne e ossa, alla strutturale, fisiologica condizione di limitatezza si deve aggiungere la sua personale specifica condizione di disfunzionalità, sempre curabile ma mai del tutto guaribile.

“Se il modello che mi piace e mi convince è irraggiungibile, chi me lo fa fare di cercare di perseguirlo?”.

In forma non così brutale, ma sostanzialmente con questo spirito, questa è l’obiezione che incontro, quando presento a colleghi in formazione questi pensieri.

Quella di confondere, nel senso di non distinguere e di non collocare su livelli diversi il relativo e l’assoluto, il viaggio e la meta, il processo e la struttura, il soggettivo e l’oggettivo, la funzione e il ruolo, l’autorevolezza e l’autorità, ecc. è una caratteristica, se non degli esseri umani in generale, sui quali non posso esprimermi, sicuramente dei terapeuti, almeno di quelli di cui ho esperienza io.

A me sembra di cogliere in questa caratteristica la manifestazione, in corpore vili, di quel fenomeno di appiattimento su se stesso da parte del soggetto, fenomeno che informa la vita, la cultura, l’arte, la scienza dell’uomo moderno: in altre parole, la mancanza di un’idea di trascendenza; il non riconoscimento di un’idea di oggettività, cioè di un dato esistenziale che ci prescinde e al quale siamo comunque soggetti; l’assunzione della posizione di creatori là dove di fatto siamo semplici creature. In altre parole ancora: l’esclusione dall’esistenza umana di qualcosa che vada oltre l’orizzonte sensibile, una condizione esistenziale di autosufficienza.

Sono questo appiattimento del soggetto su se stesso, questa presunzione di autosufficienza, questa pretesa di autoreferenzialità a privarci di un riferimento essenziale per vivere bene, per aiutare altri a vivere bene: infatti, se non ci subordiniamo a qualche principio trascendente, generale e gerarchicamente superiore, ci priviamo della possibilità di discriminare, valutare, scegliere. Senza una bussola che indichi i punti cardinali, una direzione vale l’altra, vengono tutte a trovarsi sullo stesso piano. Che cosa differenzia, per esempio, salute e malattia? Cosa differenzia, per esempio, un vivere bene da un vivere male? Eppure sappiamo che tra le due condizioni esiste una sostanziale, decisiva differenza.

Nella veste di terapeuti, tocchiamo con mano ogni giorno la realtà del mal-essere. Il fatto che i portatori di questo mal-essere ci chiedano aiuto implica in essi una ricerca, un’intuizione di ben-essere, e il fatto che rispondiamo a questa domanda d’aiuto significa che noi stessi crediamo a questa ricerca, a questa intuizione, a questa possibilità.

Da dove attingiamo il modello cui ci atteniamo per esercitare la nostra funzione? Esso non può essere autogeno, non può essere esclusivamente frutto della nostra inventiva.

Mettiamo al servizio dell’altro una capacità di cui l’altro soggettivamente si sente privo. Se l’appiattimento su noi stessi, se l’esclusione di una qualsiasi forma di trascendenza da ricercare e da riconoscere e alla quale assoggettarci non fossero solo pretese soggettive illusorie ma oggettive concrete evidenze, come potremmo rispondere alle domande di aiuto senza essere degli imbroglioni?

Se la capacità di adoperarci per il proprio benessere, capacità cui pensiamo di condurre anche altri, fosse solo una capacità autopoietica, che ciascuno può raggiungere o meno solo dal di dentro di se stesso, senza il necessario apporto di qualcuno e di qualcosa dal di fuori, le relazioni d’aiuto semplicemente non esisterebbero, e anche tutto quello che cade sotto la dizione di relazionalità umana sarebbe una finzione.

Se i modelli di persona fossero tanti quanti sono le persone, o i modelli di terapeuta fossero tanti quanti sono i terapeuti, il concetto stesso di modello non avrebbe senso, non servirebbe a niente.

Quello di cui parlerò spero proprio che sia un modello, cioè qualcosa di generalizzabile, nel senso che tanti o pochi, ma certamente più di uno, possano riconoscervisi e farlo proprio su un piano di condivisione teorica, restando pacifico che le modalità con le quali ciascuno lo perseguirà e lo realizzerà, se avrà deciso di perseguirlo, non potranno che essere originali, uniche e irripetibili, perché discenderanno da scelte e responsabilità soggettive.

Eccone alcune specificazioni: persona come soggetto pensante, dialogante, desiderante.

Persona come soggetto responsabile di sé, libero nelle sue scelte, capace di autoderminazione, costituzionalmente portato al ben-essere.

Bene e male, salute e malattia, “sì” e “no” sono antitesi il cui primo termine della coppia appartiene a un livello superiore rispetto al secondo.

Ai fini del ben-essere esistenziale, emotivo, relazionale sono decisivi una corretta interpretazione del concetto di autorità, e un corretto rapporto con coloro che la esercitano, in primo luogo noi stessi.

Potrei forse continuare, ma ai fini del mio discorso credo sia sufficiente fermarmi qui.

Immaginiamo che così come l’ho presentato questo modello sia condiviso da altri. In realtà è qualcosa di più di un’ipotesi o una speranza, nel senso che nella mia esperienza di terapeuta e di formatore ho frequentemente modo di constatare che questo modo di concepire noi e i nostri simili trova nei miei interlocutori una favorevole, convinta accoglienza.

Da un certo punto di vista, non è un risultato da poco. Che un certo pensiero sull’uomo e sulla vita sia condivisibile e condiviso conferma l’idea che accanto a tutto ciò che ci differenzia e ci rende unici come soggetti c’è qualcos’altro che ci accomuna, qualcosa di dicibile, di generalizzabile, la base per un’interlocuzione possibile.

Ma quale dialogo, quale interlocuzione sono possibili con tutti gli altri? L’esperienza di vita, ma anche di professione, mi dice che rapporti anche intensi e profondi, sintonici o conflittuali, si sviluppano tra fautori di posizioni esistenziali diverse e concettualmente incompatibili. Così come è vero il contrario, di incomunicabilità e di intolleranza tra rappresentanti dello stesso tipo di pensiero. Questo a conferma del fatto che quel quid che decide il ben-essere o il mal-essere, almeno sul piano della relazionalità, non è un dato solo razionale.

Non solo. Terapeuti che nella vita e nella teorizzazione del loro mestiere respingono o non si pongono la questione della trascendenza e che tra il mistero (c’è un Oltre) e l’assurdo (la vita nasce dal caso e finisce nel nulla) scelgono l’assurdo, vivono e lavorano, di fatto, con gli stessi criteri e la stessa etica degli altri, producendo, almeno nel mestiere, effetti simili.

Come spiegarlo?

Se ne potrebbe dedurre l’assoluta ininfluenza, ai fini dell’efficacia, di una posizione esistenziale aperta al mistero o rinchiusa nell’assurdo.

A mio modo di vedere è proprio il contrario. Così come nella vita relazionale delle persone quelli che ne determinano il ben-essere o il mal-essere non sono solamente fattori razionali intellettuali, così anche nell’espletamento della funzione terapeutica e nella determinazione della sua efficacia, come avevamo già visto, ciò che sembra decisivo non è ciò che il terapeuta pensa di sé e del suo fare, ma ciò che fa.

E questo “ciò che fa” appartiene all’area dell’indicibile: possiamo parlare infatti di amore, di fiducia, di speranza, di desiderio, ma non descriverli e rappresentarli e comunicarli col linguaggio.

Possiamo fare ciò solo vivendoli e testimoniandoli all’interno di una concreta esperienza di rapporto con l’altro con le nostre modalità uniche e irripetibili di soggetti.

Piuttosto, e limitatamente al livello di ricerca e di teorizzazione, l’incomunicabilità e l’incompatibilità tra modelli andrebbe accettata e rispettata in partenza. Un conto è sviluppare e approfondire una certa concezione sforzandosi di presentarla nel modo più chiaro e fedele, diverso è pretendere di convincere e di portare sulla propria sponda chi difende a spada tratta quella dove si trova lui.

Nella storia della teorizzazione sul nostro mestiere una grande quantità di energie si è consumata e si consuma sterilmente in queste tenzoni, e anche noi, nel nostro piccolo, spesso dimentichiamo che la possibilità di convincere altri alla nostra causa risiede in fattori extra-intellettuali.

E’ certamente importante, come dicevo all’inizio, che il pensiero che affermiamo sia buono e giusto, almeno ai nostri occhi. Ma che lo sia anche per altri dipende dal pensiero in sé, dal modo in cui lo proponiamo e lo testimoniamo, dalla capacità dell’altro di intenderlo nel modo giusto, nella libertà dell’altro di accoglierlo o respingerlo.

Tutti elementi che spesso ci dimentichiamo di considerare, col risultato di sprecare energie o perdere occasioni.

Se qualcuno mi chiedesse: “Perché ti affanni a propugnare un pensiero, non ti basta possederlo tu?” risponderei che tra tanti bisogni malati che possono stare alla base di questa esigenza (esibizionismo, competitività, ambizione, potere, ecc.) ci può essere anche il desiderio sano di partecipare e condividere con altri qualcosa che si sa per esperienza diretta essere buono e giusto.

Sempre su questo tema della rappresentazione e comunicazione del nostro modello: è inevitabile che ai nostri occhi esso appaia il migliore, l’unico possibile. Se così non fosse, dovremmo adoperarci per un’alternativa. Quello che conta, per non tradire la verità, è essere consapevoli della relatività del nostro assoluto.

Non che una verità assoluta non esista. Riprendendo una metafora che ho trovato in uno scritto di Carere-Comes, la montagna è una, e tanti sono i sentieri per ascendervi, i percorsi per scalarla. Ma non è vero che qualsiasi percorso, qualsiasi sentiero portino alla meta. Questo è il problema degli scalatori della montagna-verità: cercare il percorso giusto, sapendo che non è vero che vanno tutti bene, che tutti portano in cima.

Detto del modello, si tratta di applicarlo. Il problema della formazione è tutto qui.

Che si tratti di formazione alla vita, che si tratti di formazione alla terapia (come si vede, insisto nel parallelismo tra esperienza di vita e esperienza di terapia: non so se riuscirò a spiegare, nei limiti di questo scritto, tutte le ragioni che mi portano a procedere così, ma ci proverò), un dato è accertato: non ci si forma da sé, non esiste un’autodidattica.

Ammesso per assurdo che un modello come quello che ho presentato sia sufficiente da solo a far giungere un soggetto a pensare con la sua testa, a sentire col suo cuore, a dialogare autenticamente con se stesso e con gli altri, rimarrebbe sempre il fatto che il modello scaturisce da un’esperienza e da un pensiero altrui.

La realtà della vita ci dice che diventiamo grandi attraverso un insieme di funzioni svolte nei nostri confronti dagli adulti di riferimento. E che le nostre potenzialità di pensiero, di dialogo, di desiderio in quanto soggetti liberi e responsabili si realizzeranno in una misura direttamente proporzionale al modo con cui questi adulti ci hanno formato, cioè dai modelli che a loro volta hanno ricevuto, e dalle modalità con cui lo hanno applicato.

Un modello di vita, un modello di terapia non possono prescindere evidentemente dalle persone in carne e ossa che lo interpretano e lo propongono, e anche questa affermazione, come altre fatte finora, correrebbe il rischio della banalità, se non fosse adeguatamente compresa e meditata.

La responsabilità di chi si trova a occupare, nella vita o nella terapia, un posto di autorità (genitori nei confronti dei figli, terapeuti con funzioni formative nei confronti di più giovani colleghi, terapeuti nei confronti dei pazienti) non è solo quella, ovviamente, di proporre un buon modello di riferimento, e di credervi. Il punto critico, il passaggio duro, ma anche l’elemento decisivo ai fini dell’efficacia della funzione formativa e terapeutica consistono nel proporsi in prima persona come esempio, come testimonianza vivente dell’applicabilità e dell’applicazione del modello.

Nel mio lavoro di formatore mi capita frequentemente che il collega che, nel corso di una supervisione di gruppo o individuale, ritrova, perlopiù con una certa fatica, la consapevolezza del suo spostamento emotivo rispetto alla posizione idealmente prescritta dal modello di riferimento, consideri a questo punto esaurito il proprio compito. Succede anche, con minor frequenza, che questo ipotetico collega abbia la sensazione che recuperare la posizione prescritta sia un compito impossibile. Nella prima di queste evenienze, sembra che ci si accontenti di recuperare una lucidità razionale rispetto al modello, senza porsi il problema di come diminuire la propria distanza da esso; nella seconda, si crede alla bontà del modello, ma non alla propria capacità di farlo proprio.

Per farmi capire meglio ricorro a un esempio clinico: una collega, in sede di supervisione, viene aiutata ad accorgersi che, con una sua paziente adolescente, si trova a interreagire, emotivamente ma anche praticamente, da madre e non da terapeuta. Subisce provocazioni, reagisce di conseguenza, emette prescrizioni, è angosciata per possibili comportamenti autodistruttivi della ragazza, se ne sente in prima persona responsabile. Nel corso del lavoro in gruppo arriva a cogliere questo spostamento, a vedersi e a prendere razionalmente le distanze da questa se stessa terapeuta disfunzionante; coglie anche, come un’illuminazione, il rapporto tra il suo comportamento clinico e la sua storia di figlia e di madre; ma la sua reazione emotiva del momento, e i suoi comportamenti clinici successivi non conterranno segni di una presa d’atto, di un’elaborazione interiore, di un’assunzione di responsabilità rispetto a un cambiamento possibile. Come dicevo, e per quanto è possibile dire dall’esterno, o questa collega si accontenta di un possesso razionale del modello, senza porsi il problema di assumerlo nei propri comportamenti, o non accredita a se stessa la speranza e la fiducia necessarie per ritenere raggiungibile, nel senso di perseguibile, questa capacità.

Noi e il modello: ciò che conta è che ci sia movimento; e dato che la natura del modello è quella di stare fermo, tocca a noi muoverci, nel senso di intrattenere costantemente con esso un rapporto dialettico, di confronto e di verifica tra la nostra posizione del momento e quella prescritta.

In fondo, una vita che tenda alla saggezza, un’esperienza terapeutica che tenda alla salute potrebbero essere degnamente rappresentate, concettualmente, proprio da questa processualità tra noi e il nostro modello, modello che, soprattutto nelle fasi iniziali della nostra formazione permanente, non può non essere incarnato da persone in carne e ossa.

Qualche riflessione su queste figure richiede di prendere in considerazione il concetto di autorità.

