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Il proliferare di nuovi indirizzi nel campo della psicoterapia, aumenta le opportunità di scelta e allo stesso tempo non la facilita.Difficile districarsi tra i nuomerosi orientamenti. In questa sezione troverete alcune informazioni sui principali approcci teorici in psicoterapia.
Il tentativo di offrirvi uno spazio in cui è possibile confrontare e orientarsi tra le diverse proposte di formazione.
Per ogni approccio teorico abbiamo inserito la storia e gli sviluppi, la visione dell'uomo e della patologia, le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta.
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Approccio Costruttivista
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Il Costruttivismo nasce intorno agli anni '50, è un approccio teorico fondato sulla comprensione della struttura e della dinamica del sistema di significati soggettivi dell'altro. L'iniziatore del costruttivismo può essere considerato lo psicologo statunitense George Kelly, e oltre a lui possono essere considerati padri “moderni” del costruttivismo George Herbert Mead, Jean Piaget, Humberto Maturana, Ernst von Glasersfeld, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Niklas Luhmann, Paul Watzlawick e Lev Vygotskij. Secondo l’epistemologia costruttivista imparare non significa apprendere la "vera" natura delle cose, possedere cioè una fotografica ed oggettiva "rappresentazione" del mondo esterno. La realtà in quanto oggetto della nostra conoscenza sarebbe dunque creata dal nostro continuo "fare esperienza" di essa. La "costruzione" si poggia quindi su mappe cognitive che servono agli individui per orientarsi e costruire le proprie interpretazioni. L’ambiente in quest'ottica cessa d’essere luogo denso di "informazioni" precostituite all'esterno, da "trarre" o "raccogliere", per divenire luogo di esperienza, che offre diverse possibilità ed opportunità di costruire informazioni e conoscenze. In sintesi, comprendiamo il mondo attraverso la costruzione di concetti e categorie che lo organizzano, in parte li adattiamo per renderli compatibili con quelli degli altri, e in questa operazione veniamo guidati e contemporaneamente limitati dagli strumenti culturali che abbiamo a disposizione. La conoscenza è individuale, in questo senso non è possibile condividere completamente il significato che si attribuisce ad un concetto in quanto colorito dall’esperienza personale, ma attraverso la comunicazione concordiamo con l’interlocutore quali aree di significato di quel concetto sono compatibili con l’esperienza comune. Lo psicologo svizzero Jean Piaget,caratterizzava la situazione dicendo: “La mente organizza il mondo organizzando se stessa”.Tale espressione, considera la conoscenza una forma di adattamento, e il mondo che la mente organizza corrisponde al mondo delle esperienze pratiche dell’individuo.
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Corporeo Analitico Reichiano
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Il paradigma analitico terapeutico reichiano nacque quando per Wilhelm Reich, uno dei più brillanti allievi di Freud, divenne sempre più chiaro che rendere conscio l’inconscio, eliminando le resistenze erette al rimosso, non era sufficiente a realizzare la guarigione.
Reich aveva notato che un gruppo particolare di resistenze non si distingueva per il contenuto, ma per il modo specifico di agire e di reagire dell’analizzato: si trattava delle resistenze caratteriali.
Queste dimensioni lo indussero all’elaborazione dell’Analisi del Carattere (Reich 1933) che gli consentì l’isolamento dei tratti caratteriali specifici delle persone. Con questo strumento sollecitava nella persona un continuo confronto con i propri tratti finché non arrivava a riconoscerne il valore sintomatico. Ancora oggi, se questi tratti sono presenti in grado eccessivo o in difetto nella personalità complesiva, determinano un modo d’essere del comportamento in tendenziale sintonia con l’eccesso o il difetto, a scapito di una modulazione “normale”.
Il Carattere, etimologicamente “segno inciso”, è un modo di essere specifico della persona. Esprime la storia delle sue relazioni, ha una stratificazione temporale ed una sua sostenibilità relazionale ed è anche l’insieme strutturato delle difese dell’Io.
Questo passaggio dal sintomo al tratto del carattere, è un passaggio evolutivo che introduce ulteriormente alla posizione sistemica. Inoltre, il carattere esprime anche una funzione sessuo-economica in quanto è la rappresentazione corporea del: “… modo in cui la libido viene organizzata nelle varie fasi della sua evoluzione nell’organismo”.
Il carattere visto come sistema organismico e l’idea della sessuoeconomia, introducono al versante della corporeità e ai suoi molteplici linguaggi nel/del setting.
È su questo impianto clinico che nasce l’integrazione dell’Analisi del Carattere con la Vegetoterapia Carattero-Analitica: è un metodo che, informandosi al sistemo nervoso vegetativo, al sistema muscolare, al sistema neuroendocrino e alla pulsazione energetica, interroga il corpo nei suoi significati/nti energetici e psichici. Il metodo ha assunto la forma di acting progressivo-specifici che ripercorrono l’esperienza dello sviluppo psicoaffettivo riproponendo movimenti ontogenetici delle fasi evolutive.
Il linguaggio del corpo è l’elemento più significativo nell’Analisi Reichiana anche quando si occupa dei tanti altri elementi (dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita fantasmatica alle fantasie liberatorie, ecc) che caratterizzano la comunicazione e la relazione: è il “come” complessivo del paziente nel setting che esprime i segni che sono stati incisi dalle relazioni, nel corso della crescita, ai vari livelli corporei e nei rispettivi tratti del carattere. La Vegetoterapia Carattero-Analitica scandisce le fasi dell’analisi nelle sue varie tappe, favorendo insight energetico-emozionali, dove il comprendere-sapere emerge dal sentire.
La sua sistematizzazione puntuale fu completata da Ola Raknes e da Federico Navarro, neuropsichiatra e fondatore della terapia reichiana in Italia (1974).
L’Analisi del Carattere della Relazione costituisce il terzo sviluppo del paradigma (Ferri-SIAR 1992), ovvero una definizione altamente specifica della relazione analitico terapeutica e del setting in cui essa si muove. E’ definita dalla posizione e dal come dell’analista per un controtransfert di tratto caratteriale funzionale al disturbo da curare e\o allo specifico assetto di personalità che lo esprime. E’ un progetto mirato alla persona e sono gli indicatori controtransferali che ci permettono di sapere dove si trova l’altro, dove si trova l’analista e a quale stadio evolutivo si trova la relazione. In questa accezione di controtransfert è presente una dimensione di flessibilità della posizione analitica che permette un contatto empatico e funzionale nella coevoluzione e nella complessità.
Emerge un Setting inteso come Sistema Vivente Complesso (Ferri -SIAR 1999).
Il setting analitico-terapeutico rappresenta un sistema autopoietico, un sistema che nasce dall’incontro fra i tratti caratteriali dell’analista e dell’analizzato e che esprime la possibilità di neghentropia (cfr. Schrödingher 1944).
L’interazione fra più transfert e controtransfert di tratto all’interno della stessa relazione analitico-terapeutica richiama il concetto di accoppiamento strutturale (cfr. Maturana e Varela). Se il setting analitico è un sistema intelligente, ovvero che “legge e apprende”, allora ha una capacità di sviluppo neghentropico intelligente, rinforzato dall’essere uno spazio vitale, operativo, privilegiato, protetto e mirato, il cui scopo fondamentale è di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.
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Corporeo Analitico Reichiano
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Il paradigma analitico terapeutico reichiano nacque quando per Wilhelm Reich, uno dei più brillanti allievi di Freud, divenne sempre più chiaro che rendere conscio l’inconscio, eliminando le resistenze erette al rimosso, non era sufficiente a realizzare la guarigione.
Reich aveva notato che un gruppo particolare di resistenze non si distingueva per il contenuto, ma per il modo specifico di agire e di reagire dell’analizzato: si trattava delle resistenze caratteriali.
