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Scuola Italiana di Analisi Reichiana
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Sito Web: http://www.analisi-reichiana.it

Presentazione:

Il paradigma Analitico Terapeutico Reichiano nacque quando Reich notò certe resistenze dell’analizzato: le resistenze caratteriali. Elaborò l’Analisi del Carattere isolando i tratti specifici. Il Carattere, “segno inciso”, è il modo di essere della persona. Si stratifica nel tempo, ha una sostenibilità relazionale ed è l’insieme delle difese dell’Io. Il passaggio dal sintomo al tratto del carattere, introduce alla posizione sistemica ed esprime una funzione sessuo-economica perché rappresenta l’organizzazione della libido nella sua evoluzione. Ciò introduce alla corporeità. Su questo impianto nasce l’integrazione dell’Analisi del Carattere con la Vegetoterapia Carattero-Analitica che interroga il corpo nei suoi significati/nti energetici e psichici. Il linguaggio del corpo è l’elemento più significativo nell’Analisi Reichiana anche quando bada alle altre modalità di comunicazione: il “come”complessivo del paziente si esprime con i segni che hanno inciso le relazioni, durante la crescita, ai vari livelli corporei e nei rispettivi tratti del carattere. L’Analisi del Carattere della Relazione è il terzo sviluppo del paradigma (Ferri-SIAR 1992) ed è definita dalla posizione e dal come dell’analista per un controtransfert di tratto funzionale al disturbo da curare e allo specifico assetto di personalità che lo esprime. Gli indici controtransferali ci dicono dove si trova l’altro, dove si trova l’analista e a quale stadio evolutivo è la relazione. Emerge un Setting inteso come Sistema Vivente Complesso (Ferri -SIAR 1999). Il setting analitico-terapeutico è un sistema autopoietico, dato dall’incontro fra i tratti dell’analista e dell’analizzato e esprime la neghentropia del sistema. L’interazione fra più transfert e controtransfert di tratto richiama il concetto di accoppiamento strutturale di Maturana e Varela. Il setting come sistema intelligente, perché “legge e apprende”, ha capacità di sviluppo neghentropico rinforzato dall’essere uno spazio vitale, operativo, privilegiato, protetto e mirato, il cui scopo è di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.

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Setting analitico: tempo, relazione e complessità

di Genovino Ferri* e Giuseppe Cimini**, su Annals of the New York Academy of Sciences, Vol. 879, 30 june 1999.

 

La definizione del setting psicoterapeutico non è mai stata compiutamente operata da un lato a causa della diversità degli orientamenti che tendono a privilegiare ora questo ora quell'elemento, e dall'altro per la complessità intrinseca al tema trattato.

Infatti esistono differenti opinioni per cui il setting in analisi classica sarebbe qualcosa dì ben diverso da quello che si struttura nella psicoterapia in genere, rappresentando addirittura una delle discriminanti per stabilire quello che è analisi da quello che analisi non è.

Il problema venne affrontato da Freud in maniera non sistematica. Le regole da lui indicate, che tuttora, sebbene in modo non così rigido, vengono applicate sono rappresentate da una componente interna e da una esterna, vale a dire da:

una benevola neutralità, l'attenzione fluttuante, che consiste nel non volersi concentrare su alcunché di specifico; la regola dell'astinenza, che vuol dire astenersi dal fornire all’analizzato indicazioni estranee alla situazione prettamente psicoanalitica.

Della seconda componente, quella esterna, fanno invece parte: la frequenza codificata delle sedute, la costanza dell'orario, le modalità di pagamento e l'utilizzazione del lettino.[1]

Come sottolineavamo all'inizio, esistono delle differenze nei setting, tuttavia possiamo rintracciare degli elementi comuni che sono rappresentati dal considerare la situazione come un contenitore in cui si elaborano le dinamiche della relazione, le angosce, le distanze, le funzioni ed il modo di percepire realtà e non conosciuto tra terapeuta e paziente.

Sembra tuttavia di intravedere nelle definizioni di setting, quali che esse siano, più un ricettario di comportamenti che regole di funzionamento di una strutturazione di relazioni assolutamente decisiva per gli assetti terapeutici.

Facendo un passo indietro, dobbiamo ricordare che la terapia analitica, e per derivazione tutti i trattamenti psicoterapeutici, nasce e si evolve a partire da una concezione del mondo di natura deterministica, eccessivamente semplificatrice.

L'evoluzione della complessità ha mutato lo scenario presente ai tempi di Freud ed ha gettato nuova luce sui fenomeni che gli psichiatri e gli psicoterapeuti indagano: gli elementi che costituiscono la psiche, come il linguaggio verbale e corporeo, alcune strutture cognitive complesse, sono difficilmente riconducibili a dinamiche semplici.[2]

Si è assistito, in altri termini, ad una complicazione delle variabili da considerare nelle realtà relazionali: la complessità del mondo costituito da un insieme bio-psico-sociale obbedisce in molti casi a dinamiche non lineari, per cui complicazione e caos deterministico, possono causare condotte in cui l'uscita non è proporzionale all'entrata. E' evidente che in queste condizioni è lecito l'impiego di strumenti, che taluno usa in modo concettuale, come modello di riferimento, taluno in senso tecnico matematico, come è avvenuto per la schizofrenia e gli stati depressivi fasici, e l'uso di strumenti una volta impensabili come le trasposizioni dei modelli di studio dei sistemi dissipativi, delle reti neurali, della matematica dei frattali, della teoria delle catastrofi. Lo studio delle malattie in termini dinamici ha mostrato che il vecchio paradigma dell'omeostasi potrebbe dover essere riconsiderato alla luce di osservazioni che ci indicano come i sistemi viventi abbiano maggior possibilità di successo vitale nella prospettiva della complessità che non in quella di una apparente stabilità.

!n questa ottica la definizione di setting come sopra riportata si rivela inadeguata: la nostra base di partenza propone che il setting costituisca una forma vivente, un sistema complesso, un sistema autopoietico, con diversi stadi e livelli di organizzazione, che nasce dall'incontro fra i frattali dell'analista e i frattali dell'analizzato.

Stiamo accostando il concetto di figura frattale a un concetto fondante in analisi dei carattere: quello di tratto.

Una figura frattale è una figura caratterizzata da schemi che si ritrovano continuamente su ordini di grandezza diversi, schemi -forma del tutto- che sì replicano sempre simili a se stessi, in ogni ordine di grandezza.

Il tratto caratteriale è uno schema, una figura, una forma che viene acquisita in una stadio della nostra evoluzione, in una delle fasi evolutive. E questa forma, questo schema, è per analogia una figura frattale: la struttura del carattere si basa su tratti incisi dalla propria storia sui quali si "ripiega" e si "dispiega" la forma-carattere; questi segni incisi sono tali da determinare la costruzione della personalità su un modello che andrà ad organizzarsi su schemi simili a sé stessi, che determineranno l’assetto fondamentale. In questo senso l'assetto caratteriale dipanato mostra elementi la cui presenza è costante per qualunque osservazione fatta in ciascuna delle fasi evolutive che il modello prevede: ad esempio il tema dell'accettazione -tratto- di origine intrauterina, si ripeterà sempre simile a sé stesso nello sviluppo diacronico e sempre simile apparirà la sua architettura pur nella diversa esplicitazione di fase. Questa figura frattale è imprintata nella sua specificità dai segni incisi dalla propria storia - carattere è letteralmente segno inciso - che rimangono nella nostra organizzazione di personalità e possono essere agiti o richiamati da scene del qui ed ora dell'altro da noi.

Se il setting è una forma vivente possiede la capacità di un gradiente neghentropico. Neghentropia è una variazione negativa di entropia a partire da un valore originario; la nascita dell'individuo, l'origine della vita, l'inizio dell'evoluzione biologica: la variazione di entropia è nel senso di una acquisizione di maggior ordine che si manifesta tanto più quanto più si sale in evoluzione. Sviluppo neghentropico e formazione del carattere sono accostabili anch'essi e configurano l'evoluzione, stratificazione dette varie organizzazioni, delle varie fasi, dei vari passaggi di fase che si sono susseguiti, costruendo appunto il carattere, nella storia di una persona, fno alla consapevolezza di sé. Ed è forte l'associazione con l'affermazione dì Prigogine che lontano dall'equilibrio la materia comincia a vedere.

Il setting è una forma vivente che nasce da un primo contatto tra analista e analizzato ed ha la possibilità di sviluppare progressivamente una variazione negativa di entropia dal valore originario, fino a stratificazioni e forme specifiche, in un processo storico appartenente alla relazione stessa. Stiamo affermando che il setting svilupperà un proprio carattere e sarà l'incontro tra il tratto caratterologico dell'analista e quello dell'analizzato, tra queste due figure frattaliche a permettere la possibilità di un nuovo sistema complesso, la sua autoorganizzazione, la sua autopoiesi, i suoi sviluppi, i suoi stadi; a permettere un contatto empatico, un essere insieme, con conseguenze significative sull'economia e neghentropia del sé dell'analizzato, del sé dell'analista e de! sistema complesso analista-analizzato.

Per chiarire meglio, l'essere insieme è una comprensione-compatibilità frattalica che si realizza verosimilmente se l’analista ha una figura frattalica a ordine di grandezza maggiore di quella presentata dall'analizzato.

La capacità di creare un contatto da parte dell'analista configura un concetto che ha forti analogie con quello di flessibilità, vale a dire la capacità dell'analista di scorrere sulle proprie posizioni, sulle posizioni dei livelli organizzativi della propria storia, e di posarsi sulla figura frattalica capace di entrare in risonanza con la figura frattalica dell'analizzato. Questo movimento ha il progetto di creare un'alleanza terapeutica, substrato di un possibile sviluppo coevolutivo della relazione nel setting. Sottolineiamo coevoluzione, e la validiamo su tre forme: non è sufficiente che ci sia un'evoluzione neghentropica solo dell'analizzato come non è sufficiente che ci sia anche quella dell'analista, ma è fondamentale che ci sia l'evoluzione della relazione analista-analizzato.