Nella nostra cultura contemporanea sono fraintesi, trascurati, quando non addirittura rifiutati, il termine e il sottostante concetto, perfino da autorevoli rappresentanti della categoria dei terapeuti e dei formatori. Conosco personalmente - e di alcuni sono amico - prestigiosi colleghi, belle persone sul piano umano e professionale, generosi nel trasmettere agli allievi la loro esperienza, che quando si trovano alle prese con questo concetto, vi inciampano sopra, fanno finta di niente, o se la cavano con lo stratagemma di parlare di autorevolezza invece che di autorità.

Autorità e autorevolezza si riferiscono a due realtà diverse: la prima è un attributo di ruolo, di uno di quei ruoli la cui funzione è appunto quella di “aumentare” quelli che vi dipendono, che vi sono sottoposti; la seconda riguarda la modalità di svolgimento della funzione da parte di una particolare specifica persona. Sono le persone che funzionano nel ruolo ad essere più o meno autoritarie o più o meno autorevoli, poiché mettono in gioco la loro soggettività, mentre l’autorità in sé, come concetto, ha una valenza unica per tutti.

Un mio collega, uno di quelli citati prima, alla mia affermazione che l’autorità viene dall’alto, rispose con altrettanta convinzione che essa viene dal basso. Lasciamo per il momento da parte che cosa volevo dire io o che cosa voleva dire lui, dicendo quello che abbiamo detto. L’episodio dice se non altro quale difformità di pensiero ci possa essere anche tra colleghi che si muovono nelle relazioni terapeutiche e formative con la stessa filosofia, e ribadisce ancora una volta una convinzione che mi è cara, quella per cui l’efficacia, nelle relazioni terapeutiche o formative, dipende da fattori appartenenti all’area dell’indicibilità.

Autorità, autorevolezza… in tempi in cui l’idea di trascendenza era meno contrastata di oggi, vigeva un detto che suonava così: “A chi Dio dà un ufficio, dà anche senno”. A me, che l’idea di trascendenza convince e conforta, piace trovare in questo detto, in sintesi estrema, la rappresentazione della distinzione tra ruolo e funzione, della dialettica tra la soggettività di svolgimento di una funzione e l’oggettività dei vincoli e delle prescrizioni poste dal corrispondente ruolo. Senno come sinonimo di autorevolezza, termine comprendente l’insieme delle doti e delle capacità richieste appunto dalla posizione d’autorità, posizione che è sempre asimmetrica e superiore a quella di coloro che vi dipendono.

Etimologicamente, autorità deriva dal latino augere (aumentare): precisamente la funzione di accompagnare, aiutare, promuovere la crescita altrui, funzione che trova nell’esempio dei genitori rispetto ai figli la più evidente esemplificazione.

E’ un dato accertato che una buona funzione genitoriale non si limita all’accudimento fisico e al soddisfacimento di bisogni materiali: ma come definire e rappresentare tutto quanto della funzione genitoriale trascende questi aspetti concreti?

Una prescrizione di ruolo che riassume il complesso di incombenze e responsabilità che i genitori hanno nei confronti dei figli è quella di farli diventare grandi, di renderli a loro volta capaci di vivere bene, di essere al loro volta, almeno potenzialmente, genitori.

Questo è dicibile, ma cosa dire delle infinite possibili modalità con cui i genitori in carne e ossa fanno i genitori? Ancora una volta ci si ripresenta quel dato grezzo e forte nella sua evidenza: che di queste infinite possibilità, alcune sono buone o sufficientemente buone, altre francamente cattive. E un altro dato grezzo e forte ci dice che questa bontà o meno di funzionamento non dipende solo dal caso, solo da circostanze esterne.

Il detto che ho citato poco sopra parla di ufficio e di senno.

Ufficio come compito, responsabilità, incombenze legate ad esso. Senno come la capacità, la saggezza richieste. E’ evidente che si parla di ufficio e di senno relativi a ruoli e mansioni che non hanno nulla di fattuale e concreto, nulla di semplicemente esecutivo, nulla che possa prescindere da una personale soggettiva assunzione di responsabilità, non solo da parte di chi si trova nella posizione asimmetrica superiore, ma anche da parte di chi si trova a dipendere da essa. Si tratta infatti di mansioni e compiti che non riguardano qualcosa di oggettivo, di inanimato, qualcosa su cui esercitare il proprio potere e la propria capacità indipendentemente dall’altro soggetto.

Per questo l’autorità è necessaria, per questo essa non può che essere attributo dei ruoli asimmetrici, per questo chiama in questione la dipendenza, per questo ha a che fare col bisogno: si tratta di aiutare, accompagnare, motivare altri a qualcosa che se fosse immediatamente e autonomamente acquisibile, se fosse immediatamente autoevidente, non avrebbe bisogno di un altro, e ognuno ci arriverebbe per conto suo. Si potrebbe definirla così: il compito di accompagnare quelli che ti sono affidati, o che si “sottomettono” a te, dalla condizione del bisogno a quella del desiderio.

Il detto da me citato parla anche di Dio, che comunque lo si voglia intendere, dice qualcosa che a mio parere è imprescindibile da qualsiasi discorso sul senno e sull’ufficio, nel senso che pone il concetto della trascendenza e della nostra dipendenza da essa.

Che cosa intendevo dicendo al mio collega che l’autorità (ufficio) viene dall’alto? Semplicemente, che si tratta di un attributo che preesiste a noi, e che noi assumiamo con la nostra libertà e responsabilità di soggetti; che per quanto multiformi siano le modalità di interpretarla, queste sono comunque in rapporto con leggi e vincoli non creati arbitrariamente da noi, l’osservanza o meno dei quali determina la qualità, buona o cattiva, degli effetti della funzione.

Nel ribattere che essa viene dal basso, il mio collega intendeva il fatto che senza qualcuno che ce la riconosca, l’autorità non può essere esercitata. Rimanendo nell’ambito della psicopatologia e della cura, se un paziente non ci riconosce autorità, noi non esistiamo come terapeuti. E’ vero. Ma come potrebbe un paziente riconoscere la nostra autorità, se noi non l’avessimo preventivamente assunta e non ci fossimo preventivamente dichiarati?

E’ vero che senza figli non si diventa genitori, ma il diventarlo o meno non dipende dai figli, bensì da una nostra libera assunzione di responsabilità, da una nostra scelta. Che poi la nostra personale scelta e responsabilità non siano da sole sufficienti, anche questo depone a favore di un Fattore esterno e superiore (non credo che le risorse della bioingegneria genetica possano intaccare questa verità).

Il senno poi di cui sarebbero dotati i funzionari funzionanti nell’ufficio non è qualcosa di automatico, qualcosa che agisce indipendentemente dalla loro soggettività e dalla loro responsabilità. Se fosse così, e venendo da un’entità trascendente, la vita dell’uomo conoscerebbe solo il bene e la salute, e non anche tutto il male e la malattia che ci affliggono. Ma se fosse così, saremmo privi della libertà e della responsabilità di scelta, non saremmo uomini, non saremmo persone.

Dicevo in un passaggio precedente che avrei cercato di dar conto, ammesso che non sia già abbastanza chiaro, del parallelismo da me seguito nell’argomentare intorno a un possibile pensiero sulla vita e a un possibile pensiero sulla terapia.

Il presupposto, tutt’altro che scontato, di questo parallelismo è di considerare terapeuti e pazienti nella loro condizione esistenziale di persone, non solo nel ruolo circoscritto e riduttivo di esperti in psicopatologia o afflitti da essa.

Un altro presupposto, ancora meno scontato del primo, è che le forme attuali con cui si manifesta la sofferenza emotivo-affettivo-morale delle persone e le forme attuali della cura siano già di per sé espressione di quella malattia esistenziale-culturale consistente nell’aver escluso dagli interessi, dai bisogni e dai desideri dell’uomo qualsiasi orizzonte metafisico.

In questo senso si capisce che il detto di Karl Kraus: “La psicoanalisi è quella malattia di cui dice di essere la cura” non è solo, come si è soliti pensare, una geniale, paradossale battuta di spirito, ma una profonda, tragica verità.

Condividendo questi presupposti e facendo proprio il modello di persona che ho delineato, il lavoro del terapeuta, inteso come cura degli altri, diventa possibile, oltre che estremamente remunerativo (moralmente intendo, non in senso venale), contrariamente alla convinzione di Freud secondo il quale curare, educare, governare sono mestieri impossibili. Forse anche per questo molti psicoanalisti respingono sdegnati il concetto di cura e affermano che compito dell’analisi non è la cura, ma la conoscenza di sé.

Ma che cosa te ne fai di una conoscenza delle ragioni della tua sofferenza, se non recuperi la capacità di venirne a capo?

E siccome anche i fautori dell’analisi come processo di conoscenza e non di cura, se sono autentici nelle loro motivazioni al servizio dell’altro, producono effetti terapeutici, questa è l’ennesima conferma della trappola concettuale di una certa teorizzazione, e che certe verità umane, come quella di desiderare, credere e adoperarsi per il bene dell’altro, agiscono in barba al fatto che non sono del tutto razionalizzabili e dimostrabili “scientificamente”.

Il mestiere del terapeuta diventa possibile perché, anziché curare un altro, cosa impossibile perché sull’interiorità di un altro non abbiamo potere, si tratta di curare noi stessi. Estremamente remunerativo per due ragioni: ci fa avanzare verso la nostra salute, e ci consente una delle forme più alte di realizzazione umana, che è quella di promuovere il ben-essere altrui.

Il meccanismo d’azione di una terapia così concepita diventa allora almeno intuibile: copriamo, nel ruolo di terapeuti, la posizione parentale, quella che nella vita delle persone hanno occupato gli adulti di riferimento. Coloro che ci chiedono aiuto trovandosi in una condizione di mal-essere e di soggettiva impotenza nell’affrontarlo, si aspettano di trovare in noi quelle capacità e risorse di cui si sentono privi. Ma se è fondata la loro aspettativa di aiuto, è illusoria la modalità con cui immaginano e pretendono di riceverlo.

Le ragioni del loro malessere risiedono nelle circostanze della loro storia, nel modo con cui gli adulti di riferimento li hanno amati, trattati e accompagnati. Se a buon diritto possono, e noi con loro, considerarsi vittime del disamore ricevuto, devono anche, e noi con loro, considerarsi artefici e responsabili delle modalità messe in atto per difendersene. Sono queste difese, salutari nella loro storia, la malattia di cui soffrono, nel momento in cui essi le ripropongono inconsapevolmente nella relazionalità della vita adulta.

Sono difese dal dolore, dall’odio, dalla rabbia, dalla paura provocati dal disamore ricevuto, che nella vita adulta si trasformano in offese nella misura in cui questi sentimenti veri e vitali, anziché essere riconosciuti e accettati come tali, rimangono nascosti e/o proiettati sugli altri.

Tutto il male accumulatosi nei pazienti e tutto il bene da loro intuito e cercato si concentrano nel rapporto con colui cui chiedono aiuto. Trovandosi il terapeuta nella posizione parentale, essi lo investono coi loro bisogni e i loro desideri come se fosse lui il genitore. E lo fanno con le stesse modalità malate con cui si muovono nella loro relazionalità di vita.

A queste modalità malate compito del terapeuta è di rispondere nel modo più sano possibile, che si riassume nel compito di far riprendere al paziente la responsabilità di se stesso.

E c’è un solo modo per questo: che il terapeuta testimoni e agisca, nell’accompagnare il paziente e nel rispondere a lui, la possibilità e la perseguibilità di quel modello di persona di cui ho trattato.

Caro Sergio,

rileggendo "Terapia e Vita" ho avuto la sensazione di affrontare il capitolo

conclusivo di un testo già scritto nella tua testa. Se è così, e te la

senti, non rimane che trascrivere i tuoi pensieri in una pubblicazione

organica.

Mi spiego meglio, le dieci pagine dello scritto toccano importanti temi che

approfonditi potrebbero costituire i capitoli di un testo. Testo che

potrebbe concludersi, appunto, con un capitolo intitolato "Terapia e Vita".

Esemplifico indicando alcuni punti da te toccati e, secondo me, meritevoli

di ulteriore spazio:

      1) natura della conoscenza (o limiti della conoscenza scientifica);

      2) la psicoanalisi oggi;

      3) Il meccanismo d'azione della cura analitica;

      4) La scelta etica;

      5) l'autorità e l'autorevolezza nelle relazioni d'aiuto.

Probabilmente i possibili "capitoli" da me individuati potrebbero facilmente

trasformarsi in altro, ciò che in questa fase però mi interessa è avere un

tuo riscontro sulla fattibilità del testo e dello sforzo che, mi rendo

conto, ti chiedo.

Pensa, basterebbe scrivere 20/25 pagine per capitolo per ottenere un libro

di circa 150 pagine.

Ciao, Carmelo

Il setting siamo noi

Il setting siamo noi

Sergio Erba

Quando parliamo di psicoanalisi, o di psicoterapia (nella mia trat­tazione userò i due termini indif­ferentemente, come se fossero intercambiabili, si capirà perchè andando avanti nello svolgimen­to), ci riferiamo a una materia complessa, quasi inafferrabile.

Non possiamo avvalerci di defini­zioni univoche, sotto le quali pos­sano ritrovarsi tutti coloro che la coltivano e la esercitano. Non di­sponiamo di teorizzazioni esausti­ve, né di tecniche che si impongano, più di altre, per pra­ticabilità ed efficacia. Le variabili in gioco sono pressochè infinite: non c'è paziente uguale ad un al­tro, non c'è terapeuta uguale ad un altro, la vicenda che si svolge tra i due è in ogni momento di­versa e sempre nuova.

D'altronde, se pensiamo che la psicoterapia è qualcosa che ha a che fare con gli esseri umani nella loro globalità, non dovremmo meravigliarci più di tanto delle difficoltà che incontriamo nel par­lare del nostro mestiere di tera­peuti, e nel cercare di definire in qualche modo una materia che sia dal punto di vista teorico che da quello pratico sembra sempre scapparci di mano.

Penso al contrario che dovrebbe essere motivo di meraviglia e di compiacimento che a dispetto di tanta complessità e variabilità, a quasi un secolo dalla sua nasci­ta, la psicoanalisi sia più viva e vitale che mai.

Dicendo così, mi riferisco alla pra­tica clinica più che al pensiero psi­coanalitico. Quest'ultimo, infatti, mi sembra stia dando qualche se­gno di crisi.

Le pagine conclusive di “Storia della psicoanalisi”: di Silvia Veget­ti Finzi (Mondadori, 1986), ad esempio, nori suscitano propria­mente un'impressione di vitalità, o almeno, non l'hanno suscitata in me.