Queste dimensioni lo indussero all’elaborazione dell’Analisi del Carattere (Reich 1933) che gli consentì l’isolamento dei tratti caratteriali specifici delle persone. Con questo strumento sollecitava nella persona un continuo confronto con i propri tratti finché non arrivava a riconoscerne il valore sintomatico. Ancora oggi, se questi tratti sono presenti in grado eccessivo o in difetto nella personalità complesiva, determinano un modo d’essere del comportamento in tendenziale sintonia con l’eccesso o il difetto, a scapito di una modulazione “normale”.
Il Carattere, etimologicamente “segno inciso”, è un modo di essere specifico della persona. Esprime la storia delle sue relazioni, ha una stratificazione temporale ed una sua sostenibilità relazionale ed è anche l’insieme strutturato delle difese dell’Io.
Questo passaggio dal sintomo al tratto del carattere, è un passaggio evolutivo che introduce ulteriormente alla posizione sistemica. Inoltre, il carattere esprime anche una funzione sessuo-economica in quanto è la rappresentazione corporea del: “… modo in cui la libido viene organizzata nelle varie fasi della sua evoluzione nell’organismo”.
Il carattere visto come sistema organismico e l’idea della sessuoeconomia, introducono al versante della corporeità e ai suoi molteplici linguaggi nel/del setting.
È su questo impianto clinico che nasce l’integrazione dell’Analisi del Carattere con la Vegetoterapia Carattero-Analitica: è un metodo che, informandosi al sistemo nervoso vegetativo, al sistema muscolare, al sistema neuroendocrino e alla pulsazione energetica, interroga il corpo nei suoi significati/nti energetici e psichici. Il metodo ha assunto la forma di acting progressivo-specifici che ripercorrono l’esperienza dello sviluppo psicoaffettivo riproponendo movimenti ontogenetici delle fasi evolutive.
Il linguaggio del corpo è l’elemento più significativo nell’Analisi Reichiana anche quando si occupa dei tanti altri elementi (dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita fantasmatica alle fantasie liberatorie, ecc) che caratterizzano la comunicazione e la relazione: è il “come” complessivo del paziente nel setting che esprime i segni che sono stati incisi dalle relazioni, nel corso della crescita, ai vari livelli corporei e nei rispettivi tratti del carattere. La Vegetoterapia Carattero-Analitica scandisce le fasi dell’analisi nelle sue varie tappe, favorendo insight energetico-emozionali, dove il comprendere-sapere emerge dal sentire.
La sua sistematizzazione puntuale fu completata da Ola Raknes e da Federico Navarro, neuropsichiatra e fondatore della terapia reichiana in Italia (1974).
L’Analisi del Carattere della Relazione costituisce il terzo sviluppo del paradigma (Ferri-SIAR 1992), ovvero una definizione altamente specifica della relazione analitico terapeutica e del setting in cui essa si muove. E’ definita dalla posizione e dal come dell’analista per un controtransfert di tratto caratteriale funzionale al disturbo da curare e\o allo specifico assetto di personalità che lo esprime. E’ un progetto mirato alla persona e sono gli indicatori controtransferali che ci permettono di sapere dove si trova l’altro, dove si trova l’analista e a quale stadio evolutivo si trova la relazione. In questa accezione di controtransfert è presente una dimensione di flessibilità della posizione analitica che permette un contatto empatico e funzionale nella coevoluzione e nella complessità.
Emerge un Setting inteso come Sistema Vivente Complesso (Ferri -SIAR 1999).
Il setting analitico-terapeutico rappresenta un sistema autopoietico, un sistema che nasce dall’incontro fra i tratti caratteriali dell’analista e dell’analizzato e che esprime la possibilità di neghentropia (cfr. Schrödingher 1944).
L’interazione fra più transfert e controtransfert di tratto all’interno della stessa relazione analitico-terapeutica richiama il concetto di accoppiamento strutturale (cfr. Maturana e Varela). Se il setting analitico è un sistema intelligente, ovvero che “legge e apprende”, allora ha una capacità di sviluppo neghentropico intelligente, rinforzato dall’essere uno spazio vitale, operativo, privilegiato, protetto e mirato, il cui scopo fondamentale è di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.
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Il modello Biofunzionale-corporeo e l'approccio Bioenergetico
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La storia e gli sviluppi
Wilhelm Reich
L’analisi bioenergetica si è sviluppata nel 1953 come diramazione del lavoro di Reich, che egli chiamò vegetoterapia analitica del carattere. Wilhelm Reich, vissuto dal 1897 al 1957, fu paziente ed allievo di Freud. Mentre Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l'osservazione del corpo. Lowen venne subito affascinato dalla personalità e dall'intelligenza di Reich e decise di farsi analizzare da lui. Lavoreranno insieme fino al 1952 e Lowen diventerà, seppure in maniera critica, il suo più acuto continuatore. Nel 1940 ebbe l'occasione di ascoltare Wilhelm Reich alla New School for Social Research di New York e questo incontro cambiò la sua vita. L’analisi bioenergetica rappresenta un vero sviluppo dell’opera di Reich attraverso una espansione ed estensione delle visioni Reichiane. Il bisogno di separarsi dal movimento Reichiano sorse dalla posizione dogmatica tenuta dai suoi seguaci. Essi credevano che Reich avesse detto l’ultima parola e non ammettevano alcun cambiamento nella teoria o nella pratica. In contrasto con ciò, l’analisi bioenergetica ha introdotto i seguenti cambiamenti:pz;
- Il piacere è stato preso in considerazione più della sessualità. Il concetto di piacere comprende , ma non coincide, con il piacere e il soddisfacimento sessuale.
- L’introduzione del concetto di radicamento a terra. Nell’analisi bioenergetica sono usate molte posizioni, specialmente la stazione eretta, che permette di avere un senso migliore delle proprie gambe e del terreno che è il supporto fondamentale.
- Sono stati sviluppati esercizi fisici che permettono al paziente di essere parte attiva del programma terapeutico.
- L’analisi bioenergetica insiste sulla risoluzione analitica completa dei problemi della personalità. I fenomeni del transfert e della resistenza sono importanti nell’analisi bioenergetica quanto in tutto il lavoro psicoanalitico.
Oggi, l’analisi bioenergetica è ampiamente praticata in molti paesi. In tutto il mondo esistono più di 40 centri che offrono programmi di formazione per professionisti qualificati. Questi centri o società locali sono affiliati dell’International Institute for Bioenergetic Analysis, sito a New York (nato nel 1956), che pubblica anche una rivista clinica intitolata " Bioenergetic Analysis". Fu introdotta in Italia negli anni settanta per iniziativa di un gruppo di terapeuti di formazione reichiana. A loro si deve la fondazione della prima Società di Analisi Bioenergetica in Italia nel 1974.
La visione dell'uomo e la patologia Un riferimento teorico primario nell’analisi bioenergetica è il concetto sviluppato da Reich relativo all’unità. Unità si riferisce al fatto che l’organismo funziona come un tutto. Ogni disturbo influenza l’intera persona. Quindi, non può esserci distinzione tra disagio mentale e disagio fisico o tra dolore mentale e dolore fisico. Se una persona soffre d’ansia, depressione, fobie o disturbi compulsivi, il corpo è colpito quanto la mente. Un trauma fisico influisce sulla psiche proprio come un trauma psichico influisce sul corpo. Ogni trauma sconvolge i movimenti pulsatili fondamentali del corpo. Anche se si può essere consapevoli che i valori di una persona o di una società sono in parte determinati da forze inconsce, bisogna rendersi conto che essi possono in qualche misura venire consciamente alterati nell’interesse di una vita migliore. Rendere disponibile al paziente più energia attraverso il lavoro bioenergetico con il corpo facilita questi cambiamenti in meglio. Sapere che il corpo è la persona rende possibile al terapeuta bioenergetico di fare una diagnosi preliminare della struttura di carattere che definisce il modo abituale di esistere per un individuo. Secondo la teoria dell’analisi bioenergetica, ci sono 5 tipi fondamentali di struttura del carattere. Questi tipi sono basati sull’organizzazione libidica e sullo sviluppo dell’Io così come essi si manifestano nel corpo. Sono:
- SCHIZOIDE: La struttura di carattere schizoide è connessa a una tendenza a scindere e a dissociare. Ciò si manifesta a livello corporeo. In alcuni il collo è allungato, invece in altri la testa è inclinata rispetto alla linea del corpo. In un caso grave, si può arrivare al fenomeno della depersonalizzazione.