E' implicita l'interdipendenza e la conservazione della diversità delle parti. Un'analisi di scena del setting come l'abbiamo descritta, comporta una rilettura del transfert e del controtransfert.

Possiamo immaginarli come dei flussi che scaturiscono dall'assetto personologico, dai tratti, dalle figure frattaliche dell'analista e dell'analizzato; flussi di stadio, di tratto, di figure frattaliche specifici che si incontrano in interazioni che rispondono e si collocano anch'esse a degli stadi specifici della nuova forma-relazione.

L'interazione tra più transfert e controtransfert di tratto all’'interno della stessa relazione richiama il concetto di “accoppiamento strutturale” definito come interazioni ricorrenti che innescano modifiche strutturali nel sistema. E accettando che un sistema strutturale accoppiato è un sistema intelligente che apprende, un setting analitico ha una capacità di sviluppo neghentropico intelligente, ha una potenzialità di accoppiamenti strutturali intelligenti tra l’articolazione del bagaglio delle figure frattaliche dell'analista e quelle dell'analizzato rinforzata dall'essere, il setting, uno spazio operativo privilegiato, protetto e mirato. E tra le righe dobbiamo sottolineare la straordinaria responsabilità dell'analista rispetto a questa relazione, che non è una semplice relazione, ma è una relazione analitico­-terapeutica, una relazione che ha lo scopo fondamentale di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.

Da sfondo si fanno figura i vincoli-confini per la sostenibilità di un progetto che dovrà essere mirato sulla persona.

Introduciamo allora un'altra equazione fra quelli che noi chiamiamo passaggi di fase, veri punti critici di instabilità e i punti di biforcazione. Il come del passaggio di fase configura anch'esso secondo noi un segno inciso nella storia della persona, dell'architettura del suo sviluppo caratterologico.

Per essere più chiari, non possiamo per esempio permettere ad una persona che nelle propria storia ha il come di un punto di biforcazione inciso ad alto rischio destrutturativo, di compiere scorrimenti tra i diversi piani di organizzazione della personalità, con ritmi superiori alla sostenibilità di quel passaggio di fase estremamente fragile e senza accompagnarlo con un controtransfert assolutamente mirato nella forma e nel tempo.

Noi riteniamo di poter parlare di una freccia del tempo nella relazione, nel setting, nel sistema vivente complesso, che scandisce l'evoluzione degli accoppiamenti strutturali, degli stati neghentropici possibili; all’interno di questa relazione si gestiscono tempi che hanno la connotazione talora di tempo egoico, talora di tempo cronologico esterno, o di tempo emozionale interno, tempo del sé, tempo del sistema complesso sè-altro da sé, tempo scandito da una condizione assolutamente radicata nella storia della persona, fatta di paure, di allarmi di vigilanza, tempo legato alta sostenibilità economica delle possibili evoluzioni frattaliche di tratto e dei passaggi di stato, legato alle possibili nuove configurazioni della forma della relazione, tempo specifico dell'individualità del sistema, che definisce la complessità, un tempo di tratto, più tempi di tratto, un tempo che segna, un tempo che incide, un tempo che è segnato, un tempo che scandisce irreversibilmente la storia, un tempo legato a zone dell'organizzazione, in cui il flusso vitale può rarefarsi, I'autopoiesi disaggregarsi, una condizione psicotica esplodere, un tempo che definisce la forma ed è definito dalla forma.

Tuttavia la freccia del tempo indica una direzione in cui passato e futuro non sono equivalenti: e qui aggiungiamo che a maggior ragione, nel setting analitico terapeutico, gli stati del tempo si snodano con la caratteristica dell'irreversibilità: bisogna quindi rivisitare attentamente la struttura della psicoterapia intera e fermarsi a riflettere sulla chiave di reversibilità ottimistica insita nel sistema Freudiano: ciò che si struttura durante i vari stadi di sviluppo, i punti di fissazione, il possibile sviluppo di patologia, non è in grado di attivare una regressione che non può essere dunque una reversibilità del tempo, ma possiamo leggerla come un'attualizzazione di frattali a minor ordine di grandezza nell'organizzazione di quel sé. Allo stesso modo va riconsiderato il modo di condurre la terapia e le fughe nell'inconscio atemporale o extratemporale.

Stiamo chiedendo a una parte fondante della nuova forma vivente, all'analista una qualità e un requisito chiaro nella metacomunicazione, la capacità di parlare sul proprio stato e sul proprio stadio, una consapevolezza di sé allargata anche all'altro da sé e alla relazione sé­altro da sé, un lusso indicatore di stadi neghentropici abbastanza lontani dall'equilibrio, un guizzo creativo che circonda la forma e la garantisce continuamente. Se ci si consente un parallelo, l'analisi del carattere della relazione è I'ego della nuova forma vivente, la consapevolezza della nuova forma vivente che ha raggiunto lo stadio della visione. È in questa analisi sistemica fluttuante, in questo gioco di rimandi continui crediamo sia un requisito di stadio che appartiene anche al nuovo paradigma che ha nella religione dell'incertezza uno dei suoi parametri, che non ha posizioni di verità che rispondono a necessità neghentropiche di stadio minore, che ha nella possibilità di metacomunicazione un punto di biforcazione evolutivo e costante, un punto di instabilità e di fluttuazione che permette al sistema di non chiudersi mai.

*Psichiatra, presidente S.I.A.R.

**Psichiatra, A.U.S.L. di Teramo. 

Bibliografia:

  • F.Capra:”La rete della vita”, Rizzoli 1997.
  • G. Ferri, G. Cimini: “Psicopatologia e Carattere”, Anicia, 1992.
  • I Prigogine, I. Stengers: “La nuova alleanza”, Einaudi, 1981
  • I Prigogine: “La fine delle certezze”, Bollati- Boringhieri, 1997.
  • E.Tiezzi: “Fermare il tempo”, R. Cortina editore, 1996.


[1] B. G. Bara; “Manuale di psicoterapia cognitiva”; Bollati, 1996.

[2] F. Orsucci; Caos e complessità in psicopatologia ; Giornale Italiano dì Psicopatologia, 1996, 3: 267-271.

Genesi, Diagnosi Differenziale E Terapia Del Disturbo Da Attacchi Di Panico

Dott. Giuseppe Ciardiello*

I pazienti che manifestano il tipo di disturbi riconducibili al DAP (disturbo da attacchi di panico), si presentano allo psicologo dopo una serie di richieste d’aiuto volte sia al medico curante sia ai vari distretti d’emergenza. Questo perché il disturbo che si manifesta col panico non presenta avvisaglie. Non ci sono periodi precedenti l’esordio vero e proprio, con sintomi ridotti; a meno che non vogliamo far risalire all’ansia più o meno grave questo ruolo per così dire propedeutico. Ma l’ansia accompagna troppi disturbi per potersi considerare distintiva di qualcuno in particolare. Penso valgano le stesse considerazioni per la paura. Non è la stessa cosa per l’aggressività espressa o coartata. La maggior parte delle osservazioni che posso vantare depongono per una presenza notevole di aggressività non espressa. Mi sono persuaso che proprio dall’aggressività, che si ha timore di esprimere, derivi il formarsi della sintomatologia che va sotto il nome di attacchi di panico.

Se assumiamo questo punto di vista diventa facile capire anche il motivo per cui la cura di questo disturbo è rivendicata da gruppi di “auto-mutuo-aiuto”; gruppi autocostituiti che fino a qualche tempo fa nascevano sotto la spinta di disturbi di tipo sociale e/o relazionale o più di massa cioè per i quali c’è una maggiore possibilità autodiagnostica e spesso non sono considerati di competenza degli “strizzacervelli” (alcolisti anonimi e mangiatori anonimi).

Parlando di “aggressività non espressa” stiamo già parlando di problemi relazionali e infatti penso che il DAP sia il disturbo della relazione per antonomasia

Genesi

Ognuno di noi ha la sensazione di un rapporto di continuità col proprio passato. Malgrado l’evoluzione e la crescita si attuino per mezzo di processi di cambiamento, noi siamo convinti d’essere sempre noi stessi. Il nostro senso d’identità rimane costante. Viene spontaneo chiedersi allora cosa è a rimanere sempre uguale e a darci questa sensazione di continuità.

Dal concepimento in poi le cellule del nostro organismo cambiano costantemente e i vari organi “esitano” solamente in forme strutturalmente definite (Ruggieri, 1997). Ciononostante siamo anche vissuti da un sentimento di “esistere” che accompagna il realizzarsi delle funzioni dell’organismo che noi siamo. Questo sentimento ci dà il senso di continuità; è ciò che chiamiamo “il senso di Sé”. Come il sentimento che accompagna lo svolgersi delle funzioni è riconducibile al Sé, al sentirsi dell’organismo, l’Io è riconducibile al sentimento che nasce a seguito della “integrazione delle funzioni” e al suo riconoscimento.

Alla nascita ogni bambino si ritrova non solo con un corredo genetico completo ma anche con organi tutti funzionanti. I sistemi più importanti sono già definiti mentre la maturazione nervosa si completerà solo dopo la nascita, una volta che l’organismo è calato nell’ambiente in cui dovrà vivere.

La dotazione organica è notevole ed ogni organo è capace di molte competenze; ciò che manca all’insieme dell’organismo è la coordinazione degli organi volontari. Sono presenti alla nascita tutti i riflessi essenziali, da quello rotuleo all’ammiccamento oculare, a quello prensile, ma il bambino non è ancora capace di coordinazione e quindi non sa seguire un oggetto con ambedue gli occhi, non sa portare alla bocca un oggetto e non riconosce la propria mano in quell’organo che apre e chiude davanti ai suoi occhi.