Quelle pagine mi hanno riman­dato l'immagine di una discipli­na che dopo un'origine rivoluzionaria e uno sviluppo ri­goglioso e per certi versi trionfa­le, attualmente sia incerta sulla direzione nella quale proseguire, e in questa incertezza mi è parso di cogliere anche qualche segna­le di delusione, di rinuncia, di pessimismo verso il futuro.

La pratica della psicoanalisi, al contrario, risulta in continua espansione.

Si è innanzitutto allargato il suo campo di applicazione: dall'ini­ziale, esclusiva indicazione riser­vata alle nevrosi, si è passati oggi a un'indicazione molto estesa, tanto che non esistono pratica­mente forme di disagio o di sof­ferenza psichica che siano pregiudizialmente escluse dalla psicoterapia.

Si sono estese le fasci e sociali che fruiscono della psicoterapia, tan­to che possono oggi accedervi an­che persone di bassa estrazione culturale e sociale e di modeste risorse economiche.

Dall'ambito privato, la psicotera­pia è passata anche a quello pub­blico, e viene praticata in contesti dalle caratteristiche profondamen­te diverse da quelle di partenza.

Sono in aumento gli psicote­rapeuti.

È stato istituito un Albo degli psi­coterapeuti: anche se la soluzio­ne .attuata solleva molte perplessità, il solo fatto che il pro­blema sia stato affrontato signifi­ca che il corpo sociale riconosce e legittima la psicoterapia come professione.

Se dunque, mentre il pensi era psi­coanalitico mostra di essere in cri­si, la prassi si diffonde, con modalità talvolta tumultuose, vien da pensare che tutto ciò che de­nominiamo psicoanalisi è stato fi­nora più vivo, più forte, più grande di tutti gli apparati teorici che via via sono stati allestiti per conte­nerlo, per spiegarlo, per giustifi­carlo. Dobbiamo per questo abbandonare la teorizzazione al suo destino, lasciarla in esclusivo appannaggio dei pensatori e con­centrarci sulla pratica?

Qualcuno, secondo me erronea­mente, ha interpretato in questo senso la posizione assunta da Giampaolo Lai, definita della tec­nica senza teoria (Il Ruolo Tera­peutico, rubrica “Io ci provo senza”: anni 1981-82).

Ammesso che si possa trascurare la teoria, rimane sempre la neces­sità di un pensiero, di una concet­tualizzazione riguardo la tecnica. Non possiamo rinunciare a pen­sare. AI di là di altri gravi incon­venienti, finiremmo per cadere in una grossolana contraddizione col nostro stesso mestiere che propo­ne, tra l'altro, di recuperare un pensiero là dove la violenza del­le emozioni rischia di travolgerlo con tutte le conseguenze che sap­piamo per il benessere e la libertà degli individui.

Il fatto che insufficienti e talvolta contraddittorie teorizzazioni non abbiano impedito finora alla psi­coanalisi di vivere e di sviluppar­si, non ci esime dal porci la domanda di sempre: cos'è, come agisce? Per dirla con Paolo Migo­ne: qual è il “vero” meccanismo d'azione della psicoterapia? (Il Ruolo Terapeutico, rubrica "Pro­blemi di psicoterapia").

La psicoanalisi è nata dalla clini­ca, ed appartiene ad essa. La grande mole di teorizzazioni, ipo­tesi, congetture, speculazioni che via via si è accumulata, non sem­pre ha dimostrato di tenere nel debito conto questo semplice ma inoppugnabile dato di fatto.

Il dato clinico è questo: un esse­re umano sofferente, inappagato, incapace, chiede aiuto a un altro essere umano collocato per defi­nizione, per ruolo, per professio­ne in una posizione di competenza, di capacità, di auto­rità. Chi chiede aiuto può essere così immerso nel sintomo, nella sofferenza, nel bisogno, da non sapere che ciò che legittima un intervento e rende possibile una prospettiva di cambiamento non è il suo bisogno, ma la sua richie­sta di aiuto. È la domanda del pa­ziente (mi riferisco qui specificata mente alla concettua­lizzazione di Luciano Cofano, (“Bi­sogno, desiderio, domanda”': Il Ruolo Terapeutico, n. 42), a ren­dere realisticamente possibile la risposta del terapeuta.

La domanda del paziente è ma­lata per definizione. Se non lo fos­se, se il paziente fosse capace di porre correttamente le sue do­mande al mondo, troverebbe sod­disfazione ai propri bisogni, non si rivolgerebbe a un terapeuta.

Il modo come ci va, la domanda che porta, sono gli elementi es­senziali su cui si indirizza la rispo­sta del terapeuta. Sono essenziali per due motivi: perché senza do­manda, la sofferenza del paziente non sarebbe trattabile, e perché è questa domanda a contenere i n sé le ragioni nascoste del fatto di essere condannata a risposte inappaganti.

Ricevendo su di sé la domanda malata del paziente, il terapeuta vive e soffre il dramma di tutti co­loro che sono in relazione con lui. Ma diversamente dagli altri, che non sanno e non possono rispon­dere, il terapeuta può dare una ri­sposta proprio facendo cogliere al paziente quanto e come. la sua primitiva storia relazionale ostrui­sca e deformi la percezione del presente. Il terapeuta si propone come presente, sia nel senso di una presenza stabile, continuati­va, attenta, affettuosa, capace di accogliere, del paziente, anche quelle parti e quelle modalità di contatto che gli altri e lui stesso negano e respingono. Sia nel sen­so di rappresentare i I mondo pre­sente, quello possibile nell'at­tualità. Questo è il mondo che può rispondere concretamente, realisticamente, ma la domanda del paziente è malata, incapace di chiedere.

Il terapeuta la accoglie così com'è, non potrebbe fare diversamente, non ci sarebbe possibilità di con­tatto; ma nel contempo ne propo­ne l'analisi, la scomposizione, e aiuta a distinguere e a separare ciò che nel paziente è indistinto, confuso, sovrapposto, aiuta a se­parare l'antico dall'attuale, l'asso­luto dal relativo, l'interno dell'e­sterno, ciò che è del paziente da ciò che è dell'altro.

La risposta del terapeuta è innan­zitutto una risposta di accettazio­ne e di riconoscimento. Nel contempo, e qui sta la sua speci­ficità, è una risposta sulla doman­da del paziente, per evidenziare tutti gli aspetti che ne impedisco­no, nell'attualità, l'appagamento. In altre parole, è come se il tera­peuta dicesse: “mi vai bene così come sei, non ti chiedo niente. Non intendo curarti, modificarti, non ti critico né ti disapprovo. Sei tu a rivolgerti a me, a denuncia­re qualche cosa che non va, a portarmi i tuoi bisogni inappaga­ti. lo non mi propongo di soddisfarli, sarebbe illusorio, ma sono pronto e capace, se vuoi, ad ac­compagnarti nella ricerca delle ragioni del tuo malessere.

Guarderemo dentro la vicenda che si svolgerà tra noi, cerchere­mo in ogni momento di capire che cosa chiedi, perché lo chiedi co­sì, la storia che ci sta dietro. Se tut­to andrà bene, verrà il momento che parlerai la tua lingua e com­prenderai quella degli altri sen­za bisogno di me come inter­prete”.

Il rapporto che si instaura tra i due può diventare molto intimo e pro­fondo. La storia che si sviluppa al­l'interno di questo rapporto è solo in piccola parte dicibile e descri­vibile, perché ripropone incessan­temente a entrambi i protagonisti vicende affettive tra le più signi­ficative sofferte e vissute nel pas­sato, e tuttavia sempre nuove, perché si ripresentano nell'attua­lità dell'esperienza terapeutica.

Tutto questo all'interno di alcuni pochi elementi contrattualmente prestabiliti, come la durata, la fre­quenza, il luogo degli incontri, la consegna (massima, totale liber­tà di espressione), la reciproca collocazione fisica dei protagonisti (la poltrona dell'analista dietro o di fianco al lettino del paziente, oppure la posizione vis-a-vis), l'e­ventuale onorario.

Il massimo della complessità, dunque, dentro una struttura estre­mamente semplificata, definita col termine setting.

Mi viene spontaneo, a questo punto, prima di addentrarmi in ar­gomentazione più impegnative, ricordare alcuni momenti, alcuni passaggi del mio personale rap­porto col setting, sperando che siano di utilità e interesse per chi mi legge.

Nella fase iniziale del mio ap­prendistato psicoterapeutico (l'a­nalisi personale, i primi pazienti, le varie supervisioni, le trepide confidenze tra amici che condivi­devano la stessa avventura), il set­ting era una specie di parola ma­gica, di tabù. Chi lo nominava trasmetteva un senso di scontatez­za, di inevitabilità, di indiscutibi­lità, che mi faceva passare la voglia di chiedere delucidazioni, perché sarebbe stato come confes­sare un'imperdonabile, inammis­sibile ignoranza. Se poi mi riusciva, in qualche occasione, di vincere la mia ritrosia e chiedere lumi, mi veniva risposto con la for­mula ancora in uso attualmente: "il setting è l'insieme degli ele­menti reali, fisici, esterni, che ren­dono materialmente possibile l'analisi'_ In effetti, mi sembrava logico che l'esperienza analitica richiedesse un luogo e un tempo dove svolgersi, e che ci fosse un pagamento di denaro per le ne­cessità vitali dell'analista.

Se però desideravo saperne di più, e cercavo sui libri, rimanevo del uso.

È vero che la mia biblioteca per­sonale non era certamente quella di un ricercatore o di uno studio­so, ma anche entro questi limiti, trovavo significativo il silenzio del­la letteratura psicoanalitica da me consultata sul setting. La cosa mi colpiva ancor più pensando a quanto siano solitamente prolifi­ci coloro che scrivono di psicoa­nalisi, e quanto accaniti nello sviscerare tutti i molteplici aspetti di questa disciplina.

Non l'avevo trovato, ad esempio, tra le voci dell'enciclopedia ame­ricana di Eidelberg (Encyclopedia of Psychoanalysis, Ludwig Eidel­berg, The Free Press, New York, 1968), né tra quelle dell'enciclo­pedia francese di Laplanche e

Pontalis (Enciclopedia della Psi­coanalisi, Laplanche e Pontalis, La­terza, 1968). Non lo citavano i trattati di Fenichel (Trattato di psi­coanalisi, Otto Fenichel, Astrola­bio), di Glover (La psicoanalisi, Edward Glover, Feltrinelli Bocca, 1975), di Greenson (The technique and practice of psychoanalysis, Ralph Greenson, International universities press inc., New York, voI. I). Neppure il monumentale "La tecnica della psicoterapia psi­coanalitica" di Robert Langs (Bo­ringhieri) del 72-73, tradotto in Italia nel 1979, lo menzionava. Avevo trovato finalmente il termi­ne setting nel volume di Giorda­no Fossi, "Le teorie psicoanalitiche” (Piccin, 1984), do­ve esso è ripetutamente menzio­nato, perlopiù di sfuggita e sempre come cosa nota, risaputa e scontata.

In un passo un poco più esteso di altri, si trova (pag. 391): “possia­mo indicare con il termine setting un insieme di norme procedurali e di convenzioni che costituisco­no l'aspetto tecnico del procedi­mento psicoanalitico. Queste sono ormai sufficientemente codifica­te anche se non tutte adeguata­mente comprese nei loro significati. Esse riguardano l'am­biente in cui lo psicoanalisi si svol­ge, lo durata e il ritmo delle sedute, gli orari, gli onorari, l'u­so del lettino, le associazioni libe­re da parte del paziente, ecc. Da parte dell'analista è richiesta l'at­tenzione fluttuante, lo mentalità analitica accanto alla comprensio­ne empatica, il controllo sui con­flitti personali, l'analisi del controtransfert, il ricorso allo stru­mento interpretativo rinunciando agli altri sussidi terapeutici”. Più avanti (pag. 392): "Una delle cri­tiche che più frequentemente si sente fare agli psicoanalisti è quella della rigidità del setting; cui sarebbero attribuite le carat­teristiche di una ritualità magica. Non si può escludere che in alcuni casi questo possa essere parzial­mente vero, ma l'unico vero pro­blema reale che il setting costituisce per lo psicoanalisi è quello dello studio insufficiente del ruolo, indubbiamente essen­ziale, che esso gioca nel caratte­rizzare il procedimento psicoa­nalitico. Fossi almeno riconosce­va il ruolo essenziale del setting nel procedimento psicoanalitico, e ammetteva l'insufficienza degli studi al riguardo.

A maggior ragione colpisce il fatto che egli non accenni a Codigno­la né lo citi nella sua pur ricca bi­bliografia, a ulteriore conferma della riluttanza degli autori ad ap­profondire lo questione.

Enzo Codignola, nel 1977, aveva dedicato un saggio, “Il vero e il falso”: alla struttura logica dell'in­terpretazione psicoanalitica, e aveva dimostrato il rapporto orga­nico e funzionale esistente tra set­ting e interpretazione.

Avevo letto il libro, alla sua usci­ta, quasi per dovere di scuderia, poiché appartenevo, come allie­vo, al Gruppo milanese di psico­terapia, che Pier Francesco Galli aveva fondato e dirigeva, e di cui Codignola, con Galli, rappresen­tava la testa pensante. Era una let­tura che mi era costata molta fatica, e di cui avevo conservato il confuso ricordo che vi si parlasse del setting con un'ampiezza e un taglio che non avevo trovato in nessuna altra lettura. Il libro di Co­dignola era poi rimasto lì, sia in senso fisico, tra i tanti libri letti e poi messi da parte, sia in senso fi­gurato, in qualche recesso della mia mente.       ­

Adesso che l'ho riscbperto, e che ad ogni rilettura mi arricchisce di qualche stimolo nuovo, mi chie­do che cosa mi abbia indotto a ri­prenderlo in mano. Due fatti mi vengono in mente, entrambi lega­ti in qualche modo alla psicote­rapia nel contesto pubblico. Il primo: si discuteva, tra docenti del Corso di formazione psicoterapeu­tica de Il Ruolo Terapeutico, che è specificatamente pensato per operatori sociosanitari, se e qua­li letture suggerire agli allievi. La questione era controversa, da più parti erano state sollevate obiezio­ni e perplessità. Alla fine si era deciso che ciascuno avrebbe se­gnalato un suo personale elenco di letture, quelle che riteneva es­sere state significative nella pro­pria formazione, e che avremmo offerto agli allievi l'insieme di questi titoli.

