| Siamo buoni o cattivi? |
"Una volta i depressi scrivevano poesie. Oggi rompono i coglioni a noi". È uno dei commenti apparsi sul blog degli utilizzatori Ratp, la rete metropolitana di Parigi, scritto da un passeggero infuriato dall'interruzione del traffico a causa di un 'incidente umano', termine pudico per segnalare un suicidio. Non è un commento isolato: con un centinaio di 'incidenti umani' all'anno (per la Ratp 60, per l'associazione passeggeri 200) è capitato a tutti di aspettare invano sulla banchina e ascoltare i commenti feroci dei passeggeri: nessuna pietà, solo enorme insofferenza. Tipico. Di una società sempre più anestetizzata, insofferente, incattivita.Siamo davvero più cattivi? 'Finalmente cattivi', come ha titolato il quotidiano 'Libero' il 14 maggio, salutando con soddisfazione il pacchetto sulla sicurezza? Nel mondo anglosassone, dove i concetti di bontà e cattiveria sono presi sul serio, si discute molto di bontà. Meglio: della sua necessaria rivalutazione, contro la cattiveria che sembra permeare oggi le relazioni. "Abbiamo disimparato l'empatia", sostiene JD Trout, autore del saggio 'The empathy gap' e docente di filosofia alla Loyola University di Chicago, secondo cui società e istituzioni hanno il dovere di promuovere tutte le forme di generosità e solidarietà possibili, per contenere gli atteggiamenti egoistici insiti nella natura umana. Come spiegare a Trout che nessuna legge può combattere i tanti gesti quotidiani di inciviltà? Un esempio, pescato ancora nel vasto universo dei trasporti e documentato sul blog newyorkese 'peoplewhositinthedisabilityseatswhenimstandingonmycrutches.com'. L'autore, piede ingessato e stampelle, si piazza davanti ai posti assegnati ai disabili ma occupati da persone sane. Che fingono di non vederlo. Lui, giorno dopo giorno, li fotografa col cellulare, postando poi sul suo blog quei volti apatici, a volte ostili, quasi sempre indifferenti. Come ci siamo arrivati? Tentano una risposta due libri freschi di stampa: 'Born to be good'', in cui Dacher Keltner ribadisce il concetto rousseauiano dell'uomo naturalmente buono ma corrotto dall'ambiente, e il saggio 'Elogio della gentilezza', da poco uscito da Ponte alle Grazie. Gli autori, lo psicologo Adam Phillips e la storica Barbara Taylor, cercano di capire perché nel corso del tempo la gentilezza, intesa come empatia, condivisione, generosità, altruismo, bontà, sia diventata un disvalore. "Una società come la nostra, che promuove il valore della competizione e quindi si basa sulla divisione tra vincitori e vinti, non può che generare cattiveria", sostiene Taylor: "La gentilezza, o bontà, è diventata la qualità dei vinti". Per la Taylor però la gentilezza sarà in futuro rivalutata come anticorpo alla cattiveria: "Ho letto l'autobiografia di Obama e ascoltato i suoi discorsi: non parlano d'altro". Laboratori di ricerca Usa, infatti, hanno individuato le sue parole chiave: cambiamento, generosità, sacrificio, abnegazione. "Tutte qualità obsolete, finora, nel nostro mondo votato all'individualismo assoluto", dice Taylor. "Non penso che siamo più cattivi rispetto al passato, ma che la nostra percezione della cattiveria sia cambiata", suggerisce invece Stéphane Audeguy, autore de 'La teoria delle nuvole' (Fazi). "Il nostro narcisismo ci rende fragili, vulnerabili allo sguardo altrui. Abbiamo costantemente bisogno di approvazione e affetto, e se non li otteniamo ci convinciamo di essere circondati da gente malvagia. Certo, la competitività che sembra regolare oggi i rapporti non aiuta. Sarebbe interessante osservare i comportamenti delle persone in open space, per studiare i meccanismi della cattiveria". Già fatto. Recenti indagini dimostrano che non solo riduce la produttività, ma induce stress diffuso e comportamenti ostili. "Non mi stupisce", interviene Juliette Tournand, coach di top manager e sportivi nella vela e in Formula 1: "Nega quel minimo di privacy necessaria all'individuo per sentirsi al sicuro". È solo una questione di sicurezza? Se ci si sente al sicuro non ci si incattivisce? "Qual è la radice di questo termine?", fa notare lo psichiatra infantile Aldo Naouri, autore di 'Rieducare i figli'' (Rizzoli): "Il latino captivum, prigioniero. Abbiamo comportamenti cattivi perché siamo prigionieri delle nostre pulsioni. Invece di educare ai nostri figli una sana, necessaria dose di frustrazione rimettendo un po' di autorità nelle relazioni, li abituiamo ad avere tutto subito. Ma la soddisfazione di tutti i desideri - quindi delle pulsioni - crea dei mostri di perversione, egoisti immaturi che non hanno la minima considerazione per il prossimo". Il problema, per Naouri, non tocca solo le giovani generazioni: "Quando il presidente Nicolas Sarkozy si permette in pubblico di urlare a un manifestante 'casse-toi pauv' con' ('sparisci, coglione'), è chiaro che la nostra società egocentrica ha dimenticato l'esistenza degli altri. Per non parlare delle regole più basilari del saper vivere". Tratto da L'ESPRESSO (prosegui nella lettura dell'articolo) |



Orientamento: Psicoterapia Interazionista
"Una volta i depressi scrivevano poesie. Oggi rompono i coglioni a noi". È uno dei commenti apparsi sul blog degli utilizzatori Ratp, la rete metropolitana di Parigi, scritto da un passeggero infuriato dall'interruzione del traffico a causa di un 'incidente umano', termine pudico per segnalare un suicidio. Non è un commento isolato: con un centinaio di 'incidenti umani' all'anno (per la Ratp 60, per l'associazione passeggeri 200) è capitato a tutti di aspettare invano sulla banchina e ascoltare i commenti feroci dei passeggeri: nessuna pietà, solo enorme insofferenza. Tipico. Di una società sempre più anestetizzata, insofferente, incattivita.