- ORALE: La struttura di carattere orale sorge da una deprivazione di cura e sostegno nella prima infanzia e si associa alla paura di abbandono, questa si manifesta soprattutto nella magrezza. Il carattere orale ha una forte propensione verso la dipendenza.
- NARCISISTA: La struttura di carattere narcisistica sorge da una relazione infantile precoce in cui il figlio è stato sedotto dal genitore in un’intimità che ha fatto sentire speciale il bambino, ma in cui il bambino è anche stato usato dal genitore. Ciò si riflette nel corpo come un forte sviluppo della metà superiore accompagnato da una relativa debolezza della metà inferiore.
- MASOCHISTICA: La struttura di carattere masochistica si sviluppa in un bambino che è stato accudito, ma anche forzato a essere sottomesso al genitore. Il masochista tiene dentro tutti i sentimenti mediante la tensione dei muscoli, come ad esempio il controllo precoce degli sfinteri, che denota un bisogno di trattenere dentro di sé e la paura di lasciare uscire. A livello corporeo, il masochista è pesante e con una muscolatura ipersviluppata.
- RIGIDA: La struttura di carattere rigida, fallica-narcisistica nell’uomo e isterica nella donna, è caratterizzata da un corpo eretto e dritto con un considerevole orgoglio. Tuttavia, la postura eretta è mantenuta tramite una rigidità dei muscoli del dorso che denota un atteggiamento trattenuto. Questo trattenersi del carattere rigido sorge da una esperienza precoce di umiliazione da parte del genitore di sesso opposto all’epoca del periodo edipico, quando il bambino avvertiva interesse sessuale per quel genitore.
Molte persone presentano una mistura di più tendenze e appartengono a due o più tipi. Nessun individuo può essere completamente compromesso nei soli termini del tipo di carattere principale che lo definisce, perché questa è solo una cornice per l’osservazione clinica.
Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta Uno degli elementi chiave è l’analisi e la risoluzione della situazione edipica. La struttura del carattere si organizza in modo definitivo in quella situazione come modo di gestire la sessualità. La porzione di tempo dedicata al lavoro corporeo e quella dedicata all’analisi risulta uguale. Nell’intervista iniziale, il terapeuta passerà la prima mezz’ora ascoltando i disturbi e la storia del paziente, facendo domande sulla situazione presente e passata, studiando l’espressione facciale, l’atteggiamento corporeo e la voce, tutte fonti di informazione sulla personalità del paziente. Ulteriori informazioni possono essere ottenute da uno studio della forma e dalla motività del corpo stesso. Il modo in cui una persona siede, sta in piedi, respira e si muove rivela problemi e conflitti. Gli incontri individuali settimanali (a volte, per periodi più o meno circoscritti possono essere necessarie 2 o più sedute a settimana) della durata di 45-50 minuti ciascuno. Negli anni sempre più numerosi sono divenute le applicazioni di questo metodo nel trattamento di quei disturbi in cui la percezione e la consapevolezza del corpo subisce una seria alterazione, come ad esempio: disturbi di origine psicosomatica; ipocondria; disturbi da Attacchi di Panico; fobie;
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Il modello Cognitivo-comportamentale
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La storia e gli sviluppi
Aaron Temkin Beck
La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) e’ una psicoterapia sviluppata negli anni ‘60 da A.T. Beck. Le sue origini risalgono al Ventesimo secolo, in particolare alla tradizione scientifica della psicologia sperimentale, con gli studi di J.B. Watson e I.P. Pavlov, fondatori della corrente teorica del “Comportamentismo“. A partire da questi studi, furono applicate al campo della sofferenza mentale una serie di tecniche di modificazione del comportamento, di diretta derivazione dalla ricerca sperimentale, il cui insieme viene definito “Terapia Comportamentale“. L’evoluzione della ricerca scientifica in psicologia, intorno agli anni ‘60, con le prime sperimentazioni di simulazione dei processi mentali tramite computer, permise il superamento dei limiti del “comportamentismo”, la costruzione di modelli della mente (spiegazioni circa comprensione del linguaggio, il ragionamento matematico, la memoria, la produzione di emozioni, ecc.) e lo sviluppo di una serie di tecniche che, oltre al comportamento, si proponevano la modificazione e il cambiamento dei processi mentali, vale a dire i pensieri e le emozioni. L’insieme di tali metodologie prese il nome di Terapia Cognitivo-Comportamentale.<
La visione dell'uomo e della patologia I principi di base della TCC sono che le emozioni e i comportamenti delle persone vengono influenzati dalla loro percezione degli eventi. Non è l’evento in sé, ma la sua interpretazione a determinare il modo in cui lo viviamo, in termini di pensieri, emozioni, comportamenti. Molto disturbi sono dovuti ad una modalità disfunzionale di “leggere” la realtà, che porta a vivere in preda a paure, ansie, prigioni mentali. Il pensiero influenza lo stato emotivo e la messa in atto di un comportamento piuttosto che un altro. Da un punto di vista cognitivo, La TCC aiuta le persone ad identificare pensieri automatici negativi i (livello cognitivo più superficiale: pensieri rigidi, veloci, brevi, caratterizzati da distorsioni della realtà) e a sostituirli gradualmente con una modalità di pensiero più realistica e funzionale. Attraverso il lavoro cognitivo si risale poi alle credenze intermedie (regole e assunzioni disfunzionali) e alle credenze di base o schemi (livello cognitivo più profondo: sono globali, rigide e ipergeneralizzate), giungendo ad una loro messa in discussione e revisione. Per quanto riguarda il piano comportamentale, la TCC si rifà al modello A-B-C. dove A sta per “antecedente”, B per “comportamento” e C per “conseguenza”. Una volta individuati i comportamenti target da ridurre e infine eliminare, si procede all’osservazione sistematica degli antecedenti e conseguenti del comportamento, in modo da ottenere una lettura funzionale del comportamento stesso. L’assunto di base è che ogni comportamento svolge una funzione e l’ambiente (interno ed esterno) può, anche involontariamente, rinforzare la messa in atto di comportamenti disfunzionali. Allo stesso modo, una persona può persistere nel mettere in atto comportamenti disfunzionali (autolesionismo, vomito autoindotto, abbuffate, ecc,) pur consapevole degli svantaggi cui va incontro, in quanto riceve dei “vantaggi” (es.: cibo come modulatore dell’umore), seppur momentanei e illusori, nell’attuare il comportamento stesso.
Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta Il terapeuta valuta i punti di forza del paziente e fa sì che egli attivi le proprie risorse per risolvere i propri problemi. Il terapeuta “insegna” le strategie e tecniche pratiche di gestione dei sintomi, ma il paziente ha poi il compito di metterle in pratica. Le prime sedute vengono dedicate alla conoscenza dei problemi del cliente e alla costruzione della relazione terapeutica. La fase di anamnesi (assessment comportamentale e cognitivo) viene condotta utilizzando, oltre al colloquio clinico, test psicodiagnostici ed è volta alla valutazione dello stato emotivo del cliente, alla ricostruzione delle esperienze salienti della sua vita e alla chiara definizione dei suoi problemi attuali e dei suoi obiettivi. Quando il caso e la diagnosi clinica saranno abbastanza chiari, il terapeuta propone al cliente un contratto terapeutico. Egli riassumerà le sue valutazioni, prospetterà al cliente le sue ipotesi e formulerà delle interpretazioni degli eventi. Delineerà un progetto terapeutico, con strategie e obiettivi concreti, utili e raggiungibili, connessi con i problemi esplicitati dal cliente e coerenti con le sue aspettative. Successivamente il terapeuta spiegherà i principi teorici e le finalità della terapia, ed illustrerà brevemente le tecniche che verranno utilizzate, nonché i tempi, il costo e le probabilità di successo della terapia, per quanto ciò sia possibile. Poi si passerà all’intervento terapeutico vero e proprio, in un clima di fiducia e di orientamento positivo al cambiamento. Verso la fine della terapia, quando il cliente si sentirà meglio, le sedute potranno essere diradate nel tempo fino alla conclusione. Potranno poi seguire delle sedute di richiamo (follow-up) a tre, sei e dodici mesi dalla conclusione della terapia. Al termine di ogni seduta, quindi, vengono assegnati dei “compiti” che il paziente si impegna ad effettuare per la settimana successiva, funzionali all’apprendimento delle strategie terapeutiche. Si cerca di stimolare una risoluzione attiva dei problemi, scoprendo insieme nuove possibilità di azione, più creative, che permettano un miglioramento significativo della qualità della propria vita.
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Il modello Integrato
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La storia e gli sviluppi
Prochaska
Sempre più negli ultimi anni, molti psicoterapeuti stanno abbandonando l’etichetta che li identifica come discepoli di un orientamento specifico per avvicinarsi ad una cornice teorica flessibile e interdisciplinare che permette una prassi sistematica ed integrata. Tale cambiamento è dato dal fatto che molte ricerche in ambito clinico hanno dimostrato che nessun approccio psicoterapeutico può ritenersi il più adeguato per trattare qualsiasi tipo di problemi, pazienti e situazioni. Poiché nessuna teoria ha il monopolio della verità o utilità, l’approccio ai problemi clinici richiede una prospettiva pluralista ed integrata. Nello stesso tempo, altre ricerche hanno dimostrato che vi sono una serie di fattori trasversali (es. alleanza terapeutica) a qualsiasi approccio terapeutico che incidono sull’esito positivo del trattamento. Mahrer (1989) asserisce che il termine integrazione indica la volontà di combinare la molteplicità delle teorie in un numero più maneggevole di elementi operativi comuni e in un vocabolario di termini dal significato condiviso. I modelli più diffusi che si basano sull’integrazione sono attualmente quattro:
- eclettismo tecnico: consiste nella selezione tra diverse procedure, stili e sistemi psicoterapeutici, dei metodi che funzionano meglio per il trattamento di un singolo paziente con i suoi problemi specifici;
- integrazione teorica: ha come scopo quello di creare una cornice di riferimento concettuale attraverso la sintesi dei principi migliori di due o più approcci psicoterapeutici;
- fattori comuni: pone l’accento su un nucleo di elementi condivisi tra le diverse psicoterapie al fine di sviluppare dei trattamenti più efficaci; 4. integrazione tra teorie e ricerche psicologiche: la teoria e la pratica psicoterapeutica vengono integrate con ricerche e teorie in psicologia e psichiatria al fine di migliorare la conoscenza dei processi di cambiamento.
Il paradosso dell’equivalenza vuole l’efficacia della psicoterapia uguale pur se applicata seguendo modalità e scuole di pensiero molto diverse. A tale conclusione si giunge attraverso una molteplicità di contributi empirici ed una vasta gamma di ricerche nel settore.
La visione dell’uomo e della patologia Studi di Prochaska e colleghi ritengono che per evitare interventi approssimativi e basati sull’intuizione, lo psicoterapeuta deve tener conto dello stadio di cambiamento in cui si trova il cliente nel momento in cui si rivolge a lui (Prochaska, Norcross, Di Clemente, 1994). Gli stadi di cambiamento descritti dagli autori sono i seguenti:
- la precontemplazione, in cui la persona non ha la consapevolezza di mostrare dei disturbi e non ha quindi intenzione di cambiare comportamento. Molto spesso giunge in terapia spinta dalle persone che le sono accanto (parenti. amici, coniuge). Il terapeuta può aiutarla a procedere allo stadio successivo, ossia consapevolizzare gli aspetti negativi del problema e a valutare la sua capacità autoregolativa;
- la contemplazione è lo stadio in cui la persona inizia a prendere coscienza dei suoi problemi e prende in considerazione l’idea fare qualcosa ma non si impegna concretamente. Questo stadia può durare molto a lungo se non si evita la trappola del “rimuginare cronico” e si prende una decisione drastica.
- la preparazione, in cui la persona comincia ad attuare alcuni piccoli cambiamenti comportamentali anche se non riesce ancora a fare il passo successivo. Quello di cui ha bisogno è di stabile degli obiettivi e un ordine di priorità per potersi concentrarsi su un piano d’azione preciso.
- l’azione è lo stadio in cui si modifica il proprio comportamento concretamente con una serie di attività che richiedono tempo e energia. La persona riceve un forte riscontro esterno in seguito al cambiamento ed è importante aiutarla a prevedere e riconoscere i trabocchetti che possono farla tornare alle vecchie abitudini comportamentali.
- il mantenimento è lo stadio in cui la persona mantiene e riconosce la nuova modalità comportamentale. In questa fase le ricadute sono probabili e vanno messe in preventivo senza colpevolizzarsi. 6. il termine sopraggiunge quando la persona non sente più la tendenza a comportarsi come prima e non fa più nessuno sforzo nel prevenire la regressione. E importante sottolineare che non necessariamente il termine dal cambiamento coincide col termine della psicoterapia, che può concedersi anche prima che il cambiamento comportamentale sia completo, così come, concluso il cambiamento la terapia può continuare in vi sta di ulteriori approfondimenti del lavoro.
Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta Possiamo affermare che la flessibilità professionale e ormai una qualità necessaria per uno psicoterapeuta che vuole combinare quello che già conosce, capisce ed è in grado di praticare, all’interno di modello complesso ed integrato di intervento. Utilizzando un approccio eclettico può scegliere tra diverse procedure, stili e sistemi psicoterapeutici, dei metodi che funzionano meglio per un singolo paziente con quel determinato problema (Giusti E., Montanari C., Montanarella G., 1997, pp. 18-22). Chi lavora seguendo un approccio integrato utilizza le tecniche di altri approcci, scegliendo quelle più adatte per aiutare la persona a risolvere il problema che porta in terapia e a stare meglio, considerando anche l’evoluzione del processo terapeutico. Passa da tecniche mutuate dagli approcci umanistici a quelle gestaltiche a quelle cognitive-comportamentali. Un terapeuta con tale impostazione utilizza le tecniche all’interno di un contesto relazionale a cui dà molta importanza. Esse sono solamente uno strumento per inviare dei messaggi terapeutici e non devono essere confuse col contenuto trasmesso, che acquista significato attraverso la relazione stessa. Il terapeuta utilizza, soprattutto nella prima fase del trattamento, approcci meno direttivi che aiutano ad instaurare un clima accettante e di fiducia teso a favorire la ricostruzione della storia del paziente e di significati per lui importanti. In questa fase il terapeuta si focalizza più sulla sfera sintomatologica per passare successivamente, ad un lavoro più profondo del Sé che consenta la riparazione di ferite e la ristrutturazione della personalità. Nella terza fase aiuta il cliente ad acquisire nuove modalità cornportamentali più efficaci per la gestione di eventi negativi
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Il modello psicoanalitico e psicodinamico
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La storia e gli sviluppi
Il padre della psicanalisi: Sigmund Freud
Nei primi del novecento, S. Freud medico e analista viennese elaborò alcune teorie che contribuirono in maniera significativa alla nascita del sistema di pensiero psicanalitico e agli sviluppi successivi delle attuali teorie psicodinamiche. La Psicoanalisi rappresenta un modello di sviluppo della personalità, una filosofia dell'uomo e un metodo psicoterapeutico basato sull'interpretazione. Dagli anni '20 fino agli anni '40, le teorie di Freud nutrendosi del contributo di analisti come Jung e Adler ebbero un grande prestigio diffondendosi in Europa e nel Nord America. Questa nuova prospettiva dinamica concepisce l'uomo come un essere biologico dotato di una esistenza psichica, di cui è inconsapevole, caratterizzata sin dalla nascita da spinte pulsionali e istintuali (di tipo sessuale ed aggressivo) e da desideri che mossi dal principio del piacere premono sulla coscienza per essere soddisfatti. Nel tentativo del migliore adattamento possibile ad una realtà, che nell'idea freudiana è razionale ed oggettiva e non può essere modificata, l'io e la coscienza impongono all'uomo di rinunciare a queste spinte ed autoregolarsi attraverso il principio di realtà. Per tanto il modello psicoanalitico si basa sull'ipotesi dell'esistenza di processi psichici inconsci che influenzano il comportamento e che sono alla base dei sintomi nevrotici. Nel tempo molti proposero nuovi modelli, distaccandosi dal pensiero tradizionale freudiano, dando luogo a nuove teorie psicodinamiche: "la psicologia dell'io "proposta da alcuni psicoanalisti come Anna Freud, Hartmann, Erikson, metteva in risalto l'importanza dell'ambiente sulla personalità e nella formazione della nevrosi, come risultato del conflitto tra l'io e le diverse pressioni sociali. Per la teoria delle "relazioni oggettuali" i primi rapporti instaurati tra bambino e le figure affettive di riferimento portavano alla formazione di modelli interni, influenzanti le relazioni umane costruite dall'individuo nel corso della vita; la capostipite della scuola fu Melanie Klein la quale propose lo sviluppo psicologico come il prodotto di un conflitto amore/odio nei confronti dell'oggetto(il seno materno), che il bambino avverte come buono o cattivo a seconda della cura e della disponobilità materna. Oltre alla Klein anche Winnicott che contribuisce alla nascita di un nuovo filone, la Psicologia del sè, indirizza l'attenzione sui primi rapporti che si instaurano tra il bambino e la madre. Lo sviluppo della personalità sana sarebbe connessa alla relazione tra il bambino e quella che Winnicott chiama madre "sufficientemente buona", capace di gratificare i bisogni fisici e psicologici del figlio.
La visione dell'uomo e della patologia Lo sviluppo psicologico secondo Freud, avviene durante l'infanzia, attraverso il superamento di specifici stadi psicosessuali. In ogni fase il bambino ricerca il piacere e la soddisfazione delle sue pulsioni attraverso la stimolazione di una determinata zona erogena: nello stadio orale, la gratificazione viene raggiunta attraverso la stimolazione della bocca; nel sadico-anale dell'ano; nel fallico, dei genitali. In quest'ultimo stadio compare il complesso di Edipo che si ripresenterà e verrà superato nell'età puberale. E' il momento in cui la sessualità infantile raggiunge la massima intensità per poi subire una inibizione nello stadio successivo, il "periodo di latenza" in cui l'energia verrà indirizzata in modo maturo verso mete sociali ed ideali. Il mancato superamento di ognuno di questi stadi determina il fenomeno della "fissazione" della libido e della energia istintuale, che determinerà la patologia nell'adulto. In quest'ottica l'individuo viene visto come un sistema energetico regolato da tre istanze: Es, Io e Super-io in costante mediazione. La dinamica di questo processo, determina la struttura della personalità, il carattere e l'equilibrio psichico dell'individuo. L' Es rappresenta il processo di personalità presente sin dalla nascita, sede degli istinti la cui meta è la loro soddisfazione; l'Io invece è l'istanza che regola la personalità mediando tra gli istinti dell' Es e l'ambiente circostante, sede dell'intelligenza e della razionalità; infine il Super-io è la componente giudicante, che permette all'individuo di stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. L'individuo per poter sopravvivere ad eventi che non sa gestire svilupperà dei meccanismi di difesa, considerati forme di adattamento; si tratta di processi inconsci, importanti per gestire l'angoscia generata dal conflitto tra le tre istanze di personalità per il controllo dell'energia psichica all'interno del sistema. Quando l'io utilizza in modo eccessivamente rigido i meccanismi di difesa, quest'ultimi risulteranno disadattivi, generando uno stile di vita problematico. Per gli psicoterapeuti di indirizzo psicoanalitico il sintomo manifestato dal paziente è la conseguenza di un conflitto inconscio la cui origine va ricercata nelle frustrazioni e nei traumi vissuti nelle relazioni affettive durante l'infanzia. Le teorie psicodinamiche contemporanee considerano le prime relazioni con la madre il fattore di maggiore influenza per lo sviluppo psicologico del bambino, in base al significato che quest'ultimo attribuisce alle esperienze vissute con la madre empatica si costituirà una immagine interna di Sè e degli altri necessaria per gestire i futuri rapporti interpersonali. La Psicoterapia considera la manifestazione psicopatologica come espressione di un disagio psichico profondo del cui significato l'individuo non è consapevole.
Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta Per riportare alla luce i conflitti rimossi, si dispone di diverse tecniche come il metodo delle "libere associazioni", in cui pazienti sono invitati a riferire senza alcuna censura tutto ciò che gli passa per la mente compresi i pensieri illogici; anche se i materiali esposti sembrano non essere in relazione tra loro in realtà la sequenza di associazioni fornirà all'analista informazioni sul modo in cui il paziente connette i vari eventi. Il metodo centrale della prassi clinica è l'interpretazione utilizzata per far comprendere al paziente i vissuti dolorosi rimossi. Secondo la prospettiva psicoanalitica e dinamica il paziente ripropone in terapia le modalità relazionali avute nell' infanzia con uno dei genitori, rivelatrici dei conflitti interiori sottostanti. Un passaggio centrale del processo di guarigione è l'analisi e la risoluzione del transfert che il paziente mette in atto nei confronti dell'analista. Il processo terapeutico prevede il cambiamento o la totale riorganizzazione della personalità del paziente attraverso la creazione di rapporti gratificanti col mondo circostante, riparando ai deficit affettivi del paziente dovuti ad una relazione primaria difettosa. Tutto questo è possibile all'interno di una buona relazione terapeutica, facilitata dall'interpretazione dei contenuti affiorati in seduta, che agevolano la comprensione intellettuale ed emotiva del materiale inconscio emerso, favorendo una presa di coscienza che consente di ricondurre i problemi attuali ai traumi emotivi vissuti nel passato dando luogo all'insight, essenziale per un concreto cambiamento. Nel processo di cura è fondamentale capire, analizzare e interpretare le dinamiche che caratterizzano la relazione terapeutica e le resistenze che il paziente oppone, inconsciamente, al percorso verso la guarigione. L'analisi del transfert e la sua risoluzione rimane un passaggio determinante per l'esito positivo del processo terapeutico. Numerosi terapeuti ad orientamento psicodinamico presero distanza dalla posizione freudiana, secondo la quale il terapeuta dovrebbe porsi in maniera neutrale e distaccata, come uno schermo bianco su cui il paziente proietta le proprie rappresentazioni interne (desideri e conflitti edipici inconsci) in grado di interpretare i contenuti transferali emersi, senza esserne minimamente influenzato. Sullivan, infatti, considera il terapeuta un osservatore partecipe, attento al comportamento del paziente ed al proprio, ciò nonostante non si lascia coinvolgere emotivamente. Tale trattamento non è accessibile a tutti, il paziente dovrà disporre di una buona capacità di verbalizzazione, di molto tempo,