Quando Pierluigi Sommaruga mi consegnò il suo foglio, bonfon­chiò, con la sua aria insieme schi­va e canzonatoria, che era stato fortemente tentato di non sugge­rire nulla, ma che poi, risoltosi per disciplina di gruppo a fare il suo compito, l'unico testo che si sen­tiva di indicare con tranquilla co­scienza agli allievi era il libro di Codignola.

l'altro fatto è più articolato, ha avuto una lunga incubazione, e ri­guarda la mia attività di psichia­tra istituzionale. l'esigenza di riflettere, di dare un fondamento convincente alle mie esperienze di psicoterapia nel contesto pub­blico, si era sviluppata gradual­mente, via via che essa procedeva e si dimostrava possibile.

Fin dall'inizio della mia vita pro­fessionale ho esercitato contem­poraneamente nel mio studio privato e nell'istituzione pubblica (prima in manicomio, poi in un servizio psichiatrico territoriale). Quelli che nei primi tempi mi ap­parivano due aspetti molto diver­si, addirittura antitetici, del mio lavoro, si erano progressivamen­te avvicinati, fino a raggiungere una sostanziale coincidenza. Mol­te, troppe cose erano e rimaneva­no diverse, tra un contesto e l'altro, ma non erano tali da snaturare il tipo di esperienza che propone­vo, e che a determinate condizioni si realizzava, ai miei clienti privati e ai pazienti del servizio pubblico. Gli uni mi pagavano, gli altri no. Con i primi mi incontravo in un ambiente confortevole, dove tran­quillità e privacy erano scontate.

Con i secondi l'ambiente fisico ri­maneva scomodo e squallido, a dispetto dei miei patetici tentati­vi di ingentilirlo con qualche po­ster, qualche piantina di fiori. A differenza che nel mio studio, do­ve naturalmente il problema non si poneva, nel luogo pubblico il tempo della seduta, la regolarità delle frequenza non erano state conquiste da poco, e dovevano es­sere continuamente difese dall'in­vadenza e dall'intrusività della popolazione circostante.

Un'altra differenza era che nel mio studio venivano persone che ac­coglievano con relativa facilità la mia proposta terapeutica. Nel pubblico, la stessa proposta incon­trava difficoltà. Fattori culturali, problemi di linguaggio, aspetta­tive diverse erano certamente in gioco. Nel mio studio arrivavano persone già preparate, in un cer­to senso, ad assumersi la propria parte di responsabilità e autode­terminazione nella prospettiva di un'esperienza terapeutica. In co­storo, l'idea di un'interiorità, di una soggettività, di un mondo di vissuti, affetti, emozioni, già esi­steva, almeno a livello di intuizio­ne. Gli utenti del servizio, al con­trario, apparivano perlopiù esclusi da questa consapevolezza, tutti assorbiti com'erano dai fatti, del­le cose concrete, dalle emozioni agite. Queste ragioni, e tante al­tre sulle quali non mi dilungo ora, rendevano spesso necessario, nel contesto pubblico, un periodo in­terlocutorio anche molto lungo, dedicato appositamente all'evi­denziazione, al chiarimento della proposta terapeutica.

Fin dall'inizio, mi preoccupavo che l'utente si trovasse di fronte a questa realtà: non era al suo bi­sogno che potevo rispondere, ma alla sua domanda. Come dicevo prima, la risposta al bisogno sa­rebbe stata illusoria, avrebbe ri­proposto una situazione arcaica di indifferenziazione e di confusio­ne. Avrebbe implicato una mia onnipotenza, una mia totale as­sunzione di responsabilità. Avreb­be confermato il paziente in una posizione di impotenza, di dipen­denza assoluta, lo avrebbe auto­rizzato a pretendere da me terapeuta, magicamente, quel be­nessere che, nella misura in cui era realisticamente possibile, so­lo a lui era dato di cercare e rea­lizzare.

Presentando il suo bisogno, l'uten­te si presentava come oggetto di cura. Ma era la sua domanda a renderlo soggetto di fronte a un altro soggetto riconosciuto ed accettato nella sua diversità. Ma co­me richiedere all'utente di riconoscersi e differenziarsi, quan­do era proprio anche per un di­fetto più o meno grave di questa capacità che egli soffriva e chie­deva aiuto?

Toccava a me terapeuta pormi co­me tale. Toccava a me non rispon­dere al bisogno ma provocare una domanda. Spesso questa doman­da sembrava assente. Spesso era proprio così ma talvolta una do­manda che avrebbe potuto esser­ci, veniva come coperta, come anticipata dalla mia risposta.

Col tempo avevo affinato il mio modo di "porgermi": non mi af­fannavo più di tanto nell'impos­sibile compito di stabilire preventivamente a chi offrire, e a chi no, il mio aiuto. Piuttosto, mi impegnavo a cogliere la doman­da dell'altro, a intuirla dove si na­scondeva, e a lavorare su questa, fin dalle primissime battute.

Così facendo, era l'utente, con la sua domanda, ad attivarmi, a consentirmi di esserci, a rendere praticabile la mia funzione.

Se la domanda non c'era, o io non ero stato capace di incontrarla o di valorizzarla, il rapporto sempli­cemente non poteva proseguire. Evitavo così due evenienze ugual­mente penose: di rifiutare un pa­ziente perché inadatto, e di ritrovarmi in una posizione di stal­lo, dove domanda e risposta non si incontrano mai.

Come si poteva definire questo ti­po di lavoro? I n che cosa differi­va, nella sostanza, da quello che esercitavo nella mia pratica privata?

A parte il denaro, che rimaneva ovviamente un elemento discrimi­nante tra le due situazioni, non trovavo altre differenze significa­tive. Col tempo, infatti, era venu­ta meno l'altra differenza, quella relativa alla frequenza degli in­contri. Anche nel mio studio li avevo portati alla frequenza set­timanale, con risultati soddisfa­centi: a parte una maggiore comprensibile fatica, da parte mia e dei pazienti, e a parte lo neces­sità di triplicare il numero degli stessi per raggiungere alla fine del mese un certo guadagno, i I processo terapeutico si svi luppa­va lo stesso, nella grande maggio­ranza dei casi, e molte persone si potevano così permettere un'espe­rienza che altrimenti sarebbe stata per loro proibitiva.

Si poteva ancora definire psicoa­nalisi questo tipo di lavoro?

E lo formazione a questo tipo di lavoro, che lo Scuola de Il Ruolo Terapeutico proponeva agli ope­ratori psicosociali, come poteva essere definita? Era legittimo, az­zardato o del tutto improprio par­lare ancora di psicoanalisi?

Spesso ho ritenuto queste questio­ni dei falsi problemi, delle que­stioni puramente nominalistiche, e come tali, almeno per il mio modo di pensare, cose del tutto futili e sterili. In fondo, mi dice­vo, conta quello che si fa, non co­me lo si chiama.

Nonostante ciò, mi rimaneva den­tro qualcosa di aperto, di irrisol­to. C'è a questo proposito un episodio di qualche anno fa che mi è ancora presente, che mi ac­corgo di citare spesso, e che quin­di ha ancora il potere di smuo­vermi dentro.

Quello che è attualmente il Cen­tro di psicoterapia de Il Ruolo Te­rapeutico,ha avuto, come progetto e come realizzazione, una lunghissima gestazione. An­zi, per restare nella metafora, si può meglio dire che prima dell'ul­tima gravidanza, felicemente riu­scita, ce ne sono state delle precedenti, conclusesi con aborti. Durante una di queste precedenti gravidanze si discuteva, tra colle­ghi tutti interessati ed appassionati al progetto, della frequenza del­le sedute. Uno di questi affermò: "meno di due non si può, non è psicoanalisi"!

Ciò che mi colpì non fu il conte­nuto dell'affermazione, che rite­nevo e ritengo del tutto rispettabile, ma lo sua perentorie­tà, e che questa condizione fosse posta come indiscutibile e irrinun­ciabile, pregiudizialmente. Mi sa­rebbe piaciuto, in quell’occasione, saperne di più, dal collega, dei fondamenti, dei criteri dai quali scaturiva una simile convinzione, ma non ci fu nulla da fare. Il dog­ma non si discute.

Per questo, quando mi dico che è importante ciò che si fa, e non co­me lo si chiama, non rimango soddisfatto del tutto. Rimane sem­pre aperto, per noi terapeuti, il problema di che cosa facciamo, e del perché funziona. È qui, su questo punto, che il lavoro di Co­dignola si rivela, a mio parere, es­senziale per impostare un discorso clinico su basi logiche, su concet­ti coerenti, su concatenazioni ri­gorose.

Proverò ora a riassumere il senso dell'operazione compiuta da Codignola, e a spiegare perché lo ri­tengo tanto importante.

Prima di lui, come abbiamo visto, il setting era definito come l'insie­me di quelle condizioni reali, fat­tuali, che rendono possibile lo svolgimento dell'analisi. Inoltre, tutto ciò che non si analizza, che è escluso dall'interpretazione, che è posto come dato, come esterno al processo interpretativo. Il setting era l'elemento fisso, costante, im­mutabile del processo analitico, che senza questa costanza, que­sta fissit9 non avrebbe potuto svol­gersi. Le condizioni del setting venivano enunciate nel contratto iniziale, e facevano parte di quel pacchetto di cose contrassegnate dalla formula “prendere o lascia­re”. C'era insomma bisogno, per­ché il processo analitico potesse avviarsi e svilupparsi, di una spon­da fissa, predefinita, predetermi­nata, sulla quale il paziente non aveva alcun diritto né alcun po­tere. Qualsiasi tentativo del pa­ziente di agire sul setting andava interpretato. E nel caso egli non avesse accettato qualche elemen­to del setting e si fosse rifiutato di analizzare il significato di questo rifiuto, l'analisi stessa non poteva aver luogo.

Tutto ciò era ed è ineccepibile. Ma non ci si poneva il problema del perché dovesse essere così. Em­blematica di questo atteggiamen­to è lo seguente affermazione di Lorenzer (riportata da Codignola): “Il fatto che il setting analitico sia stato solo sporadicamente ogget­to di discussione... ci suggerisce che esso corrisponde perfetta­mente alle esigenze del metodo psicoanalitico”. Si stabiliva l'esi­stenza di due diverse categorie di elementi, quelli analizzabili e quelli non analizzabili, ma,la na­tura della loro reciproca connes­sione non era stata indagata.

Ne risultava così un grosso squili­brio, e ogni volta che l'esperien­za psicoanalitica veniva portata fuori dal suo contesto tradiziona­le, anche una grossa strozzatura, che finiva per ritorcersi contro l'a­nalisi stessa. Da una parte c'era l'interpretazione, fulcro dell'ana­lisi, il momento in cui il paziente compie “l'acquisizione cognitivo fondamentale”, consistente nel di­stinguere tra oggetto arcaico del­la sua fantasia (oggetto interno), e oggetto reale (oggetto esterno). Dall'altra il setting, fisso e prede­terminato, che intratteneva con l'interpretazione solo un sempli­ce rapporto di necessità e con­tiguità.

Senza setting, l'analisi non pote­va aver luogo, ma non essendo esso stato concettualizzato nella sua funzione e nel suo rapporto con l'interpretazione, si finiva per l'utilizzarlo solo nella sua forma, nei suoi aspetti esteriori, fisici. E nel ruolo di custode dell'ortodos­sia che si era trovato ad assume­re, il setting si comportava come un ringhioso mastino, che non es­sendo stato addestrato a distin­guere tra amici e nemici, finiva per abbaiare indiscriminatamen­te contro tutti.

Per molto tempo, ad esempio, co­loro che si sono avventurati nel trattamento della psicosi si sono visti squalificare lo loro esperienza come non psicoanalitica solo per­ché avevano dovuto apportare modifiche al setting tradizionale. Oggi che l'esigenza di allargare l'ambito di applicazione della psi­coanalisi è particolarmente sèn­tita e diffusa, il problema di questo squilibrio e di questa rigi­dità si ripropone. Mi è capitato so­vente sentir affermare, da parte di colleghi, su questo argomento, che “bisognerebbe interiorizzare il settino!”. Anch'io mi sono accor­to di formulare dentro di me que­sto concetto praticamente con le stesse parole. Se dovessi spiega­re che cosa intendo, nella speci­fica circostanza di cui sto parlando, direi che immagino il passaggio da una forma a una so­stanza.

Se so che il setting è essenziale, ma non dispongo di un coerente, convincente perché, sono costret­to ad attenermi a quella che è la forma in uso. Se viceversa posseg­go un perché, divento libero nei confronti della forma, perché è la sostanza a diventare il mio punto di riferimento.

Codignola ha concettualizzato questo perché. Tramite l'antinomia "vero-falso" ha dimostrato che il setting non è un semplice conte­nitore dell'attività interpretativa, ma intrattiene con essa un rappor­to organico, strutturale, funziona­le. In secondo luogo, ha inserito il ruolo dell'analista tra gli ele­menti del setting.

Mi spiego con un esempio clinico. Un paziente, alludendo alla sedu­ta precedente che era stata mol­to significativa per come era emerso e come era stato trattato un certo tema, dice: "naturalmen­te, non ricordo più nulla': Nel mo­mento in cui pronuncia questa frase, egli è tutto dentro una rap­presentazione di sé corrisponden­te a quella di un individuo incapace, condannato all'incapa­cità. Sembra, quest'immagine di sé, l'unica di cui dispone, ed è con questa che mi si propone. Potrei scoraggiarmi, pensando al prezio­so lavoro andato perduto, irritar­mi, proprio per questo motivo, o compatirlo per la sua incapacità, ad essere tentato di riproporgli quelle cose che lui ha dimentica­to, e che io invece ricordo bene... Ma siamo in analisi. Questo signi­fica che nel dirmi quello che di­ce, non c'è solo, da parte del paziente, quella che al momento appare l'unica esclusiva sua realtà (di incapacità destinata a rimane­re tale, di aspettativa che io fac­cia per lui, e di tante altre presumibili esigenze).

Il solo fatto di essere lì da me, im­plica che egli, oltre a soffrire per le modalità con cui si muove, in­tuisce anche delle potenzialità ini­bite, e che mi affida il compito di aiutarlo a farle emergere.

Freud parlava di rappresentazio­ni finalizzate, per indicare questo aspetto. Alla frase del paziente: "Naturalmente, mi sono dimenti­cato," rispondo proponendo alla sua attenzione quel “naturalmen­te”: Così facendo, metto quell'e­spressione nella categoria delle cose false, che non vanno prese così come sono, ma interpretate, cioè rivelate anche in ciò che di esse non è immediatamente pre­sente nella consapevolezza del paziente. Nel fare così, utilizzo la "verità" del mio ruolo.