Per tutto il periodo della gestazione queste competenze non sono state necessarie. Diventano importanti dalla nascita e successivamente caratterizzano anche le modalità relazionali e l’autonomia del nascituro. È da questo momento infatti che viene chiesto al bambino l’esercizio e il movimento coordinato dei propri organi e, cosa più importante, gli viene chiesto di farlo in maniera intenzionale. In questo modo il bambino è indotto a sperimentare-si e impara a ri-conoscere gli organi, i propri organi.

Il bambino è indotto a ri-conoscersi (riconoscere sé) da una figura molto importante e da cui dipende totalmente. Il bambino impara contemporaneamente, perché ama e dipende da chi ama, che è fatto di organi autonomi e che questi pezzi di sé possono essere messi insieme a formare uno “schema” più complesso di comportamento.

È nella relazione che è promossa “l’intenzione”. L’intenzione si lega e nasce dal vissuto di piacere che a sua volta deriva dalla ricompensa che il bambino vive nello scoprire di poter gestire la realtà coordinando il movimento di quelle parti del proprio organismo. Forse in questo momento scopre anche il senso del possesso e “dell’essere” padrone…

Insieme al piacere della scoperta di poter intervenire nella gestione della realtà, che lo mette in relazione con l’esterno (dal cui confronto nasce l’Io), è possibile ipotizzare per il bambino un piacere più sottile e profondo che accompagna questi eventi, ed è quello di scoprirsi capace di una “integrità”, di un’interezza. Il piacere narcisistico[1] del “tenersi insieme”.

Quindi possiamo dire che il bambino “si vive” nei propri organi funzionalmente separati; anche se maturi, inizialmente questi organi non sono riconosciuti come “Io”. Poi, nel momento in cui sperimenta la possibilità di comporre movimenti più complessi e coordinati, scopre sia gli organi sia il piacere di muoverli insieme in modo integrato e coordinato. Il piacere narcisistico accompagna la nascita dell’Io.

Il vissuto che accompagna quest’esperienza sarà un sentimento d’integrazione progressiva che si accompagna al riconoscimento, per contrasto, del sentimento iniziale di “non-integrazione”[2].

Quando siamo stanchi e provati, la messa in atto di comportamenti più elementari corrisponde al processo della regressione per mezzo della quale si attua un recupero energetico. Da questo punto di vista le modalità di funzionamento regressive, richiedendo meno impegno, sono anche modalità di recupero energetico. È come se dicessimo che le modalità di funzionamento più mature, cioè l’Io per poter esistere e le sue funzioni per poter essere mantenute attive, avessero bisogno di costante attenzione e impegno per cui, quando siamo stanchi e/o stressati, possiamo “mollare” e lasciare che subentri un modo di funzionare più semplice.

Del resto non potrebbe essere diversamente considerando tutto l’organismo un evento processuale; un processo più evoluto conserva le modalità di funzionamento degli elementi che lo compongono per cui possiamo dire che vivere ad un certo livello dell’evoluzione e di organizzazione organismica, richiede l’esistenza di un certo “lusso energetico”. In alcuni questo livello di organizzazione energetica viene vissuto come “sforzo”. Non riuscendolo a sostenere si adottano procedure regressive con la corrispondente adozione di comportamenti precedenti e più elementari. In questi casi però c’è un rischio; è possibile che il ritorno regressivo ai comportamenti precedenti riattivi vissuti arcaici di sviluppo evolutivo che ricordano i momenti di non-integrazione. Il rischio è che anziché rivivere questa esperienza come il ritorno alla non-integrazione la si possa vivere come una caduta o un precipitare nel vissuto della “disintegrazione”.

 

 

Diagnosi differenziale

 

In genere è difficile legare gli eventi DAP a momenti specifici della propria storia personale perché evidentemente qualcosa relativo ai “legami” è stato compromesso ed è diventato difficile il recupero dell’esperienza passata. Quando parliamo di “esperienza” ci riferiamo sia ai “comportamenti” osservabili sia alle emozioni e ai sentimenti che li accompagnano. All’inizio della vita extrauterina le emozioni non sono affinate ed è dal piacere e dal dolore che si svilupperanno la rabbia, l’odio e l’amore. In questo periodo, quando il bambino scopre di esistere, lo fa attraverso gli occhi e lo sguardo di coloro che gli vogliono bene. È attraverso loro che scopre il piacere di esistere e con loro comincia e rivendicare e a scoprire il piacere (narcisistico) di realizzare le proprie intenzioni.

In che modo avvengono queste scoperte? Prima di scoprire la possibilità di realizzare le proprie intenzioni il bambino scopre, negli occhi della madre, il “piacere” della realizzazione del suo (di lei) desiderio. All’inizio è lei che mostra piacere o disappunto indipendentemente dall’intenzionalità del bambino nel realizzare qualsiasi comportamento. È lei che comincia il gioco di desiderare che lui realizzi cose. S’instaurano i primi i primi giochi relazionali in cui il bambino scopre il piacere d’essere chiamato in causa. Scopre che i richiami, gli appelli sono rivolti a lui e solo a lui ed è il piacere e il desiderio della intenzionalità, che lui compia delle azioni intenzionali, scritti negli occhi della madre, che il bambino legge e alla fine cerca e riesce a fare propri.

Ma come riesce un bambino a fare propria l’emozione materna? Ad incorporarla ed introiettarla? Una delle competenze ereditate geneticamente dai bambini è quella del riconoscimento dell’emozione attraverso l’imitazione. Sembra che i bambini posseggano questa capacità fin dal primo giorno dalla nascita (Goleman, 2004). Secondo alcuni assunti neurofisiologici (Ruggieri, 1997) l’empatia è un sentimento i cui correlati neurofisiologici sono attivati nell’esperienza imitativa. Forse è questo a spingere il prof. Ruggieri a definirla “decodificazione imitativa”. Allora forse, se l’empatia è una funzione corrispondente ad organi già presenti alla nascita, vuol dire che la condizione del suo sviluppo è l’esercizio ed è per questo forse che possiamo anche “dimenticare” d’essere empaticamente competenti, per mancanza d’esercizio. Oppure possiamo anche non aver mai imparato. Manca l’esercizio quando non ci sono stimoli adeguati. Al bambino non è offerta l’opportunità dell’esercizio di una funzione.

I processi precursori dell’empatia presenti alla nascita sono tecnicamente definiti “mimetismo motorio”. Probabilmente è con l’utilizzo di questi processi che il bambino porta dentro di sé il desiderio materno o, per meglio dire, costruisce dentro di sé il desiderio corrispondente all’immagine di ciò che vede riflesso negli occhi, nella voce e nel volto delle persone care. Le prime cose che desiderano le persone che si prendono cura del bambino, per il bambino, sono legate all’evoluzione. Il primo desiderio di ogni genitore è scoprire che il bambino è capace di apprendere. Ogni sua più piccola conquista è accompagnata da manifestazioni di gioia. Queste manifestazioni fungono da rinforzo perché il comportamento si ripeta e sempre meglio.

Il sempre meglio sta per “sempre meglio integrato” corrispondente alle esperienze attraverso cui il bambino impara a coordinare il movimento del proprio corpo e dei propri organi nello spazio in relazione alle persone ed agli oggetti e finalizzando tutto al perseguimento di un obiettivo.

Scoprendo di “voler fare” il bambino scopre se stesso e scopre che il suo piacere, nel realizzare l’integrazione degli organi del suo corpo e delle funzioni di questi organi, corrisponde al piacere antico intuito negli occhi della madre. La gioia della madre per la sua riuscita sarà la sua gioia.

Quindi, sintetizzando possiamo dire che il bambino dalla nascita scopre i propri organi; che attraverso l’esercizio del mimetismo motorio scopre le emozioni dei genitori e costruisce l’empatia; si appropria delle loro emozioni e scopre la gioia di poter agire,con intenzione, sulla realtà attraverso il processo di integrazione dell’Io. E scopre anche una cosa che ha per noi un grande valore esplicativo ai fini della costruzione di un’ipotesi sulla genesi del DAP: scopre che il costante sostegno e desiderio che i genitori manifestano in direzione del perseguimento dell’integrazione dell’Io, funge da collante tra le stesse funzioni per cui il bambino lega le funzioni che “sente” maggiormente valorizzate. Per questo la partecipazione, l’interesse, la disponibilità, la presenza, il contatto di coloro che si prendono cura del bambino, sono strumenti utili a rafforzare il formarsi dell’Io (integrato), mentre al contrario, l’assenza, la mancanza di disponibilità eccetera conducono a disturbi corrispondenti all’atrofia, alla dimenticanza, a poca dimestichezza nello svolgimento di funzioni specifiche.

In questa dinamica energetica anche i pre-giudizi, le convinzioni, la fede che i genitori hanno nei confronti della possibilità del bambino di realizzare le opportune integrazioni e apprendimenti, li condizionano. È il desiderio e la fiducia della mamma nella capacità del figlio che lo rendono veramente capace di realizzare i suoi desideri (della madre) che poi diventano anche del figlio. Di solito diamo per assodato che i genitori siano convinti delle reali possibilità del figlio di realizzare gli eventi maturativi. Invece nella realtà il giudizio dei genitori, quello che sentono e pensano rispetto al figlio, è sempre condizionato dai sentimenti che vivono nei suoi confronti, e in genere, nella relazione col figlio, ogni genitore porta anche i sentimenti non elaborati e i bisogni non soddisfatti dalle relazioni avute col/nel suo mondo. Anche quella col figlio quindi è una relazione colorata dal proprio mondo interno ed anche con lui si esprimono bisogni di dipendenza e regressione infantile. Molte insoddisfazioni possono venire a galla e i propri bisogni si impongono in modo più impellente di quelli degli stessi figli. I genitori possono ritrovarsi ad essere troppo presi dalla propria realtà e distratti nei confronti dei figli.