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Il modello Sistemico-Relazionale e Familiare
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La storia e gli sviluppi
Wilfred Bion
La terapia familiare è un modello di intervento terapeutico che deriva dal meta-modello raggruppato nelle teorie sistemico-relazionali che ha sviluppato concetti e pratiche nuove sul significato del disagio e dei sintomi psichici espressi dagli individui. Esistono modelli di intervento familiare anche di derivazione psicoanalitica particolarmente sviluppati in Inghilterra (Tavistock Clinic), Francia (Kaes e altri) e Argentina, che hanno preso particolare ispirazione fra l'altro dai modelli psicoanalitici di funzionamento dei gruppi (Wilfred Bion e altri) e dei gruppi familiari (Donald Meltzer e Martha Harris). Questo approccio ebbe origine a partire da un vasto movimento di teorie e idee diffuse negli Stati Uniti durante gli anni '50, in particolare le teorie della prima e seconda cibernetica. La "Scuola di Palo Alto" e il Mental Research Institute, con i loro maggiori esponenti (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, Paul Watzlawick), furono i principali centri di sviluppo della terapia sistemica famigliare. I terapeuti che seguono questo orientamento psicoterapeutico condividono la matrice pragmatica, di chiara origine americana, per cui il loro intervento si struttura in genere in un numero di sedute ridotte e in tempi relativamente rapidi. La psicoterapia ad indirizzo sistemico relazionale si è molto diffusa in Italia e in Europa durante gli anni '80, in modo particolare nei servizi di salute pubblica, nel campo della patologia psichiatrica adulti, nella neuro-psichiatria infantile, nel campo delle tossicodipendenze e negli ultimi anni anche nelle problematiche che riguardano la separazione-divorzi e nelle problematiche scolastiche; inoltre nell'ambito della psicologia del lavoro ha trovato importanti e significative applicazioni. In ambito clinico, proprio in Italia è nata e si è sviluppata una delle più importanti tradizioni di ricerca
La visione dell’uomo e della patologia Secondo l'approccio sistemico-relazionale i sintomi e il disagio del singolo individuo sono il risultato di un intersecarsi complesso tra esperienza soggettiva, qualità delle relazioni interpersonali più significative e capacità cognitive di autovalutazione della propria situazione. I concetti di base derivano dalla teoria dei sistemi e dalla cibernetica: ad esempio, tra i molti altri, quello di sistema e quello di causalità circolare. Nell'ottica della definizione del ciclo vitale della famiglia termine coniato attorno gli anni quaranta, si presuppone nella evoluzione del sistema familiare l incontro con alcuni "eventi nodali"che attraverso la disorganizzazione-riorganizzazione del sistema stesso implicano il superamento di alcuni compiti di sviluppo permettendo l entrata in una fase successiva. Gli eventi vengono suddivisi in paranormativi e normativi. I primi riguardano tutto ciò che nel ciclo vitale, dalla nascita alla morte, può capitare ad una famiglia ma non può essere previsto (morte di un figlio, incidente etc) i secondi rappresentano tutti quegli eventi che invece possono essere previsti. La Duvall propone una scansione del ciclo vitale in otto stadi in cui gli eventi nodali sono preceduti dall'acquisizione o dalla perdita di membri familiari. L'evoluzione del sistema familiare trova la sua comprensione nell'arco almeno di tre generazioni. I sintomi di una persona, oltre ad esprimere in maniera metaforica il conflitto psichico soggettivo, acquisiscono una funzione precisa all'interno del sistema relazionale in cui emergono. La famiglia, intesa come il sistema vivente di riferimento principale nell'esperienza emotiva di una persona, è il primo contesto esperienziale all'interno del quale i sintomi assumono una funzione precisa nel funzionamento relazionale del gruppo di persone che ne fanno parte. I conflitti che tendono a disgregare il sistema-famiglia creano una tensione emotiva che di solito viene vissuta in termini drammatici dal soggetto portatore del sintomo; egli si fa carico, attraverso la manifestazione dei sintomi, di distogliere i membri della famiglia dall'affrontare in modo manifesto le proprie difficoltà di relazione, accentrando l'attenzione su di sé. Il sintomo ha quindi una doppia valenza: segnala alla famiglia l'esistenza di un disagio e, nello stesso tempo, rende innocuo il suo potere distruttivo accentrando su di sé tutte le preoccupazioni degli altri membri. La terapia familiare interviene attraverso varie tecniche di lavoro sulle famiglie, operando su 4 livelli principali di osservazione:
- la storia trigenerazionale della famiglia (nonni-genitori-figli);
- l'organizzazione relazionale e comunicativa attuale della famiglia;
- la funzione del sintomo del singolo individuo nell'equilibrio della famiglia;
- la fase del ciclo vitale della famiglia in cui si presenta il sintomo del singolo (ciclo vitale: rappresenta una tappa delle varie fasi evolutive attraversate da un sistema-famiglia; si parla, ad esempio dell'uscita da casa dei figli a seguito del matrimonio, del decesso di un genitore o della nascita di un figlio etc. Questi eventi costringono il sistema a riorganizzarsi e quindi ad evolvere verso nuovi assetti relazionali.).
Le tecniche, attraverso l'utilizzo di compiti da attuare sia nelle sedute terapeutiche che a casa, si articolano intorno alle problematiche dei ruoli, della gerarchia, delle alleanze, e della qualità della comunicazione.
Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta La psicoterapia ad indirizzo sistemico-relazionale considera la persona portatrice del sintomo "paziente designato". Tale termine sta ad indicare che il paziente è il membro del sistema-famiglia (per famiglia si intendono sia la propria che almeno le due generazioni che l'hanno preceduta), che esprime o segnala il funzionamento disfunzionale di uno o più dei sistemi di cui egli è uno dei vertici. Tale membro è "designato" dal sistema stesso, secondo una prospettiva bio-psico-sociale, in quanto soggetto che esprime una modalità disfunzionale di vivere, pensare, agire. Talvolta, specialmente in casi che riguardano i bambini o gli adolescenti (ambiti in cui la terapia familiare risulta un approccio particolarmente valido), questo si manifesta sotto forma di blocco evolutivo, così che tutte le tensioni tendono a convergersi su di lui; in tal modo diviene il controllore di forze ed energie relazionali, al prezzo di gravi sentimenti di sofferenza e vissuti di disgregazione. Attualmente l’intervento terapeutico nella logica socio-costruzionista e narrativa avviene attraverso l’incontro tra sistemi emotivi di significato e le narrazioni dei pazienti e dei terapeuti i quali, nella conversazione, stimolano la ricerca di connessioni di un quadro narrativo rappresentativo dal punto di vista dei contenuti e convincente dal punto di vista emotivo. Dato che ascoltare emozioni, evoca emozioni, il terapeuta è quindi coinvolto nel processo terapeutico al pari del paziente, sebbene le parti siano caratterizzate da competenze specificatamente diverse. Nell’incontro tra paziente e terapeuta si vivifica, quindi, una nuova storia; in quanto il processo terapeutico è sostanzialmente un contesto di incontro e di costruzione di una comune esperienza, di conseguenza anche un contesto
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Il modello Umanistico-Esistenziale
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La storia e gli sviluppi
Il padre della psicologia umanistica: Rogers
La psicologia umanistica è nata negli anni quaranta come reazione spontanea alla visione meccanicistica dell’uomo di fronte al determinismo ad extra del comportamentismo radicale e al determinismo ad intra della psicoanalisi classica. Per tale motivo è stata definita la terza forza dopo la psicoanalisi (la prima forza) e il comportamentismo (la seconda forza). Nella visione psicoanalitica classica l’uomo è guidato da forze che lo determinano dal suo interno; per il comportamentismo l’uomo è determinato da forze che risiedono nel contesto esterno; per la terza forza (Umanistico- Esistenziale) invece l’uomo è creatore del proprio destino nonostante la presenza di condizionamenti interni ed esterni.