Qui il termine "verità" va inteso in senso convenzionale, non è un giudizio di valore, così come non è un giudizio di valore il termine “falsità”: Questo discorso si regge esclusivamente su questa pregiu­diziale: il paziente, nel costituirsi come tale, riconosce in qualche modo l'esistenza dentro di sé di cose “false” (detto in altri termi­ni, la domanda "malata" di cui parlavo più sopra) e riconosce al­l'analista il ruolo d'interprete. Il termine “naturalmente” diventa falsificabile, interpretabile, solo al momento in cui lo colgo e lo ri­propongo al mio interlocutore. Se mi fosse sfuggito o non avessi ri­tenuto opportuno intervenire in quel momento, esso non sarebbe stato investito di quella particola­re caratteristica. Che io scelga quell'elemento anziché tanti altri possibili, che io scelga quel par­ticolare momento e non altri, è evidentemente un fatto arbitrario, opinabile, soggettivo. Dipende da un'infinità di fattori personali, in parte primariamente miei, in par­te indotti dal mio interlocutore, di­pende dal nostro rapporto, dallo stato del nostro rapporto in quel momento, dallo sviluppo che c'é stato precedentemente, ecc. ecc.. Dipende anche da ciò che defi­niamo transfert e controtransfert. La mia funzione richiede natural­mente che io sappia conoscere, valutare e utilizzare questo com­plesso di elementi nel migliore dei modi. "Vero” è semplicemen­te il ruolo dentro il quale mi muo­vo facendo quello che faccio in risposta al paziente. Qui si coglie, a mio parere, il senso del rappor­to tra interpretazione e setting. Si potrebbe addirittura parlare di due aspetti interconnessi e inter­dipendenti della stessa realtà. L'in­terpretazione psicoanalitica non è un'operazione generica, astratta. Essa si materializza solo dentro condizioni date molto vincolanti: all'interno di un rapporto interper­sonale asimmetrico, in cui i ruoli attribuiti ai due protagonisti sono predefiniti e consensualmente ri­conosciuti e accettati. È il ruolo at­tribuito all'analista la parte dura, stabile, costante dell'esperienza terapeutica, ciò che la rende pos­sibile, e l'insieme degli elementi esterni tradizionalmente definiti setting non sono altro che il co­rollario, il braccio secolare di que­sto ruolo.

Se alla fine di una seduta il pa­ziente dice: "perché mi manda via così presto oggi?" è solo il fat­to di poter disporre di una quan­tità di tempo prefissata e costante che rende possibile l'analisi e l'in­terpretazione di questo vissuto. Se non fosse già prestabilito il paga­mento delle sedute non effettua­te, indipendentemente dalle ragioni reali che causano l'assen­za, come potrebbero analista e

paziente ricercare in libertà, e di­sinteressatamente, le eventuali ra­gioni emotive di quell'assenza? È il ruolo dell'analista quindi a ri­chiedere, per essere svolto, un in­sieme di condizioni reali, una specie di cornice fissa, le cui ca­ratteristiche di costanza, stabilità, non interpretabilità derivano sem­plicemente dalla stabilità, costan­za e non interpretabilità del ruolo stesso.

Questa concettualizzazione rende pertanto praticabile quello che avevo definito come "interiorizza­zione" del setting. L'analista non è più schiavo di un pacchetto di regole fisse e immutabili. Cono­scendone la funzione rispetto al ruolo, egli potrà adattare e modi­ficare le regole esterne anche in circostanze diverse da quelle tra­dizionali.

lavorando nel contesto pubblico, ho trovato di grande utilità altri due concetti di riferimento, che ho defi nito le regole della “domanda-risposta” e quella del “fifty-fifty”: Sono concetti già im­pliciti nella concezione della psi­coterapia così come si è venuta delineando in queste pagine. Menzionarli potrebbe apparire addirittura del tutto superfluo al­lo psicoanalista abituato a ricevere nel proprio studio pazienti già au­toidentificatisi come tali, e già motivati.

Ma nel contesto pubblico non è affatto scontato, anzi è del tutto contrario al costume e alla cultu­ra prevalenti, aspettare una do­manda prima di dare una risposta, e non valicare mai il con­fine che separa il campo di re­sponsabilità del terapeuta da quello del paziente.

Nella cultura pubblica è la soffe­renza che dà diritto alla risposta terapeutica, non la domanda. È la soddisfazione del bisogno ciò che viene richiesto, non l'analisi del­le ragioni per cui esso rimane inappagato. Per questo mi è molto servito, nella mia attività pubbli­ca, poter disporre, tra altri ele­menti del setting, anche della re­gola della “domanda-risposta”. L'ho già spiegato: per rispondere su una domanda pregiudizial­mente considerata malata, ho bi­sogno che il portatore di questa domanda non si limiti a scaricar­mela addosso, ma accetti di rima­nere in rapporto con me, e con la sua domanda, affinché essa sia interpretabile.

Così, anche la regola del "fifty­–fifty" mi è stata preziosa, in un contesto dove la cultura e la prassi prevalenti tendono a ridurre, e spesso ad annullare del tutto, quelli che sono gli spazi di auto­determinazione, di scelta, di re­sponsabilità, e dove il ricorso alla delega è massiccio. Per questo in­sisto nel definire proposta il mio modo di offrirmi, di essere dispo­nibile. Posso e debbo fare molto perché la mia proposta terapeu­tica sia chiaramente, correttamen­te percepita nel suo significato, nella sua potenzialità. Ma non posso e non debbo fare nulla quando il mio interlocutore mi chiede di decidere per lui. Que­ste due "regole" sono una prezio­sa risorsa, nel contesto pubblico, anche per definire e difendere un proprio spazio operativo nell'am­bito di situazioni gerarchiche e or­ganizzative che spesso sono molto confuse e confondenti.

Ma questo argomento merita una trattazione a parte, che mi pro­pongo di sviluppare in una pros­sima occasione.

Il coraggio di parlare di amore

Il coraggio di parlare di amore

Sergio Erba

Sono cento anni che lo psicoanalisi si interroga sul funzionamento dell'uomo. Ma chi si interroga sul funzionamento della psicoanalisi?

Assistiamo a questo parados­so: una disciplina che ha dimo­strato, e che continua a dimostra­re, sul piano dei fatti, lo propria efficacia, non ha ancora saputo spiegare le ragioni di questa effi­cacia, sul piano del pensiero.

Se guardiamo ai fatti, si im­pongono queste due evidenze: che sulla scena analitica non c'è una persona sola, ma ce ne sono due; e che le posizioni occupate da queste due persone sono diffe­renziate, predefinite nei loro attri­buti, asimmetriche, non interscam­biabili.

In altre parole, ogni specifico processo analitico, con lo sua sconfinata mutevolezza e lo sua irripetibile singolarità, si svolge al­l'interno di una struttura relazio­nale fissa, stabile, immutabile.

Struttura caratterizzata appun­to dall' asimmetria dei ruoli dell' a­nalista e del paziente, ruoli che sono definibili nelle loro funzioni e nei loro attributi.

Il ruolo occupato dall'analista è quello di chi ha autorità, capa­cità, competenza, responsabilità. Il ruolo occupato dal paziente è connotato dal bisogno, dall'inca­pacità, dalla dipendenza.

È da dentro questi ruoli, da queste posizioni che paziente e analista dicono, fanno, vivono tut­to ciò che definiamo l'esperienza analitica. È un'esperienza intersoggettiva, un incontro e uno scambio tra persone che vi si coinvolgono globalmente, con tut­te le loro energie e facoltà intellet­tive e affettive. È una storia vissu­ta, che contemporaneamente al suo svolgimento si interroga sul senso di quanto vi accade. È un percorso di ricerca nell'interiorità dei singoli e nella relazionalità della coppia analitica. Queste però, che sono solo alcune tra le tante definizioni possibili della processualità analitica, possono essere solo evocative di questa processualità. Per lo sua natura e la sua complessità essa infatti si sottrae a quel tipo di conoscenza e di descrivibilità che si perseguo­no e in certa misura si realizzano negli ambiti dell'oggettività.

A me sembra che la ricerca sul­la processualità abbia quasi total­mente assorbito, finora, l'interesse e le energie di coloro che si occu­pano di psicoanalisi, mentre poca attenzione e poca considerazione hanno ricevuto le questioni struttu­rali. Per meglio dire, queste que­stioni si sono date per scontate, sono state lasciate sullo sfondo. Esemplare in proposito la vicenda del setting, termine sotto il quale si raggruppano, secondo una for­mula ormai stereotipata, gli ele­menti fattuali dell'analisi (spazio, tempo, denaro, lettino o vis-à-vis quelli che fanno parte del contrat­to, che sono posti come dati all'i­nizio del rapporto, e che dovreb­bero poi diventare vincolanti per entrambi i protagonisti della rela­zione analitica. Esemplare perché ancora oggi è poco diffusa la consapevolezza della funzione esercitata dal setting, che gli oc­chi dei più vedono come un sem­plice contenitore anziché come l'elemento strutturante del proces­so stesso.

È stato Codignola, a quanto mi risulta, a mettere in evidenza il rapporto funzionale tra interpreta­zione e setting, e a inserire tra gli elementi del setting anche il ruolo dell' analista, ma questa sua illu­minazione non sembra avere an­cora ottenuto, nella letteratura psi­coanalitica, l'accoglienza che se­condo me meritava.

La struttura della relazione analitica è sovrapponibile a quel­la della relazione parentale. Non tutti concordano con questa ana­logia, nel timore che essa si presti a fraintendimenti ed abusi, e che si confonda la funzione terapeuti­ca con la funzione genitoriale.

Per evitare questa confusione e per poter usufruire senza forzatu­re e pericolo di equivoci di questa preziosa similitudine, è necessa­rio, a mio parere, distinguere il ruolo dalla funzione, operazione possibile naturalmente solo a li­vello astratto, concettuale, perché nel concreto della clinica (e della vita) ruolo e funzione si riuniscono e si materializzano nei singoli in­dividui in carne e ossa, che occu­pano quel posto e svolgono quel­la funzione con la discrezionalità, lo creatività, l'originalità e tutti i li­miti della loro condizione di sog­getti. .

Distinguere e differenziare ruo­lo e funzione segue lo stessa logi­ca cui si ispira lo distinzione tra struttura e processo: quella di identificare, nell'insieme della re­lazione analitica, lo componente fissa, stabile, generalizzabile, su­scettibile quindi di essere studiata e indagata in termini oggettivabi­li.

Ritornando alla relazione pa­rentale, possiamo vederla come il

prototipo, in natura, di tutta quel­la serie di relazioni culturalmente istituite, in cui persone già adulte si dedicano all'accrescimento di coloro che ancora adulti non sono. Si parla di ruoli d'autorità, di figure in posizione di autorità appunto per sottolineare questa funzione accrescitiva, aumentati­va (vai la pena di ricordare che autorità deriva da augere, cioè aumentare, e che nel suo signifi­cato originario, prima di corrom­persi confondendosi con il concet­to di potere, questo termine indi­cava semplicemente quelle rela­zioni fondate su una dipendenza consensuale, accettata, all'interno delle quali l'autorità, e chi la eser­citava, erano al servizio del bene di coloro che vi dipendevano).

Per semplificare all' estremo: i piccoli non diventano grandi da soli, ma grazie alle funzioni ac­crescitive esercitate da coloro che, a cominciare dai genitori, hanno questo tipo di responsabi­lità nei loro confronti.

È pensabile quindi che tutti co­loro che a vario titolo occupano ruoli di autorità siano fondamen­talmente animati da quella forma di amore oblativo, disinteressato, maturo che ha nell'amore dei ge­nitori per i propri figli il modello di riferimento, e che sia questa forma di amore il motore di tutti i processi di crescita.

Ettore Perrella, in un saggio dal titolo "Psicanalisi e diritto", re­centemente uscito, auspica che la ricerca psicoanalitica si risolva fi­nalmente a far entrare nel proprio raggio di competenza e di inte­resse il fattore rappresentato dal­l'amore oblativo, e invita i colle­ghi ad avere il coraggio di parla­re dell'amore.

Mi trovo a concordare total­mente con lui. Che ci voglia co­raggio per parlare di amore, in psicoanalisi, la dice lunga sulle resistenze e sulle paure in propo­sito. Si tratta di uscire da quella concezione materialistica dell'uo­mo con cui per tanto tempo la psi­coanalisi si è identificata, si tratta di abbandonare il mito della scientificità (in senso positivista), si tratta di allargare lo sguardo a quegli aspetti etici, esistenziali dell'uomo per affrontare i quali sembra inevitabile una posizione di umiltà, una capacità di autori­conoscersi creature alle prese col mistero della creazione.

Assunto l'amore oblativo, l'a­more che vuole il bene dell'altro, come modello ottimale dell'amore adulto (nelle relazioni asimmetri­che c'è il polo di chi dà e quello di chi riceve, mentre in quelle sim­metriche, fondate sulla reci­procità, entrambi i poli danno e ri­cevono), siamo soliti indicare col termine di amore transferale tutte quelle forme e modalità di estrin­secazione dell'amore che sono condizionate, nell' attualità, da precedenti impronte affettive, per cui l'altro non è percepito soltanto per quello che è, ma anche in fun­zione delle proprie rappresenta­zioni interne.

Queste rappresentazioni inter­ne possono essere tali e talmente invasive da deformare anche gra­vemente la percezione dell'altro, al limite possono impedirla del tut­to. Chi si ritrova in questa situa­zione non può, non riesce ad ar­rivare alla verità dell'altro, perché dovunque volga lo sguardo trova solamente un riflesso delle proprie proiezioni.

Va tenuto presente che queste definizioni, così limpide, spero, nella loro astratta purezza, servo­no solo a scopo esplicativo, spe­culativo perché nella processua­lità della vita, nella specificità e nella singolarità con cui ciascuno si costituisce e si realizza l'amore oblativo e l'amore transferale si trovano mescolati in una sconfina­ta gamma di combinazioni ed estrinsecazioni.

Nella processualità delle espe­rienze terapeutiche sono natural­mente le manifestazioni dell' amoretransferale a occupare la sce­na relazionale: i due membri del­la coppia analitica non si trove­rebbero lì dove sono se non pro­venissero entrambi da traversie e disavventure affettive verificatesi nella loro storia. e ancora attive, nelle loro conseguenze, nell' attua­lità. Entrambi soffrono di un ec­cesso di transferalità, entrambi in­tuiscono potenzialità affettive im­pedite e imbrigliate, entrambi non si rassegnano allo status quo, en­trambi credono possibile uno sbocco, una liberazione, una più soddisfacente realizzazione di sé. Dei due, il terapeuta è (o do­

vrebbe essere) quello più avanti in questa ricerca, nel senso che il semplice occupare quel ruolo im­plica che in qualche forma e mi­sura egli ha già ricevuto da altri quel tipo di aiuto che si accinge a dare al paziente.