Inoltre capita a tutti nella vita di scoprire che ci sono periodi alti e bassi e a tutti può accadere che, pur essendoci disponibilità, amore e attenzione, ci possono essere periodi in cui anche le persone che si prendono cura di un bambino sono presi da altro e inavvertitamente cambiano il loro modo di rapportarcisi.

Per una madre può esserci la nascita di un altro figlio, un problema di lavoro, il decesso di una persona cara, insomma eventi che possono distogliere l’attenzione dal bambino riducendone l’investimento affettivo. Del resto è un normale modo di relazionarsi quello che prevede il graduale disinvestimento genitoriale e serve ad educare all’autonomia. Solo che questo disinvestimento non sempre si realizza nel momento opportuno né nei modi in cui il bambino può tollerarlo.

In questo periodo della propria esistenza la sua vulnerabilità è notevole. La vita si limita al rapporto instauratosi con le figure primarie e, in alcuni casi, qualsiasi cambiamento che non tenga conto del periodo evolutivo e delle modalità di relazione del bambino, è suscettibile di ingenerare un vissuto drammatico che produce un grosso dolore e paura.

Il dolore e la paura generano la rabbia che non può comunque dirigersi contro le persone da cui si dipende perché rimangono sempre gli oggetti più significativi della propria esistenza; attaccarle significherebbe rischiare di distruggerle, di fargli del male e questo non può essere, non può avvenire. Nasce un conflitto il cui esito porta a rivolgere questa rabbia contro se stessi. C’è un’inversione di tendenza. Aggredendo se stessi si realizzano diversi obiettivi: si scarica la rabbia; si punisce colui che vive la rabbia e desidera fare del male alle persone cui si vuole bene; si fa anche del male all’oggetto cui i genitori vogliono bene, quindi li si ferisce indirettamente.

Quando le esperienze di questo tipo, di disattenzione genitoriale, di disconferma o di trauma, sono frequenti o molto intense o durano per troppo tempo, è possibile si formino delle personalità dubbiose; con poca fiducia e spaventate dalla realtà, sempre sulla difensiva. Sono persone costantemente attente a controllare tutto e tutti e tese a tenere in un insieme coerente, con tutte le loro forze, le componenti emozionali e cognitive del mondo che si sono costruiti.

Sono persone costantemente sottoposte a stress emozionali e fisici perché si sobbarcano di tutti gli oneri di un’autonomia di cui non sono capaci o alla quale sono impossibilitati; cercano di dimostrare di poter fare tutto da soli, come immaginano che vogliono i loro genitori; di non aver bisogno di alcun aiuto pratico né affettivo; tengono a bada le emozioni e la loro espressione perché hanno interpretato il voltafaccia o il disinteresse o la disattenzione genitoriale come una richiesta tacita di crescita e autonomia. Pur non avendo mai vissuto una vera e grave separazione vivono paventandone sempre una. Sono quindi persone sempre in allarme e impegnate a vivere al massimo delle proprie possibilità.

Probabilmente proprio questo “massimo costante sforzo” rende loro impossibile realizzare qualunque progetto. La tensione e l’ansia derivanti da questa modalità di approccio alla vita sarà energeticamente depauperante perchè si esaurisce nel tentativo del controllo.

Il naturale sentimento di fiducia nelle proprie possibilità, non essendo stato alimentato dai genitori distratti, presi altrimenti, arrabbiati, insoddisfatti, delusi, è frainteso e viene sostituito da quello del controllo. Certamente perché c’è anche più dimestichezza con questa pratica piuttosto che l’altra.

Qualunque vera separazione o anche solo il rischio di una vera separazione, che potrebbero anche essi stessi giudicare e sentire come necessaria, una perdita improvvisa o anche solo il rischio di una perdita, mette questa persona davanti alla realtà del proprio vissuto d’impossibilità a “farcela” a sopravvivere e può scatenare un attacco di panico.

Gli attacchi di panico hanno esordi improvvisi ed inaspettati. Questi momenti di acuta ansia non durano moltissimo ma comunque il tempo sufficiente a stabilizzare un sacro timore che l’evento possa ripetersi.

Non ci sono motivi oggettivi di scatenamento; il pericolo e il terrore che si racconta di vivere è solo un tentativo di descrivere l’emozione, che si crede, dovrebbe accompagnare le sensazioni disgreganti che si sperimentano. La paura è terribile perché è di morire e non ci sono parole capaci di rendere conto efficacemente del vissuto e in maniera credibile. In quel momento non è l’individuo a vivere l’attacco di panico bensì, al contrario, ne è vissuto. Si ha paura della follia e della perdita di controllo perché quello che si sta vivendo “è” follia, “è” al di là di sé. L’Io con tutte le sue capacità di controllo, razionalità, lucidità ha abdicato o si è anche lui nascosto da qualche parte. La tempesta infuria e devasta i ritmi, sconvolge i confini.

Ogni parte del corpo va per conto suo, diventa pesante, stanco, estraneo e “quelle strane sensazioni” diventano indici di una volontà che è dentro di noi ma non siamo noi; non la riconosciamo come nostra. Nasce la paura della follia e di non poter essere artefici di noi stessi nelle esperienze future. Si autoalimenta la sfiducia. Comincia una lotta immane ed estenuante tra il cedere, lasciare andare e lasciarsi andare o tenere/tenersi sotto controllo. Il “sapere” dell’irrealtà del sintomo non basta a tranquillizzare; tachicardia, senso di soffocamento, blocco allo stomaco, contrazioni viscerali, disturbi alla vescica, tremori agli arti, tutte sensazioni, forse non reali, ma non per questo meno vere.

Dopo le prime volte, la diagnosi ufficiale, “sindrome da attacchi di panico”, diventa anche una condanna perché è come se questo disturbo venisse catalogato tra quelli di fantasia, non reale, inventato. Chi non l’ha mai vissuto non riesce a capacitarsi della veridicità delle sensazioni e dei vissuti raccontati e allora accade che questi disturbi vengono vissuti in solitudine, là dove matura il pudore a confessare la numerosità degli attacchi e la loro gravità. Quando poi non si arriva anche a sentirsene in colpa.

Nella relazione si cerca la sicurezza sulla quale comunque ci si riserverà sempre qualche dubbio. Si tende alla simbiosi e all’approvazione degli altri. Si temono le emozioni bloccando in modo particolare l’espressione dell’aggressività; si tende al conformismo sociale e si sacrifica la creatività.

La cosa che più di tutte si evidenzia è il legame tra angoscia di separazione e panico.

 

Attacco ai legami dell’Io come presupposto per il DAP

 

L’approccio terapeutico alla sindrome parte sempre da un’ipotesi e questa può essere formulata a partire dall’osservazione del comportamento e dai vissuti fenomenologici. È per questo che ogni intervento deve essere preceduto da una breve indagine diagnostica. A volte è anche possibile ci siano manifestazioni sindromiche simili che, pur appartenendo allo stesso quadro diagnostico, possono poi rivelare una diversa genesi dinamica e perciò diventa importante che la diagnosi sia anche capace di leggere una differenza nel formarsi di un certo quadro nosografico.

Nel DAP ci colpisce quanto ci viene riportato circa un vissuto di separazione tra l’espressione corporea e la capacità di riconoscere l’emozione rappresentata. L’unica emozione riconosciuta alle diverse attivazioni fisiche (tachicardia, soffocamento ecc.) è la paura. Le persone affette da panico nelle sue varie manifestazioni, non sono in grado di risalire alle emozioni che hanno scatenato quelle attivazioni neurofisiologiche ma riescono unicamente a riconoscere quella da esito finale. È possibile supporre che proprio il mancato riconoscimento emozionale porti ad una sensazione di estraneità sensoriale che, alla fine, è riconducibile alla paura.

Un altro elemento distintivo che può assumere valore differenziale nel DAP è il fatto che, mentre nelle forme di attivazione somatica riconducibili all’isteria l’investimento riguarda l’organo e la funzione specifica relativa, in modo che il sintomo assume un proprio linguaggio e una propria comunicazione alternativa rimandando sempre a qualche altra cosa (il sintomo sta per qualche altra cosa), nel panico ciò che viene investito affettivamente è il legame tra le funzioni dei diversi organi È investita la funzione di raccordo e il legame tra le stesse funzioni che in tal modo perdono di senso e significato. Proprio questo investimento dà conto sia del valore aggressivo di quest’affetto sia della valenza relazionale del DAP.

Tutto ciò ci conferma ulteriormente anche rispetto a quanto accennato a proposito dell’empatia; cioè che le funzioni dipendono dall’esercizio e dall’utilizzo che ne facciamo e che, ora possiamo dire, è innanzi tutto relazionale.

Nel tentativo di spiegarci cosa accade negli eventi di DAP proviamo a dire che i processi fondamentali del nostro organismo sono relativi alle funzioni del “legare” e “separare”. L’abbiamo visto un po’ in opera nell’evoluzione e abbiamo anche visto che queste due funzioni operano anche a carico di ciò che costruiamo dentro di noi. Una volta scoperto l’uso che possiamo fare delle varie istanze, emozioni, sensazioni e funzioni che formano il nostro organismo, leghiamo e mettiamo insieme quello che è fuori di noi e quello che viviamo dentro. Quest’operazione la realizziamo sia a livello psicologico che corporeo anzi al contrario, sia a livello corporeo che psicologico, perché è dalle esperienze corporee che partono le informazioni che alla fine “mentalizziamo” per sintesi progressiva. Le funzioni del “legare” e “separare” si legheranno e avranno una corrispondenza con le sensazioni e con le emozioni così che possiamo parlare di una sorta di “corporeizzazione”. Cioè, contrariamente a quanto può suggerire il termine, le emozioni possono essere comprese solo dopo che le abbiamo sentite nel corpo e abbiamo imparato a conoscerle. Il che vuol dire che ciò che sentiamo nel corpo ha sempre un correlato e un significato emozionale; solo che può essere subentrata una difficoltà a ri-conoscerlo. Un’interruzione tra il sentire e il capire.