La visione dell'uomo e della patologia Secondo questa visione il mondo della persona non può essere compreso solo attraverso la descrizione di ciò che lo circonda, il mondo esterno e i bisogni biologici, l’Umwelt, perché si cadrebbe nella limitatezza della descrizione oggettiva, quando di fatto si può sostenere che ci sono tanti mondi quante sono le persone che lo interpretano. Ma il mondo non può neppure essere ridotto a mondo soggettivo, l’Eigenwelt, perché escluderebbe la comprensione che deriva dal Mitwelt, il mondo relazionale di rapporto con gli altri esseri umani. Secondo la concezione umanistica esistenziale tutti e tre i mondi vanno vissuti in un’unica unità, senza scollamenti. Una delle conseguenze di questo modo di essere nel mondo costituisce la base per capire l’amore. L’amore umano non può essere descritto adeguatamente all’interno dei confini dell’Umwelt. Non possiamo mai parlare in modo adeguato degli esseri umani come oggetti sessuali, perché nel momento nel quale la persona è un oggetto sessuale, il discorso non riguarda più la persona. Senza un adeguato concetto della Umwelt l’amore si svuota di vitalità, e senza l’Eigenwelt manca di potere e di capacità di essere produttivo l’amore presuppone che uno sia diventato il “vero individuo” e “il vero solitario”, colui che “ha afferrato il profondo segreto che anche nell’amare un’altra persona è necessario essere sufficienti a se stessi” Eventi e stati interni di pericolo provocano irrigidimenti, interruzioni, distorsioni della consapevolezza. Pericoli soggettivi non affrontati diventano occasione di chiusura, irrigidimento e interazioni non autentiche. La patologia deriva dal sostituire l’esperienza libera, e relativa simbolizzazione completa e immediata dei processi psicologici, con stati interni e comportamenti controllati, esagerati o scarsamente percepiti.
Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta Nelle psicoterapie umanistiche il cambiamento si fonda principalmente sulle nuove esperienze nel rapporto con il terapeuta. Le nuove interazioni, con il terapeuta e con altre persone, portano all’ampliamento di molti aspetti dell’esperienza, ad essere se stessi nelle situazioni interpersonali. Secondo Rogers sono tre le condizioni necessarie e sufficienti per il cambiamento e la crescita psicologica: rispetto incondizionato, rapporto cordiale e empatia profonda. Le tre variabili relazionali sono trasmesse al paziente attraverso la comunicazione accurata al paziente dei sentimenti latenti o non simbolizzati; per ottenere ciò è importante un atteggiamento congruente da parte del terapeuta in modo che colga il paziente così come è e rimanga aperto, senza distrazioni verso altre attività. Attraverso tale processo relazionale il paziente abbassa l’ansia e l’incertezza, e può esplorare nel presente i processi affettivi, sensoriali e cognitivi che prima erano stati distorti o non simbolizzati. In questo modo il paziente riesce a abbandonare la facciata costruita condizionatamente nei rapporti sociali precedenti. Nelle psicoterapie umanistiche il ruolo del terapeuta ha notevoli striature educative nel senso che il paziente viene coinvolto in un processo di apprendimento intrapsichico. Il paziente è responsabile del processo esplorativo e il terapeuta ha essenzialmente il ruolo di consulente e facilitatore del processo. Il terapeuta non ha maggiori informazioni di quante ne abbia il paziente rispetto alla sua esperienza, pertanto l’interpretazione ha poco spazio come intervento di esperto. Egli può condividere con il paziente la propria esperienza e suggerire esperimenti che facilitano l’esplorazione e la presa di coscienza di ciò che si sta attuando nel presente. Il paziente, presa consapevolezza di ciò che è e dei desideri, viene stimolato a cogliere le tendenze di azione e a cogliere il contesto dell’azione e ad attivarsi progettualmente. Il successo della terapia dipende dalla natura dell’incontro: l’incontro con un terapeuta congruente, che rispetta incondizionatamente e si rapporta in modo empatico. Tale relazione permette al paziente di sciogliere i nodi che lo legano ad un ambiente con il quale si è compromesso a scapito della propria creatività e realizzazione.
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Ipnosi Clinica
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La storia e il suo sviluppo  L'ipnosi intesa come potenzialità della mente umana pare essere impiegata fin dall'antichità; Charles Musès (1972) scrive di aver trovato un'antica registrazione di una seduta ipnotica nella incisione di una stele egiziana risalente al regno di Ramesse XI della XX Dinastia (circa 3.000 anni fa). Prima delle ricerche di Franz Anton Mesmer (1734 - 1815) tutti i fenomeni che oggi possono essere fatti rientrare in specifiche potenzialità dell'immaginazione erano considerati isolatamente come manifestazioni divine o diaboliche, oppure il risultato di pratiche magiche. Mesmer formulò la teoria del magnetismo animale (1779), ma tale teoria fu condannata dall'Accademia delle Scienze e dalla Facoltà di Medicina di Parigi (1784). Un'importante revisione delle teorie di Mesmer fu proposta dal medico inglese James Braid (1785-1860). Braid diede un'interpretazione fisiologica al fenomeno studiato e introdusse il termine ipnosi, derivato dal greco ypnòs sonno. Gli sviluppi successivi di interpretazione dell'ipnosi si devono ai lavori di Ambroise-Auguste Liébeault (1823-1904), un medico di Nancy e di Hippolyte Bernheim (1837-1919) famoso neurologo parigino che insieme fondarono la Scuola di Nancy. La scuola di Nancy si trovò a dover opporre studi e teorie sull'ipnosi, alla scuola di Jean-Martin Charcot (1825-1893) che operava all'Ospedale della Salpêtrière di Parigi. Mentre per la scuola di Nancy l'ipnosi era un fenomeno psicologico normale e tutti i suoi fenomeni potevano essere spiegati con la suggestione, Jean-Martin Charcot considerava l'ipnosi un fenomeno patologico, una nevrosi isterica artificiale. Di ipnosi si occupò anche Sigmund Freud (1856-1939) ma la transitorietà dei risultati terapeutici, la laboriosità dei procedimenti ipnotici, la limitazione delle applicazioni terapeutiche e, forse non ultima, l'individuazione da parte sua di “un misterioso elemento” di natura sessuale, spinsero Freud ad abbandonare l'ipnosi e a creare un nuovo metodo: la psicoanalisi. Con la morte di Jean-Martin Charcot (1893) e l'inizio della psicanalisi cominciò per l'ipnosi un periodo di decadenza. Un certo risveglio di interesse per l'ipnosi si ebbe durante la prima guerra mondiale quando con tale metodo si iniziarono a trattare le nevrosi traumatiche di guerra, ma soltanto dopo la seconda guerra mondiale l'atteggiamento della scienza ufficiale nei confronti dell'ipnosi migliorò. In particolare in questo periodo il dottor Milton Erickson (Nevada, 5 dicembre 1901 – Arizona, 25 marzo 1980 ), che fu presidente e fondatore della Società Americana di Ipnosi Clinica e membro della Associazione Americana di Psichiatria, della Associazione Americana di Psicologia e della Associazione Americana di Psicopatologia, sviluppò un'ipnoterapia chiamata ipnosi ericksoniana, che permette di comunicare con l'inconscio del paziente. Questo tipo di ipnosi è molto simile ad una normale conversazione ed induce una trance ipnotica nel soggetto (“L`ipnosi non esiste, tutto e` ipnosi”, affermava). Nel 1949 venne fondata negli USA la Society for Clinical and Experimental Hypnosis; e nel 1959 divenne Società internazionale. Nel 1957 venne fondata una seconda società l'American Society of Clinical Hypnosis. In particolare nel 1958 I'American Medical Association riconobbe l'ipnosi come legittimo metodo di cura in medicina e in odontoiatria. Nel 1969 l'American Psycological Association creò una sezione di psicologi che si interessavano prevalentemente di ipnosi. In Inghilterra, nel 1955 la British Medical Association riabilitò ufficialmente l'ipnosi. In Italia la prima Associazione scientifica per lo studio e l'applicazione dell'ipnosi: A.M.I.S.I. (Associazione Medica Italiana per lo Studio dell'ipnosi), si costituì nell'aprile del 1960.