Essendo stato amato "troppo", o troppo poco, o male, egli non si rassegna a farsi accompagnare, per il resto della sua vita, dalle conseguenze e dai danni provo­cati da questo disamore. Il tera­peuta è una persona che anela al­l'amore oblativo in misura verosi­milmente maggiore di quella degli altri esseri umani, se ha scelto di fare dell' oblatività addirittura lo ragione della sua vita professio­nale. Ma lo sua oblatività è parti­colare, ha una specificità che non hanno altre professioni o altre scelte di vita esse pure fondate sull'oblatività.

Si potrebbe dire che l' oblati­vità del terapeuta è un' oblatività specializzata: egli ha conosciuto, nel proprio processo di crescita e di sviluppo, le carenze, le ambi­guità, le ferite, le violenze dell’amore malato, le ha sperimentate sulla propria pelle, ha raggiunto una grande competenza in pro­posito. Si deve però anche dire che essendosi formata all'insegna di un amore malato, questa obla­tività è essa pure, inevitabilmente, malata: se non si curasse, se non si riconoscesse malato, il deside­rio dell' analista si realizzerebbe nell'illusorietà, perché si limitereb­be a trasferire sui pazienti una cura che può essere realistica­mente efficace solo se indirizzata a se stesso. Attraverso l'analisi personale e tutte le altre esperien­ze di formazione il terapeuta èaiutato a riconoscere l'illusorietà del suo desiderio (quello di curare gli altri per non curare se stesso) e a riconoscere le manifestazioni della propria transferalità.

È appunto questa competenza nella ricerca e nella realizzazione (per quanto possibile) dell'amore maturo che il terapeuta mette al servizio di chi gli chiede aiuto. Occupando il ruolo del terapeuta, che è strutturalmente fondato sul­l'amore oblativo, la persona del terapeuta si incontra con la do­manda d'amore malata del pa­ziente: la fronteggia come può e come sa, con tutti i limiti e le im­perfezioni e le disfunzioni della propria personale transferalità, ma può svolgere la sua funzione terapeutica perché è più avanti, è capace di rispondere non ri­spondendo, risponde interrogan­dosi e aiutando il paziente a in­terrogarsi. Interrogandosi, nel senso di rimanere costantemente in contatto con la propria transfe­ralità messa incessantemente alla prova dalla transferalità dell'altro, offrendosi e mostrandosi in questa veste, il terapeuta realizza la oblatività del suo ruolo, dimostra che si può, indica un metodo, aiu­ta il paziente a riconoscersi, a cercare a sua volta la propria rea­lizzazione.

Un mistico inglese del quattor­dicesimo secolo afferma che "alla conoscenza si giunge non dispu­tando, ma agendo e amando".

E Carlo Emilio Gadda, in "Eros e Priapo" dice che l'atto di conoscenza, in genere, ha da ra­dicarsi nel vero, cioè in quel quid ch'è stato vivuto, e non sognato, da le genti.­

Come accogliere queste auto­revoli e convincenti indicazioni, come applicarle al campo della nostra disciplina?

È questa la strada seguita fino­ra dai ricercatori e dai teorizzato­ri, in psicoanalisi?

Un recente libro di Virginia Hunter, "Psicoanalisti in azione" (Titolo originale Psychoanalysts Ta/ks, 1994), offre l'occasione di riflettere sul rapporto tra pratica clinica e teoria: undici personag­gi di spicco della psicoanalisi contemporanea si raccontano al­l'autrice, e contestualmente com­mentano alla luce della loro teoria di appartenenza uno stesso caso clinico. È sconvolgente, anche se non sorprendente, il divario tra le due cose. Da una parte, la ric­chezza, l'umanità, la passione, l'originalità che traspaiono dalle biografie e dal pensiero di autori che hanno dedicato la loro vita alla ricerca e alla clinica psicoa­nalitiche; dall'altra lo povertà e la sterilità di una teoria avulsa dalla concretezza e dall'immediatezza della clinica (dove per clinica psi­coanalitica, ripeto, intendo due persone che si incontrano e vivo­no una storia all'interno di una definita struttura relazionale).

Il libro che ho citato, oltre a es­sere un'inesauribile miniera di spunti, sollecitazioni e illuminazio­ni sul mestiere dell'analista, dice, o conferma, un dato che è risapu­to ma sul quale, a mio parere, non si è riflettuto abbastanza, qùello secondo cui i risultati, gli effetti del!' esperienza analitica appaiono indipendenti dalle tec­niche e dalle teorie di apparte­nenza degli analisti, e mostrano invece di essere in rapporto con qualità e caratteristiche di natura personale, etica, quali lo sicurezza, l'esperienza, l'onestà, la ca­pacità di verità, la coerenza, ecc.

S'intuisce, insomma, una so­stanziale costanza al fondo di tanta variabilità: ecco un'altra an­tinomia, accanto alle altre (struttu­ra e processo, ruolo e funzione) già comparse in questo scritto. Il dato della costanza (la costanza d'oggetto) è certamente un fattore la cui importanza è largamente ri­conosciuta e condivisa, in psicoa­nalisi, ma mi sembra che finora esso sia stato più un dato di fatto chè un elemento studiato nella sua funzionalità.

La ricerca sul funzionamento della relazione terapeutica e sui fattori che la rendono efficace do­vrebbe a mio parere concedere molto più spazio e attenzione alle tante singole esperienze vissute da terapeuti e pazienti, e partire da esse per un successivo lavoro di elaborazione e generalizzazio­ne, almeno per quanto è consenti­to da questa fuggevole e delicata materia. Finora, a quanto mi risul­ta, la strada seguita dalla teoriz­zazione è stata diversa, nel senso che il processo di generalizzazio­ne si è sviluppato più partendo da singoli "particolari" che da una grande quantità di "partico­lari".

I "particolari" (intendendo con questo termine tutto quanto si ri­ferisce alla processualità, alla ori­ginalità, all'unicità di ogni singola storia analitica, e anche alla mol­teplicità delle teorie) appartengo­no all'area della variabilità: se l'osservazione, se la ricerca sono fatte da una distanza troppo rav­vicinata, se manca una visione d'insieme, è inevitabile il risultato di uno smisurato incremento di conoscenza sui fattori di variabi­lità, a scapito della conoscenza su quelli della costanza.

Due campi di ricerca, uno an­cora poco esplorato, l'altro quasi del tutto vergine, si aprono alla prospettiva di un'indagine sul ruo­lo, sulla struttura, sulla costanza; in psicoterapia.

"Uno è quello dei terapeuti. Non di quelli (relativamente po­chi già inseriti pubblicamente e

ufficialmente nel circuito dei teorizzatori, ma di quelli (sono le­gioni) che trascorrono oscuramen­te tutta la loro vita professionale nel faticoso, paziente impegno di aiutare altri a vivere un po' me­glio. Si tratta di dare voce a que­sto oscuri "zappatori", si tratta di incoraggiarli, al limita anche un po' di "costringerli" a raccontare quello che fanno e perché.

L'altro campo è rappresentato dalla voce e dal pensiero dei pa­zienti, Sappiamo molto del loro muoversi, vivere, esprimersi nella relazione, ma ,non sappiamo qua­si nulla di ciò che ha significato per essi l'esperienza analitica, non sappiamo quasi nulla dei fat­tori che ai loro occhi sono appar­si decisivi ai fini di questa espe­rienza.

Sono convinto che dovremo cercare modalità autentiche e ri­spettose per recuperare l'espe­rienza vissuta dai pazienti, per ascoltare anche la loro voce inve­ce di doverci arrangiare sola­mente con le nostre non sempre disinteressate supposizioni. Nel­l'attesa, può essere interessante riandare a qualcuno di quei parti­colari pazienti che hanno riferito, da scrittori, sulla loro esperienza analitica.

Claudio Magris in "Danubio", racconta la visita alla casa di Freud: ... quelle stanze sono fa­mose, anch'io ci sono stato spes­so, ma ogni volta l'impressione è profonda, si avverte in quest'aria il rispetto e la paterna malinconia con le quali quel signore ottocen­tesco è sceso nell'Acheronte. Nel­l'atrio ci sono cappello e basto­ne... la borsa da medico...

Le fotografie e i documenti che affollano il vero e proprio stu­dio... edizioni di testi famosi... sono banalmente illustrativi; que­sto non è più lo studio di Freud, è un museo didattico della psicoa­nalisi, quasi già ridotta a quella formula stereotipa che è ormai d'obbligo in ogni discorso.

Ma nella piccola sala d'aspet­to ci sono alcuni libri della vera biblioteca di Freud: Heine, Schil­ler, Ibsen, i classici che gli inse­gnavano la discrezione, il rigore e l'humanitas indispensabili per discendere negli inferi...

Di tutto questo è rimasto poco nei convegni psicoanalitici, nei quali spesso, confuse sparate a vanvera, ignare di sintassi, de­gradano la psicoanalisi alla sua involontaria parodia...

Gli eredi di Freud non sono i fumosi ideologi che adoperano spettacolarmente la psicoanalisi come una gomma americana, ma i terapeuti che, con pazienza, aiu­tano qualcuno a vivere un po' me­glio.

Quella modesta, rassicurante borsa di cuoio mi fa pensare a tut­ti coloro ai quali debbo quel po' di sicurezza che posseggo, quella minima e necessaria capacità di convivere con le mie oscurità.

Marie Cardinal, ne "Le parole per- dirlo": ... avevo più volte ve­rificato che il dottore stava vera­mente ad ascoltarmi, che non par­lavo al vuoto... Un giorno sentii che ero abbastanza forte per far­lo (per parlare di... L che la mia fiducia nel dottore era abbastan­za grande... 1/ mio sguardo in­contrò il suo, e sono sicura di avervi visto la gioia - che bel la­voro avevamo fatto insieme, vero?.. L'analisi terminò qu(:.mdo sentii che ero in grado di assume­re la responsabilità dei miei pen­sieri e delle mie azioni, qualsiasi essi fossero. Mi ci sono voluti altri quattro anni... 1/ piccolo dottore era il paracadute e il testimone dei miei viaggi nell'inconscio...

... Perché l'analisi non si può descrivere. Ci vorrebbero mi­gliaia di pagine ripetute all'infini­to per esprimere il nulla, il vuoto, il vago, il lento, il morto, l'essen­ziale, il perfettamente semplice. Poi, in mezzo a tutta quella im­mensa monotonia, alcuni 'tratti fol­goranti... AI congedo: Non mi deve ringraziare, è stata lei che è venuta a cercare quello che ha trovato. Non potevo far nulla sen­za di lei...

Ferdinando Camon, ne "Una malattia chiamata uomo": ... A volte la sofferenza era così totale, così senza scampo, così conficca­ta dentro di me, che mi doman­davo come potevo sopportarla, e solo adesso mi è chiaro perché: perché io non ero solo, ero anche lui. Ero due...

L'analista non riesce tanto per ciò che sa, quanto per ciò che è... Le parole non possono dire quello che dice il silenzio...

Giuseppe Berto, ne "1/ male oscuro": Non me ne frega niente di scuole e tendenze, l'unica cosa che pretendo è un uomo probo e onesto, per Dio!... può anche dar­si che prenda appunti alle mie spalle mentre io gli parlo però uno ha ugualmente l'impressione che egli si tenga in testa tutto ciò che gli si dice, e il fatto fa buona impressione sul paziente il quale pensa di avere' a che fare non solo con un medico che possiede singolari attitudini mnemoniche che sarebbe nulla, ma con un uomo che mette diligenza e amo­re nel suo mestiere e anzi più pre­cisamente nel caso che sta trat­tando proprio ora, e si vede bene come andando avanti con ragio­namenti del genere uno possa alla fine sentirsi addirittura lusin­gato e inoltre un'altra buona qua­lità ha questo vecchietto cioè che non dice fesserie dal punto di vi­sta del senso comune...

mi sento di colpo confortato e caldo di riconoscenza per lui che sembra avere tanto a cuore il mio benessere anche oltre l'ora paga­ta della seduta psicoanalitica...

... stando lì steso sento alle mie spalle la presenza affettuosa e attenta di questo vecchietto che vuole che io guarisca...

Credo non sia necessario con­tinuare con queste testimonianze, per mettere in luce quel!' aspetto

dell' analisi che ho definito struttu­rale, nel senso di un ruolo, quello dell' analista, fondato appunto su quelle qualità, capacità e attributi che ciascuno di noi vorrebbe tro­vare in quel qualcun altro nel mo­mento in cui gli si affida e gli chie­de aiuto.

Dico strutturali perché intrinse­camente connaturate al ruolo, esi­stenti prima del momento in cui si incarneranno nelle singole indivi­dualità. Strutturali perché prefigu­rate nella mente e nelle aspettati­ve del paziente già nel momento in cui egli concepisce l'idea di re­carsi da un analista, concepimen­to che può verificarsi anche molto tempo prima di una conoscenza ed esperienza diretta, concreta, personalizzata. Strutturali perché prescindono dalla specificità e

dalla originalità con cui un deter­minato terapeuta in carne e ossa copre e interpreta questo ruolo, anche se è evidente che le espe­rienze descritte dagli scrittori che ho citato non sarebbero state quelle che sono state se dall'altra parte del lettino essi non avessero trovato persone autenticamente capaci di amore oblativo e pro­fessionisti capaci, competenti ed esperti nell'espletamento della loro funzione.

Sintomatico in proposito è il fatto che l'analista-persona rima­ne sullo sfondo, almeno come ten­denza, non solo nella concezione monopersonale del rapporto ana­litico, quello per intenderci dell' a­nalista specchio o dell'uomo in grigio, ma anche nella concezio­ne bipersonale, dove, almeno teo­ricamente, i soli aspetti personali dell'analista che vengono esplici­tamente giocati sulla scena sono quelli in qualche modo apparte­nenti allo spazio relazionale, transferale.

Illuminanti l'imprecazione del­la Cardinal: ... maledetto ometto, è rimasto mascherato fino alla fine! oppure la considerazione di Camon: ... Ci siamo parlati per mille e cinquanta ore, ma non so con esattezza chi è...

Concludo con una osservazio­ne personale e con un mio fram­mento clinico.