Ciò che negli attacchi di panico determina questo scollamento è la rabbia rivolta contro l’Io e le sue funzioni. In queste persone quando l’evento separazione, o la sua possibilità, si produce realmente, sotto forma di un’eventuale decesso, allontanamento da persone care, realizzazione di un progetto d’autonomia (tesi di laurea, diploma), matrimonio o anche si presenta in forma simbolica (un viaggio, un volo, un conflitto relazionale) e sono in un momento di stress fisico o psicologico, scatta l’attacco di panico derivante da un vissuto di dolore cui corrisponde una rabbia che non può essere indirizzata verso l’oggetto scatenante in quanto è lo stesso oggetto visto e perseguito come gratificante. Questa rabbia viene allora diretta verso l’Io, che è “un’integrazione di funzioni”, menomandone la capacità legante in quanto è proprio questa capacità che rappresenta, in quel momento, l’inverso del processo che sta generando la rabbia (la separazione) e, per l’inconscio, l’inverso di una cosa è la cosa stessa; si realizza con questa modalità l’aggressione dell’evento separazione che fa stare male.

L’aggressione dell’Io rappresenta per questo disturbo anche l’aggressione dell’oggetto condiviso dalla nascita con la figura primaria di relazione; con il primo campo “madre” il bambino condivide la gioia e il piacere narcisistico dell’integrazione. Aggredire l’Io può equivalere, per il bambino, ad aggredire in sé il desiderio materno della crescita e dell’autonomia.  

Una diagnosi energetica rivelerà in queste persone una buona tonicità, tendenze affermative e atteggiamenti risolutivi che rimarcheranno tenacia la quale può indurre a errate valutazioni diagnostiche di masochismo morale. Queste persone non sono masochiste perché non godono nello star male e nel non riuscire a realizzare i propri obiettivi. Anzi ne soffrono e se ne affliggono e l’autodenigrazione è solo un’ulteriore manifestazione della rabbia autodiretta.

Quando invece siamo effettivamente in presenza di una bassa energia, è possibile si realizzi una pura difficoltà dell’Io a realizzare una costante integrazione delle funzioni fisiche e mentali. Eventuali esaurimenti fisici e/o psichici possono manifestarsi con attacchi di panico. Però non possiamo ancora dire d’essere in presenza di una sottostante o evidente depressione perché questa carenza investe le capacità dell’Io e non quelle del Sé.

Queste persone sono persone che s’impegnano e si danno da fare ma sono facilmente vittime della stanchezza, dell’esaurimento, della difficoltà di concentrazione, mancanza di costanza e può capitare che siano anche destinate ad essere soggette ad errate diagnosi di depressione.

Il DAP copre invece una vera depressione quando l’aggressività, l’animosità e la rabbia sono rivolti al Sé, al sentimento che accompagna la sensazione di esistere. In questo caso l’individuo è svuotato di senso anche se ugualmente può essere preda di senso di perdita, dispersione e disintegrazione. L’Io in questo caso è come se “recitasse il panico” con lo scopo di trovare un conforto, un legame, un’accoglienza che possa riuscire a dare un senso relazionale all’esistenza. È proprio il valore relazionale che assimila queste due manifestazioni.

Per questa serie di considerazioni possiamo dire che le persone destinate all’attacco di panico, lo possono incontrare ogni volta che vivono una relazione nella quale c’è il rischio, anche solo paventato, della separazione. Si può dire che questo evento è così tanto temuto che si impegnano a tenere insieme la relazione ostinatamente anche “faticando moltissimo” e al limite delle proprie capacità, sacrificando tutti i propri bisogni e desideri.

La problematica della separazione è quindi principe in questo disturbo presentandosi a tutti i livelli di relazione; “mettere e tenere insieme” le cose e le persone sono i processi maggiormente perseguiti perché maggiormente meritevoli e necessitanti di riparazione.

Nemmeno rilassarsi è possibile per queste persone perché il relax si accompagna ai vissuti di regressione psicofisica e regredire, per loro vuole anche dire “tornare a modalità di funzionamento precedenti”. Quelle “modalità di funzionamento evolutivo” precedenti sono proprio le modalità di non-integrazione infantile che queste persone vivono con allarme e paura perché, per loro, l’allentamento dei legami tra le funzioni si accompagnano a vissuti di rabbia rivolta all’Io come rappresentante simbolico di oggetto d’amore condiviso e quindi sono vissuti di disintegrazione e perdita.

Da qui la paura di perdersi, rompersi e frammentarsi; la paura d’impazzire.

La paura di “non sapersi controllare” che l’attacco di panico provoca, è quindi da mettere in relazione alla paura di non sapersi più tenere insieme e alla paura che l’Io perda la capacità di “controllo funzionale”. Nel DAP quindi non è messo in discussione l’autocontrollo come funzione Super egoica, ma il controllo come funzione dell’Io.

La lotta evolutiva di queste persone è tesa a dimostrare-si capaci di un’integrazione di cui non sono per niente sicure. E non ne sono sicure perché nella relazione con i genitori non hanno avuto sufficienti conferme della loro “capacità/possibilità” di farcela. Forse inizialmente i genitori erano distratti o presi da altro, poi disinteressati, poi da più grandi li hanno disconfermati e non è raro infatti che si siano trovati davanti a vere e proprie competizioni con le figure genitoriali nel cui confronto hanno cercato e tuttora cercano di mostrarsi più capaci e più bravi di gestire la famiglia, la professione, la relazione. Competizione che a sua volta esaspera ed alimenta rimproveri e ritorsioni genitoriali.

Questa competizione permane tanto a lungo che a volte si rivela ancora attiva nel perseguimento problematico e forzato dell’autonomia anche nell’età adulta e, proprio perché forzata, si risolve spesso in esiti disastrosi.

Questa dinamica, relativa all’Io, si lega alla fiducia piuttosto che al controllo.

La capacità di controllo è ciò che la società in genere ci chiede; è un appello alla forza, all’impegno energetico. Ci chiede di rinsaldare e fortificare i limiti, i confini del nostro organismo e non lasciare uscire né entrare elementi estranei. Si fa appello implicitamente alla rigidità che può stare anche per “chiusura”, forza, impenetrabilità, per corazza, anche caratteriale direbbe Reich. Nel richiamarsi al controllo si fa più appello alle istanze riconducibili al super-Io piuttosto che all’Io.

Ma la rigidità si lega alla fragilità ed è proprio questa la caratteristica che incontriamo nelle persone preda degli attacchi di panico quando coltivano il controllo piuttosto che la fiducia. Sono al contempo forti e fragili. Danno l’impressione di potersi fare carico di qualunque cosa tanto da destare l’incredulità, la sorpresa e il disappunto, anche in chi li conosce da tempo, quando poi crollano.

In questo cerchio si auto alimenta la sfiducia.

È per questo che in queste persone non può e non deve essere alimentato il “controllo” bensì la fiducia. Fiducia nella possibilità di rilassarsi senza perdersi; fiducia nella possibilità di ritrovarsi e rimettersi insieme (ritrovare le loro parti e rimetterle insieme) anche dopo che ci si è lasciati andare. Fiducia nella possibilità di “connettere” le cose, i pensieri, le sensazioni e le emozioni. Così potrà diventare possibile rilassarsi anche negli eventi sessuali e finalmente diventare possibile anche la scoperta del “piacere” della tenerezza. Un elemento diagnostico differenziale può infatti essere considerata anche la difficoltà ad abbandonarsi al rapporto sessuale e, come contrappunto e forse a conferma di questa affermazione, troviamo difficile notare schiette ed indubbie manifestazioni di panico nelle donne in gravidanza.

 

 

Terapia

 

Qualsiasi metodo utilizziamo nell’attuare una psicoterapia è influenzato dalle idee che abbiamo nei confronti del singolo. Nella favola di “Amore e Psiche”, la “fede” nel sentimento che Psiche prova nei confronti di Amore deve essere sufficiente e bastare perché il rapporto continui. La favola racconta della separazione che interviene quando Psiche cerca di “mettere gli occhi”, la coscienza, dove deve essere solo il cuore. Ma, contrariamente al luogo comune sapere, conoscere e amare non sono necessariamente antitetici; quando Amore diventa consapevole del proprio sentimento e smette di temere si ricongiunge all’amata. Allora forse il segreto sta nell’imparare a guardare dentro di sé piuttosto che nell’altro e riconoscere, nel senso di accettare, quello che ci troviamo così da scoprire che la fede è figlia della fiducia.

Nel DAP è questo il credito che maggiormente viene perseguito. Lavorando con persone affette da questo disturbo, si ha quasi sempre l’impressione che stiano cercando un sostegno, la forza di credere in loro stessi. A fronte degli impegni che si assumono, delle cose che fanno, delle disponibilità che mostrano, di fatto non credono in loro stessi. Forse proprio per questo s’impegnano al di là delle forze; per dimostrarsi diversi da come sentono di essere. È come fossero convinti che le cose fatte non abbiano il valore che meritano; che siano sempre cose di poco conto. Non hanno fiducia. Ciò che manca in queste persone è la fede e la fiducia e la fede e la fiducia testimoniano l’amore.