La visione dell'uomo e della patologia Possiamo definire l'ipnosi come uno stato alternativo di consapevolezza, in cui si fanno entrare i pazienti attraverso un abbassamento della loro critica, fino a fargli accettare le direttive del terapeuta che diviene la loro guida.Tra i pregiudizi più diffusi tra coloro che si avvicinano all’ipnosi, si evidenziano in particolar modo le seguenti preoccupazioni: - paura di essere privati della propria volontà - paura di non avere consapevolezza di quello che potrebbe accadere durante la trance - paura di non essere in grado di reagire di fronte a situazioni di pericolo (incendi, morte improvvisa dell'ipnotista, ecc.) - paura di perdere la propria identità - paura, per certe donne, di essere sedotte - paura, per i pazienti dipendenti, di diventare ancora più dipendenti. Tutte paure infondate, retaggio di luoghi comuni sulla errata conoscenza del fenomeno, i pregiudizi più radicati si hanno ad esempio nella stessa categoria degli psicoterapeuti, in particolare quelli che hanno scarsa dimistichezza con l'ipnosi, come la convinzione che con l'ipnosi si possa ottenere soltanto una temporanea rimozione del sintomo senza intaccarne le cause. Quest’idea in particolare è il risultato di una suggestione dovuta all'ascendente di Freud e all'opinione che questi si era fatto dell'ipnosi, utilizzata in modo da eliminare i sintomi con la suggestione, pensando di non poter ottenere risultati stabili. E' il caso di ricordare che oggi disponiamo di tecniche assai migliori di quelle a cui faceva ricorso Freud: chi si è minimamente documentato sui modelli ipnoterapeutici ericksoniani sa bene che il sintomo viene considerato prevalentemente sotto l'aspetto di comunicazione analogica di un disagio che coinvolge tutto il comportamento. Di conseguenza il focus di azione terapeutica si esprime sulla rimozione delle rigidità e sulla ristrutturazione di tutti gli elementi che determinano il sintomo. In particolare si lavora sull’abbattimento della critica, la ragione, a favore dell’uso creativo delle risorse della mente, un potenziale mentale messo a disposizione del soggetto per favorire in lui adattamento e cambiamento. L'approccio dell'ipnoterapeuta deve prescindere da ogni forma di intervento programmato, dovendosi adeguare al comportamento manifestato, di volta in volta, dal paziente. Per ottenere buoni risultati occorre avere una buona dose di creatività, immaginazione e flessibilità: in una parola bisogna essere dei creativi, l’andare in trance, da parte dell’operatore, permette di accedere alle proprie risorse creative e dunque rende possibile un intervento terapeutico all’altezza delle necessità dichiarate.
Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta La domanda di terapia, per quanto si debba pensare che sia nata con la malattia stessa, concretamente si formalizza e si attua dal momento che comincia a crearsi una reale possibilità di risposta terapeutica. È quello che storicamente è avvenuto, sia per quanto attiene alla terapia somatica che a quella psicologica. Quindi è inevitabile che per definire la struttura basilare di una terapia, bisogna definire prima quali sono gli elementi fondamentali del terapeuta: la terapia è un concetto astratto se non c’è un terapeuta. E quali sono gli elementi primari che fondano un processo terapeutico? Sono quelli che si definiscono elementi strutturali della terapia: a) La teoria. Ovverosia il capire, spiegare, che viene da un sapere acquisito e trasmissibile: lo studio della fisiologia, della patologia, della semeiotica ecc. che attiene allo specifico della medicina. b) La prassi. Ovverosia un modello operativo che discenda direttamente dalla teoria e quindi sia coerente e consequenziale alla teoria. La capacità di fare che, unita alla teoria, permette di formulare una prevedibilità del proprio operare. È fare, saper fare, sapere cosa si sta facendo. c) L’interesse. Nasce da una partecipazione emotiva ed affettiva nei riguardi dell’uomo portatore di una malattia. Interesse che porta a curare, prendersi cura dell’altro; ma anche interesse per la ricerca e per una ulteriore conoscenza, mai disgiunta dall’interesse per il paziente, e quindi sempre finalizzata. Questo è un dato fondamentale: infatti se si costituisce solo una situazione di interesse teorico ed astratto, se si perde di vista l’uomo, si cade nell’atteggiamento più antiterapeutico che esista. In questo caso il paziente diventa un oggetto da studiare: sotto il camice del medico, compare il bambino perverso che rompe il giocattolo, non per curiosità, ma solo perché tanto ne avrà presto un altro. d) L’etica. È la dimensione che permette di utilizzare il sapere nell’interesse dell’altro, e non ridurlo ad un potere strumentale ai propri bisogni. Questi sono gli elementi strutturali che permettono al terapeuta di essere tale e di attivare quindi un processo terapeutico. Abbiamo descritto gli elementi strutturali attinenti al terapeuta: ma bisogna tener presente che esiste un paziente con le sue angosce, le sue fantasie, i suoi bisogni, la sua teoria sulla malattia e soprattutto con le sue modalità di reazione sia al disturbo sia al rapporto. È da questo incontro che si stabilisce il processo terapeutico. Ma se il processo terapeutico si costituisce dall’incontro del medico con il paziente, esso può strutturarsi in modi diversi a secondo di una serie di elementi che definirò strutturanti perché delineano e condizionano le modalità terapeutiche. Essi sono: a) Tempo. Esso non può essere predeterminato perché in genere si svolge nell’arco di anni anche se il rapporto concreto con il medico può essere saltuario. C’è una tendenza alla cronicizzazione del rapporto. b) Scopi. Lo scopo fondamentale è quello di migliorare lo status del paziente, ma soprattutto aiutarlo a convivere con il proprio disturbo. In altri termini il paziente deve pian piano diventare medico di se stesso c) Strumenti. A parte quelli specifici della metodologia medica, in questo caso intervengono in maniera specifica fattori di natura psicologica. Possiamo dire che il medico, più o meno saggiamente, utilizza strumenti suggestivi, pedagogici e metodi più o meno autoritari. d) Livello di regressione del paziente. In questo caso il livello di regressione è diverso: infatti non si instaura una situazione di passività quanto piuttosto di dipendenza che spesso è sostenuta dal comportamento del medico che tende a gestire il rapporto medico come rapporto di autorità. e) Rapporto psicologico medico-paziente. In questo caso il livello di regressione è diverso: infatti non si instaura una situazione di passività quanto piuttosto di dipendenza che spesso è sostenuta dal comportamento del medico che tende a gestire il rapporto medico come rapporto di autorità. f) Domanda del paziente. E’ in genere piuttosto chiare ed esplicita, il paziente vuole cercare di convivere alla meglio con il proprio malessere che è o può essere vissuto come cronico. g)Setting. Il setting è estremamente variabile sia per il tipo di disturbo che per le modalità di relazione medico-paziente. Sulla base di questi fattori possiamo distinguere tre diverse modalità di processo terapeutico: l’intervento tecnico, quello di sostegno e la relazione terapeutica. Questi dati sono significativi, perché ci permettono di distinguere ed evidenziare ciò che attiene specificamente alla terapia, da quei fattori aspecifici, che sono insiti in ogni rapporto interpersonale valido. È evidente che in ogni rapporto può esserci una valenza terapeutica, ma quello che rende possibile accertare gli effetti è la presenza di un modello teorico che specifichi e renda ragione dell’effetto terapeutico. La mancanza di una teoria e di una prassi, che sia coerente e consequenziale, rende ogni relazione, anche potenzialmente terapeutica, aleatoria ed inverificabile. Certamente il guaritore, lo stregone, lo sciamano hanno agito e continuano ad agire modalità di rapporto che possono avere anche una certa efficacia, nel senso di indurre modificazioni positive e molto spesso la relazione che essi suscitano può essere assai intensa.
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