L'osservazione riguarda un fenomeno che mi capita di rileva­re con una certa frequenza, in oc­casione dei cosiddetti primi collo­qui. Persone che si sono decise al passo di chiedere aiuto a "un al­tro" magari dopo un lungo trava­glio fatto anche di indecisione e continui ripensamenti, nel momen­to in cui si trovano per la prima volta di fronte a me, si aprono, emotivamente, con un'intimità e un'intensità che ai loro stessi oc­chi appare sorprendente. Intimitàe intensità che scompariranno prontamente dalla scena, ad esperienza analitica avviata, e che saranno recuperate solo dopo un duro e lungo lavoro. Con chi si incontrano, in quel primo momento? Non certo con me per quello che realisticamente sono, ma, ritengo, con quel personag­gio che rappresento ai loro occhi grazie al ruolo che occupo. S'in­contrano col mio ruolo, prima. an­cora che la mia persona abbia avuto modo di farsi presente, pri­ma ancora che la mia funzione specifica, quella analitica, abbia avuto modo di essere esercitata.

Il frammento clinico riguarda Roberto, che attualmente è il mio paziente più antico, quello che viene da me da più tempo. Quan­do si presentò soffriva di emorra­gie gastriche ricorrenti, che richiedevano il ricovero in ospedale e che lo mettevano, talvolta, in peri­colo di vita.

La mascella contratta, l'eloquio estremamente rallentato, Roberto ha sempre riproposto, negli in­contri con me, con scarne parole e con sentimenti rimossi, la sua storia contrassegnata da gravi ca­renze affettive e da ripetuti ab­bandoni. Pur disponendo, nella sua vita di adulto, di moglie, figli, amici, colleghi ben disposti nei suoi confronti, egli si è sempre presentato a me çome il tapino in­

compreso, affamato di un amore che tutti gli negano.

Costanti, nei miei confronti, rimproveri ed accuse: non essergli padre, non fargli da padre. Ogni espressione di desiderio, ogni ac­cenno di domanda, da parte sua, avevano già dentro, al momento stesso dell' estrinsecazione, impos­sibilità e rifiuto. Ogni intervento, da parte mia, cozzava contro una barriera apparentemente impene­trabile, spesso attivamente respin­gente. Ogni accenno a emozioni, di pianto, di rabbia, immedia­tamente soffocato, e spesso atti­vamente negato.

Che cosa mi ha consentito di andare avanti? La consapevolez­za del posto che occupavo, il desiderio e l'intenzione di occuparlo al meglio delle mie possibilità. Era questa consapevolezza a dar­mi la forza di resistere, di credere che ci potesse essere un senso in quella storia. E se quella storia continuava non era solo per il mio mantenermi al mio posto, ma an­che perché, da parte sua, Roberto continuava a venire. Venendo, non trovava solo quel personag­gio immaginario che tanto male gli aveva fatto e che tanto bene avrebbe dovuto fargli, per riscattarsi e assolvere ai suoi debiti. Trovava anche, e soprattutto, una persona che pur accettandolo nel­la sua "assurdità" cercava di par­lare realisticamente con lui, cer­cava di mostrargli il divario tra la realtà che egli si rappresentava e quella che poteva essere percepi­ta con occhi più liberi dai condi­zionamento del passato. Se Roberto continuava a venire signifi­cava che anche lui, malgrado le apparenze contrarie che dominavano la scena terapeutica, crede­va nel mio ruolo.

Le emorragie col tempo sono diminuite di intensità, poi non sono stati più necessari i ricoveri, ora esse non si verificano più, se non, talvolta, in forma appena ac­cennata, che egli è in grado di ri­conoscere subito, e di. controllare.

Ora Roberto ha intuito il legame tra il suo stomaco e i suoi affetti, tra le emorragie e la sua paura e la sua rabbia. Nella sua vita famigliare, nel suo lavoro, le cose evolvono, pro­grediscono.

Un certo giorno, Roberto esordisce in seduta così: "Mi sento in bilico. Un anno fa, di questi tem­pi, sono stato male. Sento che potrebbe succedere ancora, ma che potrebbe anche non succedere. È sempre acuto in me il senso di vuoto, continuo a non trovare amore... " . Poi, sollevando lo sguardo verso di me: “Mi aiuti...", e subito dopo: "ho una sensazione stra­na, nuova... ". Nel frattempo, le guance sono solcate da lacrime copiose, che paiono sgorgare senza ostacoli, bene accolte.

Dico: "Sento che ha chiesto aiuto a me, per quello che sono realisticamente, non a quello che dovrei essere, a quello che lei vorrebbe che fossi... ".

Roberto annuisce, è d'accordo, e mi racconta che si è accorto, con uno dei suoi figli, di acco­gliere con benevolenza certi brutti voti, dovuti all' ansietà, non alla mancanza di diligenza. "Prima andavo in crisi, rimanevo deluso, mi arrabbiavo, non tolleravo che potesse avere le mie stesse difficoltà...".

Risposte possibili a domande impossibili

Risposte possibili a domande impossibili

Quando si parla di istituzione nell'ambito dell'assistenza socio sanitaria, il pensiero corre subito al manicomio, o a luoghi analoghi, come i vecchi istituti di assistenza per l'infanzia o per gli handicappati; ed allora ci si rassicura constatando quanti cambiamenti siano avvenuti in questi anni, sia dal punto di vista culturale che da quello pratico. La malattia mentale, il disagio psichico, le varie forme di handicaps, tutte .Ie disfunzioni di sviluppo, affettive, comportamentali attinenti al mondo dell'infanzia, della famiglia, della scuola trovano oggi un'articolata rete di servizi territoriali istituiti appunto per dare risposte competenti ed efficaci alle domande di intervento e di aiuto che provengono dalle aree sopraenumerate.

Da un certo punto di vista, quindi, il travaglio culturale e politico che c'è stato nel mondo dell'assistenza sociosanitaria e nell'opinione pubblica nel corso degli anni settanta ha dato concreti risultati: le vecchie strutture sono in via di estinzione, le nuove strutture sono in funzione da qualche anno ed hanno certamente superato la difficile fase di avviamento.

Se però esaminiamo da vicino i servizi psichiatrici territoriali, i consultori familiari, i servizi di neuropsichiatria infantile, i servizi di psicologia scolastica, ci rendiamo facilmente conto che essi hanno sì perduto quelle connotazioni grossolanamente istituzionali quali la violenza, la repressività, l'emarginazione sociale, ma ne hanno conservate altre, più sottili, sulle quali vale la pena di soffermarsi. Una definizione corrente di istituzione [Enciclopedia Europea Garzanti] dice che essa è un insieme di norme, di consuetudini, di valori che regolano i comportamenti e le relazioni all'interno di gruppi di persone che svolgono funzioni ritenute socialmente rilevanti per la società o importanti parti di essa. Le stesse norme e valori e consuetudini regolano inoltre i rapporti tra le istituzioni e coloro che vi si rivolgono.

La caratteristica fondamentale di queste norme è di essere relativamente stabili nel tempo e, soprattutto, di essere slegate dalle esperienze soggettive e dalle caratteristiche personali dei singoli individui. Le domande portate ai servizi, le risposte da questi erogate posseggono un alto grado di prevedibilità, di scontatezza, di automatismo. Le persone che portano le loro domande si presentano con problemi, con situazioni di sofferenza anche grave, con bisogni forti ed impellenti, ma nella maggioranza dei casi, nel momento dell'incontro col servizio, sembrano esaurire il

loro compito proprio con la . formulazione di una richiesta di aiuto. In quel momento vengono meno come soggetti pensanti, desideranti, dialoganti, non hanno coscienza che, rispetto al problema e alla sofferenza di cui soffrono, hanno comunque una loro parte di responsabilità e di potenzialità. Affidano la loro domanda all'interlocutore che si trovano davanti e si aspettano che l'altro risponda, faccia: risolva, decida, intervenga. Si sentono estranee rispetto alle cause del male che talvolta collocano all'interno del corpo, talaltra in un'altra persona, o in circostanze ambientali. Stanno male perché "dentro" qualcosa non va, o sono il coniuge, o il figlio, o il lavoro a determinare le loro afflizioni o i loro sintomi. Anche le risposte che vengono solitamente offerte da parte dei servizi a queste domande, posseggono in genere delle caratteristiche istituzionali nel senso della definizione poco sopra esposta. Le più comuni sono lo risposta medica, quella assistenziale, quella burocratica. La risposta medica è fondata su I presupposto di una psicopatologia, per cui diagnosi, prognosi e terapia intesa come prescrizione farmacologica, sono procedure conseguenti e coerenti. La risposta assistenziale si basa sul presupposto che i problemi, il malessere, le difficoltà denunciati siano dovuti all'esistenza di carenze che individui incapaci e bisognosi non sanno o non possono fronteggiare. Per cui essa si preoccupa di sostituirsi all'interessato.

La risposta burocratica sembra preoccupata prevalentemente degli aspetti formali, organizzativi, esteriori. All'utente che non appartiene all'ambito della propria competenza territoriale si risponde di no, lo si indirizza altrove, prima ancora di aver appurato i motivi del disguido, che potrebbero essere motivati da una scelta consapevole, o dovuti a ragioni plausibili, meritevoli di essere considerate.

A proposito della risposta burocratica, cito un piccolo esempio.

Un collega, dopo un faticoso e paziente lavoro preliminare, era riuscito a proporre e a far accettare un trattamento psicoterapeutico ad un adolescente appartenente ad un gruppo familiare che presentava molte difficoltà.

Soddisfatto di questo risultato, e ancora trepidante per lo precari età della situazione, egli aveva avuto il bisogno di partecipare alla scelta del terapeuta, indicando quelli che a suo parere èrano gli elementi importanti da considerare.

Esposto il problema al suo caposervizio, si era sentito rispondere "Quanti anni ha? Di che zona è?", ed era rimasto deluso per questa risposta.

Anche la risposta psicologica offerta nei nostri servizi può rientrare in questa categoria delle risposte istituzionali. Spesso infatti l'indicazione per una psicoterapia scaturisce da una disamina fatta automaticamente su dati esterni di tipo diagnostico, e non concordata in base a una valutazione fatta insieme alla persona interessata. Accertato quindi che le nuove strutture assistenziali, pur avendo perduto alcune caratteristiche istituzionali, ne hanno conservate altre, si tratta di valutare quanto queste seconde incidano sulla funzionalità e l'efficacia di questi organismi. Un dato è evidente, ed è sufficiente per la risposta: istituite per rispondere alla sofferenza, al disagio psichico, ai problemi relazionali delle persone, le strutture socioassistenziali non solo non­riescono che raramente a dare risposte efficaci, quindi a diminuire, se non a risolvere, la sofferenza sulla quale intervengono, ma esse stesse sono costituite da persone in gran parte sofferenti.

Numerosi sono i sintomi della sofferenza degli operatori sociosanitari: accenneremo a quelli più evidenti e diffusi. Innanzitutto, e queste sono le manifestazioni più grossolane, l'insoddisfazione con cui lavoriamo, l'alto grado di frustrazione, l'alto grado di aggressività che caratterizza i rapporti, professionali e personali, all'interno del servizi, dei gruppi di lavoro, della équipe.

Altro sintomo di sofferenza è rappresentato dall'attuale impossibilità di concettualizzare la propria funzione professionale, strettamente connessa con la crisi di identità professionale che colpisce tutte le categorie , operanti nel settore.

Un altro sintomo ancora di questa sofferenza, di questa insicurezza professionale èriscontrabile nell'ansia con la quale molti servizi si pongono il problema dell'informazione sanitaria e della prevenzione, quasi temessero di perdere i pazienti, di rimanere senza lavoro.

La psicoterapia può rappresentare una grande risorsa, in questo sistema assistenziale sanitario pubblico popolato da utenti e operatori che si incontrano con grandi aspettative, che si interpellano e interagiscono talvolta anche per lungo tempo, e che si lasciano, di solito, nella frustrazione e ­delusione reciproca.

Se la risposta consueta, quella definibile come istituzionale, consiste nel dare sempre e comunque una risposta alla domanda che si riceve, l'alternativa psicoterapeutica può consistere in quella risposta che prende in considerazione la domanda, la valuta e si propone di capirla. Questo è possibile a due condizioni precise: che l'operatore sia capace di questo tipo di risposta, e che veda in essa lo strumento essenziale, specifico, della sua professionalità; e che l'utente portatore della domanda sia in qualche modo disponibile a fare la sua parte, a rimanere cioè soggetto interlocutore con l'altro proprio nel momento in cui, come abbiamo visto, egli tende a scomparire e a demandare alla controparte tutta la competenza e la responsabilità della risposta. Illustrerò ora, con qualche esempio clinico, che cosa intendo dire quando definisco la psicoterapia come una risposta possibile a domande impossibili. Ad un centro psicosociale si presenta una coppia di mezza età. L'uomo indica la moglie come quella dei due bisognosa di intervento, e si mette a ­descrivere minuziosamente i sintomi di cui ella soffre. L'uomo non si capacita del fatto che la moglie, che è sempre stata il pilastro della famiglia,da qualche tempo si è fatta svogliata, ha perso l'interesse per la vita, trascura i figli, è disappetente e insonne. Accusa disturbi fisici localizzati in varie parti del corpo che visite mediche ed esami clinici hanno dimostrato privi di fondamento organico. Ogni tanto l'uomo interpella la moglie, per ricevere conferma di quanto dice, ,èd ella annuisce.

Il loro interlocutore fa qualche domanda per allargare ed ' approfondire il discorso, per coinvolgere la donna, per saggiare il suo punto di vista, per far emergere qualche eventuale aspetto problematico. A tutte, queste domande il marito si affretta a rispondere per primo anche quando si tratta di argomenti che riguardano principalmente sua moglie la quale, dal canto suo, dimostra di assecondare, quasi di gradire che I u i proceda così.

La domanda esplicita che l'uomo rivolge all'operatore e che la donna approva incondizionatamente, è quella tipica di una terapia farmacologica. La donna già assume farmaci, ansiolitici e antidepressivi, con esito modesto, ma di fronte a questa obiezione l'uomo ribatte: "ci vuole una cura più forte, per questo siamo venuti qui!".

L'operatore, pur non rifiutando a priori l'idea dei farmaci, fa presente alla coppia che la situazione presentata richiede un approfondimento. Si tratta di un approfondimento possibile solo con la loro collaborazione, può l' riguardare aspetti e problemi della loro vita, della loro storia che essi non sono abituati a considerare. Presentò questa sua proposta in termini aperti, possibilisti, insistendo sul concetto che è una proposta, non una prescrizione, e che come tale può essere accettata o rifiutata, ma che, a suo parere, merita di essere presa in considerazione.