Sembrerà banale, ma è anche in questo senso che l’attacco di panico è la manifestazione di un problema di relazione. Queste persone sono in cerca, non dell’amore ma di essere amati; di qualcuno che le ami senza condizione, che gli faccia sentire e trovare la fede, che gli mostri e gli faccia sentire la fiducia. Di questi sentimenti hanno bisogno di appropriarsi e su questa dinamica psicologica nasce e si sviluppa la logica del gruppo di auto mutuo aiuto.

La domanda implicita del disturbo è in relazione alla dedizione, fiducia, gratuità, disponibilità; domande cui difficilmente può rispondere una figura professionale disponibile solo nelle ore di lavoro. Domande cui risponde in maniera più prossima invece un gruppo autogestito e autoformatosi.

Di questi bisogni è necessario tenere conto e un intervento, di qualunque tipo, rischia il fallimento se non si accompagna alla fiducia. È necessario che il terapeuta, lo psicologo e qualunque altro operatore credano nella possibilità che la persona che gli si rivolge ce la farà perché ha le qualità, le prerogative, gli attributi e le capacità per farcela a tenersi insieme, a rimanere “centrata” nelle avversità, a non perdersi, non disperdersi e non svuotarsi quando tanto e tante cose contemporaneamente richiederanno attenzione ed interventi.

Il DAP privilegia il corpo come teatro di manifestazione e penso che innanzi tutto del corpo dobbiamo accettare il dialogo. La mentalizzazione dovrebbe essere uno degli obiettivi terapeutici e una delle qualità di cui aver fiducia e a cui dare credito. La “mimetizzazione intellettuale e cognitiva” che è possibile osservare all’inizio di un’eventuale psicoterapia con queste persone, va considerata testimone degli sforzi che fanno per trovare la strada del “com-prendere”, del portare e mettere dentro di loro un certo modo di fare. È un tentativo di appropriarsi di un modo d’essere; un assecondamento che è un atto d’amore. Nella relazione devono però imparare a credere nell’esistenza di un modo d’essere personale che va cercato insieme piuttosto che creato; devono imparare ad abbandonarsi e lasciarsi andare ai movimenti spontanei del proprio organismo che in quest’allentamento potrà esprimersi in libertà e creatività. Devono essere rieducati alla fiducia in modo da smettere di aver paura di ciò che può accadere dentro di loro. Come Psiche dovranno imparare a “credere ciecamente” e perciò bisogna stare attenti a non illudere né deludere.

Un metodo terapeutico privilegiato per il DAP penso sia quello che prevede la possibilità di comprendere la problematica attraverso l’espressione corporea. Attraverso il corpo deve prevedere il suo esercizio così da metterne in evidenza le possibilità di modifica attraverso l’esperienza.

Noi siamo non solo le cose che pensiamo ma anche il modo in cui le pensiamo, siamo non solo il respiro e l’aria che ci entra dentro, ma anche il modo in cui prendiamo e utilizziamo quest’aria. Il “lasciarsi andare” e abbandonarsi, prima di diventare un’idea, è stata un’esperienza forse assimilabile anche a quella primaria di abbandonarsi nelle braccia di qualcuno; il panico prima di farsi parola ha invaso il corpo. Le “distonie neurovegetative” sono lo “scollamento” delle funzioni del nostro corpo che, sperimentate, testimoniano esperienzialmente l’incapacità a “tenersi insieme”.

Per questo penso che in psicoterapia debbano essere considerati un buon ausilio gli esercizi corporei che rimandano ai concetti di “equilibrio”, “coordinazione”, “centratura” e che propongono l’attenzione sensoriale privilegiando l’atteggiamento di accoglienza e fiducia. Rimane importante però non considerare questi esercizi alla stregua di semplici movimenti corporei; il loro senso va ricondotto alle valenze relazionali della relazione terapeutica perché si possano sperimentare, finalmente in una situazione “protetta” e accogliente, quegli eventi che sono diventati un’ombra persecutoria.

*Psicologo Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R. 

 

Riassunto. In questo articolo s’intende ipotizzare che gli eventi “attacchi di panico” siano generati dall’incapacità e impossibilità ad agire l’aggressività nei confronti delle prime persone significative. Dalla nascita l’Io si struttura rappresentando continui atti d’amore volti a queste persone. L’affetto, dato e ricevuto, diventa il collante di questa stessa struttura. È imperativo allora negare la rabbia; ma quando diventa impossibile, capita di poterla esprimere solo nei confronti di questo collante primario realizzando in tal modo diversi obiettivi. Nel DAP quindi, il controllo non è sempre e solo un’istanza super-egoica ma anche uno sforzo per “tenersi insieme”. [Parole chiave: Disturbo da attacchi di panico, Tenersi insieme, integrazione/non-integrazione, fiducia, controllo]

 

Abstract. Etiology, Differential diagnosis, and therapy of Panic Disorder. In this article the event of “Panic Attack” is seen as possibly generated by incapacity and impossibility to use one’s own aggression against the first meaningful persons. From birth the “Ego” forms itself by continuous acts of love towards these persons. This affection, given and received, becomes a glue of this “Ego”. It therefore becomes imperative to deny one’s range; but when it is impossible, it may happen to be able to express it only against this primary glue; this realizing in this way various aims. In the DAP therefore, the control is not only a matter of super Ego but also an effort to “keep oneself together”. [Key words: Panic Attack Disorder, Keep oneself together, integration/non-integration, belief, control]

 

Bibliografia

Goleman D., “Intelligenza emotiva, che cos’è, perché può renderci felici”, BUR, 2004, (pp. 126-127).

Ruggieri V., “L’esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica”, Ed. Armando, 1997.

Ruggieri V., “L’identità in psicologia e teatro”, Ed. Magi, 2001.

Winnicott, D. W., “Dalla pediatria alla psicoanalisi”, Ed. Psycho Martinelli, 1991.



[1] “Il narcisismo, che è un processo presente insostituibilmente in tutti gli umani, ha dunque per noi le sue radici nella corporeità, e si sviluppa attraverso l’intervento di meccanismi legati all’esperienza del piacere… Il piacere narcisistico è piuttosto assimilabile a quello che si chiama «istinto di vita»: è il piacere che deriva dall’integrazione degli eventi corporei che, nella forma di istinto di vita, è generato dalla necessità biologica di «tenerli insieme» e di dar loro «unità». (Ruggieri, 2001, 99).

[2] “La disintegrazione della personalità è un ben noto stato psichico, e la sua psicopatologia è molto complessa. L’esame di questi fenomeni in analisi, tuttavia, mostra che lo stato primario di non-integrazione è alla base della disintegrazione” (Winnicott, 1991, p. 180).

I Sette livelli reichiani e la Psicologia olistica

 di Roberto Maria Sassone*

Stiamo assistendo ad una rivoluzione del paradigma scientifico nel campo della moderna psicologia con l’introduzione di due fattori essenziali, senza i quali non si può parlare di psicologia olistica: essi sono il corpo e la coscienza.

Prendo le mosse dal pensiero di Wilhelm Reich, lo psichiatra allievo di Freud, che per primo si rese conto che non si poteva condurre una psicoterapia davvero efficace senza restituire al paziente la sua corporeità. Infatti Reich constatò che tutte le difese ed i condizionamenti, in una parola ogni nevrosi, si strutturano nel corpo.

Approfondendo la sua pratica clinica osservò che ogni emozione repressa viene bloccata e trattenuta mediante la muscolatura e che esiste uno stretto legame tra l’insieme di queste tensioni, la formazione delle difese e la struttura del carattere.

Il modo corporeo di ogni individuo è contemporaneamente modo psichico. Per essere più chiaro si può anche dire che la struttura del corpo equivale al nostro come emotivo, affettivo, mentale e comportamentale.

Questa scoperta dell’identità funzionale tra psiche e corpo sancisce il passo decisivo verso la psicologia olistica che concepisce in maniera unitaria e correlata ogni funzione dell’essere umano. Unità nella molteplicità.

Viene sanata in tal modo la frattura storica tra mente e corpo che tanto ha condizionato lo sviluppo della psicologia, ma anche l’approccio metodologico e filosofico inerente l’uomo.

Avendo sancito l’identità funzionale tra corpo, emozioni e carattere, Reich sviluppò una metodologia psicoterapeutica che esce dall’esclusiva dimensione verbale e cognitiva ed include l’espressione emotiva, la dimensione di contatto tra terapeuta e paziente, la respirazione e la percezione corporea. Ogni successivo approfondimento delle scuole e dei metodi psicocorporei, a partire dalla bioenergetica di Alexander Lowen, nascono da Reich ed a lui va la mia riconoscenza.

Con l’affinarsi della sua esperienza egli diede un altro contributo alla pratica clinica. Individuò nel corpo sette livelli, come degli anelli o metameri, ognuno dei quali ha un suo linguaggio ed una sua funzionalità nello sviluppo dell’individuo. Per mezzo di questi livelli, ognuno dei quali integra l’aspetto muscolare, emozionale ed energetico, si può leggere sul corpo la storia dell’individuo ed anche dove la sua energia vitale è maggiormente paralizzata.

Reich usò il termine energia orgonica per indicare l’energia vitale, ma la sostanza di ciò resta il fatto che alla base di ogni funzione ed espressione corporea c’è la pulsazione vitale.

Accenno in maniera sintetica ai sette livelli per darne il significato di base.

Il primo è il livello degli occhi. L’atto del nascere è anche detto vedere la luce. Gli occhi esprimono dunque il primo contatto con la realtà. Spesso all’atto del guardare non corrisponde l’atto del vedere. E’ guardando una persona negli occhi che ci si accorge del livello della sua coscienza, della profondità, della chiarezza e lucidità.

Gli occhi sono un mondo; possono essere spaventati, vuoti, opachi, assenti, impenetrabili, penetranti, inquietanti, luminosi, profondi, attoniti, quieti, sfuggenti, fissi, cattivi, agitati, sognanti, smarriti, accesi, sereni, maliziosi, buoni, attenti. Gli occhi rivelano dunque l’essenza di un uomo, la sua indole e la qualità della relazione con se stessi e con il mondo ed il suo grado di presenza. Noi reichiani diciamo che essere negli occhi significa esserci.

Il secondo è il livello della bocca che comprende le labbra, i denti e la mandibola. Poiché la bocca è collegata alla fase dell’allattamento e poi dello svezzamento questo secondo livello esprime le tematiche orali, quindi il rapporto con l’affettività ed il tema del bisogno e della dipendenza.

Nel livello della bocca c’è la mandibola che ha una grande capacità di serrarsi e di bloccare le emozioni. La mandibola può contenere insieme al mento forti cariche di rabbia imprigionata. Una bocca che non si vuole aprire esprime con chiarezza la sfiducia, il timore di essere invasi, il rifiuto a far entrare chiunque.

Il terzo è il livello del collo che comprende anche l’interno della gola. Naturalmente bisogna sempre avere presente che ogni livello sfuma in quello successivo. Ciò è molto evidente con la gola che è al confine tra il secondo e il terzo. Esprime le tematiche narcisistiche, l’immagine di sé da portare nel mondo, il modo di percepire il proprio io. Andare a testa alta o piegare la testa in realtà sono due atteggiamenti opposti di sé resi possibili dalla postura del collo. Nel collo c’è la rigidità, la paura di lasciarsi andare.

Ma soprattutto c’è la gola. La gola è la saracinesca per bloccare le emozioni che salgono dal cuore. Può diventare una vera barriera che separa la testa dal resto del corpo. Testa e cuore finiscono col non comunicare e nel linguaggio comune si dice soffocare le emozioni.

Il quarto è il livello del torace. Io gli do un’importanza speciale perché c’è il cuore che oltre ad essere l’organo che pompa la vita è anche la porta d’ingresso della nostra identità essenziale. Ci sono anche le spalle su cui si potrebbe scrivere un libro. Il tema del masochismo, della sopportazione, della paura e della rabbia serrate tra le scapole, le spalle curve, rassegnate, sottomesse oppure che possono sostenere qualsiasi peso. C’è il tema del respiro…. Ci sono i polmoni e quindi c’è il rapporto con l’energia vitale. Il torace può essere gonfio, incapace di arrendersi nell’espirazione. Può essere scarico, depresso, con poca energia ed incapace di inspirare, di prendere, di riempirsi. Nel cuore ci sono emozioni profondissime da esplorare, tenute ingabbiate, negate o ibernate. Questo livello comprende inoltre le braccia e le mani; accenniamo quindi al tema del toccare, accarezzare, prendere, lasciare….

Il quinto è il livello del diaframma. Da esso dipende tutta la respirazione, è proprio bloccando il respiro che ogni emozione può essere controllata e repressa. Il diaframma è la principale saracinesca che può spezzare il corpo in due, separando la parte istintuale dal cuore, imprigionando con l’aiuto della gola ogni impulso, ogni sentimento, ogni intensità ed ogni piacere. Il blocco del diaframma, che ognuno di noi ha nella nostra cultura, chi più e chi meno, impedisce anche di far arrivare energia ai genitali, diminuendo l’energia sessuale. Il diaframma sancisce il rapporto con l’energia vitale e con la nostra vitalità.

Il sesto è il livello della pancia. Anche qui c’è un mondo di emozioni viscerali ed inoltre ci sono tanti organi raggruppati, dalla milza, al fegato, al pancreas, allo stomaco. Pochi ormai sanno sentire con la pancia. C’è il tema della digestione, di come il cibo viene assimilato, il tema dell’ansia. Nella pancia c’è l’ombelico a cui nella fase intrauterina era collegato il cordone ombelicale. C’è il tema della nausea, del rigetto, della disperazione profonda, fino al punto di sentire nella pancia un buco, una voragine. Faccio solo degli accenni di sfuggita perché ci vorrebbero tante pagine per parlarne.

Il settimo è il livello del bacino che ovviamente comprende gambe e piedi ed i genitali. L’intensità del nostro piacere dipende molto dalla quantità e dall’intensità di energia libidica che si scarica attraverso i genitali. Il blocco del bacino e delle pelvi limita ed a volte impedisce questa scarica, insieme naturalmente al blocco degli altri livelli.

Nelle gambe c’è poi il tema del radicamento, della fiducia o sfiducia nella vita, della solidità, del contatto con la terra, dell’equilibrio.

Lowen sul grounding ha impostato gran parte della sua bioenergetica.

Da questa sintetica descrizione si può facilmente comprendere che i sette livelli reichiani consentono una lettura articolata della struttura del carattere di ogni individuo.

Reich e successivamente Lowen avevano evidenziato delle strutture caratteriali di base, prendendo come riferimento le fasi di sviluppo del bambino, dalla nascita alla pubertà, rifacendosi in parte alle fasi descritte da Freud. Ma definire tali strutture caratteriali può diventare una trappola od un clichè che imprigiona gli individui e che non tiene conto delle conformazioni genetiche che sono precedenti e preesistenti alla formazione del carattere e soprattutto dell’intera fase intrauterina che ha un’azione determinante nel successivo sviluppo dell’individuo.

Inoltre in una fase molto attuale della ricerca è stato scientificamente dimostrato che l’azione neuroendocrina, a partire dalla fase intrauterina, ha effetti altrettanto determinanti sulla crescita emotiva e caratteriale.

Queste ultime scoperte rendono molto più complesso il quadro e conducono alla formazione di un modello psicologico olistico pluridimensionale in cui strutture muscolari, strutture neuroendocrine con la loro produzione ormonale, caratteristiche emotive-affettive e schemi cognitivi si intersecano e comunicano continuamente.

Da ciò deriva che il modello si struttura su: 1) asse corporeo-muscolare 2) asse istintuale pulsionale 3) asse neuroendocrino e neurovegetativo 4) asse emotivo-sentimentale 5) asse mentale cognitivo.

L’insieme coerente di un sistema così complesso, capace di continua evoluzione e trasformazione riporta ad un’unità di funzionamento  che da alcuni è chiamata mente del sistema (Bateson) e che preferisco chiamare la coscienza del sistema.

Fino a poco tempo fa la parola coscienza era considerata di pertinenza filosofica; ma nel paradigma olistico della psicologia la coscienza assume un rilievo fondamentale. L’esperienza della coscienza corrisponde alla percezione dell’unità profonda dell’individuo. Con un altro linguaggio si può dire che l’apertura del cuore porta al recupero della percezione globale di sé.

Il tema della coscienza è stato affrontato e sviscerato nei numerosi sistemi filosofici e sapienziali dell’oriente. La psicologia olistica è psicologia della coscienza intesa non come un’astrazione teorica, ma come un’esperienza reale ed essenziale, senza la quale l’individuo continua a percepirsi frammentato, scollegato, vuoto e senza senso.

L’unità del sistema-uomo, quando il sistema si avvicina alla coerenza, si traduce in un vissuto di presenza centrata, espansa, inclusiva, relazionale ed empatica.

Lo strumento più efficace per favorire questa coerenza è la meditazione, ovvero quel processo di ascolto silenzioso di sé che non focalizza l’attenzione su un punto specifico ma che sviluppa uno sguardo di campo. Il sistema vivente che si autopercepisce nell’unità della sua complessità è cosciente di sé.

La psicologia olistica deve contemplare nel suo paradigma il concetto di autopoiesi (Maturana e Varela). Dice Fritjof Capra ne La Rete della Vita: “L’autopoiesi o produzione di sé è uno schema a rete in cui ogni componente ha la sua funzione di partecipare alla produzione o alla trasformazione di altri componenti nella rete. In tal modo la rete costruisce continuamente se stessa. E’ prodotta dai suoi componenti e li produce a sua volta.”

Questa frase condensa efficacemente l’approccio olistico all’essere umano ed il concetto di coscienza in quanto funzione che sottende al processo continuo di apprendimento e di organizzazione sempre più complessa del sistema-uomo.

Coerentemente all’impostazione olistica e sistemica della psicologia che ho fin qui tratteggiato, ho sviluppato negli anni un metodo di psicoterapia (somatopsicologia integrale) che agisce sulle varie funzioni dell’individuo ed ho creato i Laboratori di Coscienza Integrale del Corpo. I laboratori sono gruppi di trasformazione caratteriale e di consapevolezza in cui l’intervento terapeutico avviene in maniera integrata sul corpo e sui suoi blocchi energetico-muscolari, sulle emozioni represse e sulla mente con le sue forme-pensiero.

L’impostazione e l’approccio di base di questo percorso nascono da Wilhelm Reich (sono infatti un analista Reichiano) e da Alexander Lowen. Su questa base ho inserito la mia esperienza di pratica dello yoga integrale di Sri Aurobindo e Mère, di meditazione vipassana e vedanta e di concentrazione mantrica.

Il filo conduttore di tutto il lavoro è l’attenzione e la consapevolezza del respiro. La presenza nel respiro è il tramite fondamentale con l’esperienza dell’esserci e del sentire la vita.

L’attenzione su una parte specifica del corpo la fa esistere e consente di approfondire e di esplorare la sensazione di essa. Il respiro si aggiunge all’attenzione e diventa uno strumento potente per sbloccare le emozioni imprigionate nel corpo.

La combinazione quindi di movimento corporeo, attenzione e respirazione sono una miscela particolarmente efficace per attivare i processi di sblocco energetico ed emozionale.

I vissuti di ogni partecipante che emergono da queste tecniche vengono condivisi ed elaborati nell’ambito del gruppo perché ritengo importante integrare a livello cognitivo le abreazioni emozionali inserendole nella storia individuale di ognuno.