Specifica inoLtre che questo chiarimento può essere fatto da loro insieme, ma anche da uno solo dei due, se l'altro non se la sente o non lo ritiene opportuno. AI termine del colloquio, una volta accertatosi che la proposta è stata capita, almeno nei termini esteriori, l'operatore congeda la coppia, lasciando ad essa l'iniziativa per eventuali altri incontri.

Due settimane dopo questo primo contatto la donna ritelefona, chiede un appuntamento e nel corso del colloquio al quale si presenta da sola, dice di aver pensato a lungo all'incontro precedente e di essersi infine decisa, dopo molto travaglio, a questo passo, mentre il marito ha preferito rinunciare.

E molto emozionata, dice di avere il cuore in gola. Il suo interlocutore si interessa a ciò, la invita a considerare proprio questo che avviene, a seguire il filo delle emozioni e dei pensieri che si muovono dentro di lei, e così, quasi naturalmente, prende avvio una relazione psicoterapeutica che, al momento in cui scrivo queste note, procede da circa un anno con esito soddisfacente, attraverso colloqui settimanali. Nel caso clinico appena illustrato, la risposta terapeutica, finalizzata o individuare un interlocutore disponibile dietro la domanda impossibile di una terapia farmaco logica "più forte", ha dato un esito positivo. Nell'esempio che descriverò ora, l'aver lavorato psicoterapeuticamente su una domanda impossibile, ha condotto invece ad una caduta della domanda stessa.

Previo appuntamento si presenta al servizio psichiatrico territoriale un gruppetto di quattro persone: un ragazzo sui vent'anni, la madre, la sorella di questa, e una sorella del ragazzo. Il ragazzo è taciturno, passivo, ha un atteggiamento riluttante, è evidente che è stato condotto qui forzatamente. La zia esordisce: "mio nipote fino ad un anno fa si drogava, ora ha smesso, ma si è chiuso in se stesso, non esce di casa, non risponde, non lavora più, gli unici segni di vita li vediamo quando s'i arrabbia con qualcuno di noi. Trascorre inattivo e apatico tutta la giornata, esce solo per comprarsi, le sigarette. Noi siamo disperati, non sappiamo più cosa fare. Dopo una breve pausa, aggiunge in termini perentori: "bisogna curarlo, bisogna ricoverarlo, bisogna trovare un luogo, ospedale o comunità, dove lo rimettano in condizioni normali!". Mi trovo di fronte ad una situazione certamente grave.

Il ragazzo è in condizioni di sofferenza evidente, dalle poche notizie anamnestiche fornite dalla zia, oltre a ricoveri e trattamenti farmacologici precedenti, senza esito alcuno, emergono elementi che fanno pensare che la pregressa tossicomania possa aver mascherato una iniziale condizione psicotica.

Il fatto che gli interventi precedenti non abbiano dato risultato non sembra d'altronde costituire per la zia un elemento di ripensamento o di dubbio.

Che possibilità c'é di dialogare con questa donna? E gli altri, i presenti, muti e passivi, e gli assenti (il padre, le altre sorelle del ragazzo), chi sono, cosa chiedono, che parte hanno nella situazione, quali rapporti legano questo gruppo di persone? Mi preoccupo di saggiare il terreno, di apprendere se c'è una disponibilità, anche minima, da parte di queste persone, ad entrare in contatto con me, a partecipare ad una disamina del problema. Per questo, precisato da parte mia l'opportunità di questo chiarimento preliminare e dichiaratomi disponibile, lascio a loro di decidere se accettare o meno. Li congedo, pertanto, senza che sia fissato un altro appuntamento. Chiedendomi SA torneranno, non so cosa rispondere.

La settimana successiva la zio si rifà viva e abbiamo altri due o tre colloqui. In uno di questi il ragazzo chiede dei farmaci. È il primo cenno di vita da parte sua. Che cosa faccio? Lo accontento, rischiando di soffocare sul nascere questo faticoso tentativo di approfondimento, o li rifiuto, col rischio di rifiutare il ragazzo nell'unico momento in cui esprime una domanda? Egli non riesce, o non vuole diredi più, non spiega il perché della sua richiesta, si richiude nel consueto mutismo. Gli prescrivo una terapia sedativa,

specificando (ma sarò capito?) che lo faccio solo per non trascurare lo sua richiesta. Continuo a chiedermi: qual'è la domanda di queste persone? Che cosa vogliono? Emergono elementi della loro storia.

È una famiglia numerosa, il ragazzo è l'unico maschio, ha cinque sorelle. I1 padre se n'è andato di casa da tempo, viene descritto come un fannullone, un irresponsabile.

"Verrebbe a questi incontri, se lo invitiamo?" "Certamente", si affrettano a rispondere madre e zia, "ma non sarebbe di nessun aiuto!" "E le altre sorelle?" "Probabilmente si, compatibilmente con i loro impegni" (lavorano, alcune sono sposate, hanno dei figli piccoli).

Si arriva ad un incontro con tutta lo famiglia. Manca Solo il padre, ma c'è lo zia che sembra averne preso il posto. È lei che guida, che comanda, che interviene, che insiste, con molta coerenza, sulla necessità di un ricovero.

Ma nel frattempo altri cominciano a riprendere vita e parola. La mamma ad esempio, che sembrava incapace di dire alcunché che non riguardasse lo sua preoccupazione per il figlio, comincia ad interloquire e a dire lo sua, precisando e correggendo alcune affermazioni della sorella. Anche il ragazzo comincia a sciogliersi.

All'inizio dell'incontro c'è un imbarazzato silenzio che qualcuno, perlopiù lo mamma, rompe invitando il ragazzo a "dire qualcosa". Il ragazzo ne rimane infastidito, altri si affiancano alla madre nel chiedergli di parlare, accentuando il suo mutismo. Mi preoccupo di fare qualche domanda generale, rivolgendola a tutti i presenti, e chiedendo a ciascuno lo sua personale risposta. A queste domande anche il ragazzo risponde, dimostrando che il suo non è un rifiuto di parlare, ma è un rifiuto della particolare posizione in cui gli altri lo costringono.

Nel secondo di questi incontri allargati, manca lo zia. Le spiegazioni che vengono date di quest’assenza sono discordanti, per qualcuno delle ragazze si tratta di un impedimento contingente, per altre di una rinuncia definitiva. Sembra comunque che lo cosa sia vissuta con sollievo, anche lo madre sembra più libera di esprimersi. Nell'incontro successivo, che sarà l'ultimo, c'è lo consueta schermaglia iniziale: lo mamma insiste perché il figlio parli, una sorella lo induce a togliersi il giubbotto perché fa caldo. Faccio notare come le attenzioni e le attese di tutti siano rivolte a lui. La mamma: "sa, dottore, domenica è accaduto un fatto grave, abbiamo sentito mio figlio che diceva ad un amico che si voleva sposare!" Lo dice per farmi capire fino a che punto è arrivato il suo distacco dalla realtà.

Una figlia interviene: "mamma, raccontiamo perché questo è successo!"

C'è stata una riunione di famiglia, era presente pure il padre; si parlava di lui, la madre aveva espresso lo convinzione che se il figlio avesse trovato una brava ragazza, e se si fosse sposato, sarebbe guarito.

Più tardi il ragazzo, disperato, telefona a un amico e gli dice "mi vogliono far sposare!..."

La madre, con imbarazzo e vergogna, parla allora della sua preoccupazione riguardo alla capacità sessuale del figlio,riguardo alla sua virilità e racconta come poco tempo prima si fosse accordata con una prostituta che, fingendosi infermiera, avrebbe dovuto sottoporre il ragazzo ad una prova di virilità. Da questo episodio il ragazzo è uscito molto avvilito, racconta la madre. Anche lei è molto avvilita nel raccontarlo.

Il ragazzo vede riconosciuto solo adesso un inganno che presumibilmente aveva intuito già al momento in cui l'episodio si svolgeva, e ascolta senza dare segni evidenti di una qualunque reazione.

Una delle ragazze dice di provare molta vergogna, per sé e per tutta la famiglia, nel sentire queste cose.

Tralascio molti spunti problematici riaffiorati nel corso di questo lavoro, come ad esempio lo complessa articolazione di sentimenti e giudizi di ciascuna delle ragazze nei confronti del padre, e le conseguenti reazioni di gelosia della madre.

Oppure il problema, anche culturale, di un ruolo maschile sentito importante, anzi, preminente per ragioni di prestigio e di facciata, ma sostanzialmente svalutato e subordinato, nei fatti, al potere femminile.

Il problema non è ancora quello di formulare ipotesi interpretative, o psicodinamiche; ma, più banalmente, quello di accertare la natura della domanda, soprattutto l'esistenza o meno di interlocutori disponibili a esserci.

Lo sviluppo della situazione, fino a questo momento, non dice nulla in proposito. La domanda iniziale, una perentoria richiesta di farmaci e ricovero, si presenta come una domanda impossibile; la risposta a questa domanda, che ho definito risposta. terapeutica, è consistita in questo lavoro sulla domanda, inteso come tentativo di recuperare e di riconoscere, oltre ai problemi, anche le persone protagoniste degli stessi. Questo lavoro ha evidenziato molti focolai di tensione e di conflitto; molte persone che all'inizio non figuravano, sono progressivamente comparse sulla scena, restituendo vita e significati a una situazione che all'inizio si presentava del tutto mortificata e inspiegabile.

La domanda, inizialmente impossibile, si dimostra, strada facendo, potenzialmente suscettibile di buone risposte, ma ancora non sono emersi interlocutori disponibili a

incontrarsi con me. L'interlocutore iniziale, la zia, si è ambiguamente defilata appena la vicenda ha preso un andamento diverso da quello da lei previsto e richiesto; come giocherà questo fatto sugli altri, dato il grande potere che essa esercita su tutto il gruppo dei suoi familiari? ­

Questo è il punto essenziale, una qualsiasi forma di accordo, di contratto che definisca il senso ell'incontro, condizione preliminare per ritrovare insieme il senso di tutto quanto accade e si sviluppa all'interno di esso. Nella situazione clinica che ho raccontato, proprio questo, al momento mancava, nonostante la ricchezza, la vivacità e la forza delle emozioni che intercorrevano all'interno del gruppo.

All'appuntamento successivo, già concordato, non si sono presentati, né si sono più fatti vivi in alcun modo.

Mi soffermerò adesso su un esempio nel quale una domanda presumibilmente possibile trova una risposta" eccessiva" e "prematura", con conseguente risultato di impasse.

A un servizio psichiatrico territoriale si presenta un signore distinto, elegante, funzionario di una grande azienda della città. Lo psichiatra che lo riceve, non abituato a lavorare con persone di elevata categoria sociale, ne è immediatamente attratto, tanto più che quella persona giunge colà dopo aver consultato senza soddisfazione diversi specialisti privati. Gli hanno detto che in quel servizio lavorano bene, e lo psichiatra ci tiene a fare bella figura.

Ilpaziente è un uomo di cinquantacinque anni, depresso, che lamenta tutta una serie di disturbi fisici. Quando lo congeda, dopo il primo colloquio, allo psichiatra si fanno incontro, eccitati e incuriositi, alcuni colleghi.

Che cosa era successo? Senza neanche accorgersene, egli aveva trascorso ben due ore e mezza con questa persona! I colleghi si dimostrano interessati, vogliono sapere, ma lo psichiatra è evasivo, gli sembra che con le loro domande essi vogliano "portargli via" il caso. Ha proposto al paziente colloqui settimanali, e per un certo tempo tutto sembra andare per i I meglio, con soddisfazione di entrambi. L'uomo ha una storia personale molto ricca, piena di vicende interessanti, che appassionano il suo interlocutore, e una situazione attuale, familiare e affettiva, con problemi che stimolano nello psichiatra interpretazioni e ipotesi svariate.

Poi, questa fase sembra esaurirsi, e lo psichiatra ha la sensazione di essere intrappolato e di non avere vie d'uscita. È a questo punto che porta il suo problema al gruppo Balint cui partecipa. Esordisce nel gruppo dicendo: "non so più come continuare". I dati e le notizie che egli aveva portato al gruppo per presentare il suo paziente, erano così attraenti, che per una buona mezzora molti si impegnano a dire, proporre, spiegare, criticare, Lo psichiatra ne rimane frastornato, e tutti si ritrovano al punto di partenza. Successivamente l'attenzione si sposta dal paziente allo psichiatra, e così tutti si accorgono che lo grande disponibilità che egli aveva sentito, l'interesse e l'impegno nei confronti del suo interlocutore gli avevano fatto trascurare di chiedersi, e di domandare al paziente, perché si trovava lì, che cosa si -aspettava e se era disponibile a un lavoro comune per affrontare insieme i suoi problemi.

Quest'ultimo esempio mi obbliga ad accennare anche se solo di sfuggita alla formazione professionale.

La risposta terapeutica non può scaturire solamente da un coinvolgi mento personale - dell'operatore nell'incontro con l'utente, ma soprattutto dal fatto che questo coinvolgi mento sia consapevole e finalizzato. Essendo l'operatore, proprio in quanto essere umano, condizionato nella sua personale modalità di rapporto con l'altro,

da conflitti e bisogni emotivi profondi della stessa natura di quelli degli utenti, solo attraverso un processo formativo di lunga durata egli può diventare consapevole di questi aspetti della sua personalità che è necessario riconoscere e controllare perché sia possibile un reale ascolto delle esperienze dell' altro.

Anche la domanda di formazione può essere una domanda "impossibile".

Sono stato invitato una volta da un'équipe di un servizio psichiatrico territoriale di una città dell'Italia settentrionale. L'incontro con questo gruppo di operatori è molto ricco e vivace, emergono la storia recente dell'équipe, le vicende che hanno portato alla sua costituzione. Attraverso un'esposizione a più voci, si delineano punti controversi relativi a problemi di organizzazione, e anche all'impostazione generale del loro lavoro. Il tutto i n un'atmosfera impregnata da una tensione sotterranea.

Per un certo tempo, nonostante le mie sollecitazioni, lo mia domanda sul perché della loro chiamata non trova risposte convincenti. Poiché insisto su questo punto, lo risposta infine si trova.

La caposervizio dice: "L'ho invitata a venire per dimostrare a loro che non è possibile far niente!"

Loro, cioè i suoi collaboratori, riconoscono che avevano fantasticato il mio intervento come risolutivo dei loro conflitti e dei loro problemi, attribuendomi una capacità che apparteneva più al mondo della magia che a quello delle facoltà umane.

Piazza Vesuvio 19, 20144 Milano
Contatti: Tel: 024987357

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Contatti: Tel: 06/44291049 Fax: 06/44290410


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