La meditazione ha un posto preminente in questo processo di trasformazione caratteriale perché sviluppa nell’individuo la coerenza delle varie funzioni e la percezione della nostra essenza.

Il fulcro, il crogiolo, il centro su cui lavoro con particolare cura è il Centro del Cuore. In esso c’e il contatto con la vera essenza dell’uomo e non ci sono parole per dire altro.

Concludo dicendo che i Laboratori sono un lavoro comunque sulla coscienza perché considero anche il corpo, con il suo fiorire di reazioni, istinti, emozioni, percezioni, impulsi e persino pensieri, un modo di essere della coscienza.

*Psicologo Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

L’ANALISI REICHIANA

di Roberto Maria Sassone*

Ho il piacere di raccontarvi di Reich e di come si arriva all’analisi reichiana. La sua vita parla da sola. Era un uomo animato da una continua aspirazione alla conoscenza, un ricercatore nato, sempre teso a cogliere il significato profondo degli eventi umani, spinto dal senso di giustizia, di coerenza e di verità. Non tollerava compromessi e proprio questa caratteristica ha ancor più complicato la sua vita.
Lo immagino stretto e recalcitrante nel cenacolo di Freud, in una società ancora intrisa di perbenismo, mentre le sue scoperte lo portavano oltre il maestro, che già era stato una pietra di scandalo perché nei primi del 900 aveva osato parlare di sessualità infantile.
Reich dunque nasce come psicanalista e questo non bisogna dimenticarlo, se vogliamo comprendere il suo pensiero. Tra l’altro egli era uno dei più promettenti allievi: infatti Freud gli affidò la direzione dei seminari didattici nel 1924, a soli 27 anni.
Agli inizi degli anni ‘30 elaborò una nuova procedura che chiamò "analisi del carattere", insoddisfatto dei metodi che allora si usavano per analizzare le resistenze (1).
L’analista di quegli anni interpretava i contenuti del paziente man mano che questi li produceva ed aspettava la comparsa del materiale rimosso con scarsa capacità di intervenire sulle resistenze. Reich invece si rese conto che il paziente manifestava la sua resistenza all’analisi mediante il suo atteggiamento. Cominciò quindi ad osservare attentamente, non soltanto cosa veniva comunicato, ma "come". Il paziente si difende col suo comportamento: quindi il carattere funziona come resistenza. Sono resistenze il tono di voce, i gesti, il modo di sorridere, l’intercalare, etc.
La concezione del carattere come struttura difensiva consentì a Reich di elaborare in maniera sistematica l’analisi delle resistenze e del transfert. Il paziente, divenendo consapevole del suo "come", comincia a togliersi la maschera, fa emergere le emozioni nascoste ed appare con evidenza il transfert negativo.
L’analisi del carattere segna un salto di qualità nel percorso analitico e nella concezione dell’uomo per tre motivi: perché introduce il corpo nel setting, pur se lasciato ancora sullo sfondo, perché afferma l’identità funzionale tra psiche e soma e perché getta le basi della visione sistemica dell’individuo.
Infatti Reich definiva carattere un sistema organizzato, costituito dall’insieme delle difese narcisistiche. Questo sistema comprende diversi piani continuamente integrati e correlati. Il corpo, le emozioni e le attività cognitive sono talmente interconnessi nell’ambito della struttura del carattere che una determinata caratteristica dell'individuo la si trova su tutti i piani in cui si esprime. Un esempio semplicissimo: chi ha un carattere molto rigido ha un corpo rigido, emozioni rigide, atteggiamenti rigidi e un modo di pensare rigido: ogni sfera del suo esistere è caratterizzata dalla durezza. Ogni avvenimento della vita si incide su tutte le parti che compongono il sistema uomo; non c’è esperienza che non sia contemporaneamente fisica, emotiva e mentale.
Questa visione integrale dell’uomo diverrà nei decenni successivi un’acquisizione del paradigma scientifico: Reich diede consistenza alla medicina psicosomatica, spiegando in tal modo il sintomo come linguaggio dell’intero biosistema.
Abbiamo visto che, osservando il come del paziente, si comincia a guardare il corpo: il corpo dunque entra di diritto nel setting, diventa soggetto, entra nella sfera dell’io, è linguaggio, emozione ed espressione.
Ma solo più tardi, con la Vegetoterapia, Reich interviene direttamente sul corpo per accelerare la destrutturazione delle difese per mezzo delle emozioni imprigionate inconsapevolmente e trattenute da contrazioni croniche in certi gruppi muscolari che esprimono ognuno la storia dell’individuo.
Con la Vegetoterapia, termine infelice per le assonanze con la parola vegetale anziché vegetativo, Reich getta le basi di quelle che saranno le numerose psicoterapie corporee degli ultimi anni.
L’intervento mirato sul corpo consente infatti l’abreazione di emozioni così antiche che si riferiscono persino ad esperienze avvenute in fase preverbale ed intrauterina.
Ci si può rendere conto quindi della grande capacità di trasformazione che una simile opportunità consente alla coscienza individuale.
Già negli anni ‘30 Reich diede molto risalto all’importanza della respirazione. Dobbiamo sottolineare questa fase perché oggi la respirazione come funzione che sta alla base della salute psicofisica è conosciuta ed applicata in ogni settore che ha a che fare con interventi che passano attraverso la fisicità.
Ancor prima Ferenczi aveva notato il nesso tra respirazione e contrazioni muscolari ed invitava i suoi pazienti a respirare agevolmente e tranquillamente durante le sedute. Ma Reich studiò in maniera specifica i vari modi in cui il diaframma si "congela", riducendo il tono vitale e consentendo la repressione delle emozioni.
Sappiamo benissimo che l’arte del respiro nello yoga e in molte altre discipline antiche abbia un posto preminente tra gli strumenti di sviluppo della coscienza.
La respirazione è la funzione vitale per eccellenza ed è per questo che modificare il respiro produce modificazioni profonde nel modo di sentire se stessi e ciò che entra in relazione con sé.
Reich faceva fare per vari minuti delle respirazioni profonde, anche forzate, che producevano abreazioni molto potenti. E’ interessante notare che successivamente Groff, psichiatra transpersonale che studia in particolar modo gli effetti dei traumi intrauterini e neonatali nello sviluppo, ha ripreso questa tecnica, facendone il perno del suo metodo terapeutico, chiamandola respirazione olotrofica.
Le tecniche corporee si sono andate sempre più sviluppando nella prassi terapeutica di Reich, diventando dei veri e propri actings che riproponevano le espressioni fondamentali dell’individuo. Federico Navarro ha successivamente sistematizzato gli actings di Reich, creando una metodologia completa nella psicoterapia reichiana.
Man mano che procedeva nella sua ricerca, dedicava sempre più tempo allo studio dei processi energetici che stanno alla base del fenomeno vita ed i suoi esperimenti lo conducevano a dare consistenza alla teoria freudiana della libido. Egli già nella Funzione dell’Orgasmo del 1927 formulò la teoria secondo la quale "l’orgasmo ha la funzione di scaricare l’energia in eccesso dell’organismo. Se tale energia non può scaricarsi affatto o non sufficientemente, si sviluppa l’angoscia"(2).
Negli anni ‘40 abbandona il termine Vegetoterapia e definisce Orgonoterapia la sua metodologia terapeutica ed Orgonomia il corpus di tutta la sua teoria sull’energia orgonica o energia dell’organismo. Reich definì Orgone una particella di tale energia.
Questa fase del pensiero reichiano è senz’altro la più controversa, ma a mio avviso anche la più geniale ed intuitiva.
Abbiamo visto che Reich fin dal 1927 si applica allo studio dell’energia sessuale e dell’energia vitale nell’organismo. La chiama anche bioenergia, termine che poi fu usato da Alexander Lowen per indicare il suo metodo terapeutico.
Ritengo che il periodo di ricerca orgonomico sancisca l’inizio del paradigma olistico e sistemico della scienza dell’ultimo decennio. Reich introduce il pensiero funzionale che è un modo di pensare olistico, a tutto campo, in cui il soggetto e l’oggetto non sono più considerati separati. Il pensiero funzionale appartiene all’uomo cosciente di sé e della sua identità con il cosmo.
Reich diceva che l’individuo è espressione dell’energia orgonica cosmica e che quindi s’inserisce come sottosistema nel più vasto sistema della Terra e dell’universo. L’uomo non è quindi separato dai fenomeni che studia, perché le stesse leggi che ritrova nell’universo agiscono in lui.
Così si esprime in Superimposizione Cosmica: "Poiché l’io è un frammento di energia orgonica cosmica organizzata, la piena consapevolezza è...un passo avanti della stessa energia orgonica cosmica"(3).
In queste parole Reich è in accordo con le tradizioni sapienziali che inseriscono il prodigio della coscienza in un più vasto sistema di riferimento e in accordo con il pensiero sistemico che vede esponenti di spicco in Bateson, Capra, Prigogine e Wilber, per citare i più conosciuti, che vedono nella complessità dell’organizzazione un elemento chiave della vita della mente.
Trent’anni prima delle loro affermazioni già Reich si esprimeva nella stessa ottica e ciò che diceva lo colloca tra i più grandi pensatori del nostro secolo: "Nell’autoconsapevolezza e nell’anelito alla perfezione della conoscenza e della piena integrazione delle proprie biofunzioni, l’energia cosmica diviene consapevole di sé. In questo divenire consapevole di sé, ciò che si chiama destino umano è tolto dal campo del misticismo. Esso diviene una realtà di dimensioni cosmiche che si fonde comprensibilmente con tutte le grandi filosofie e tutte le grandi religioni dell’uomo e intorno all’uomo."(4).-
Qui Reich è all’apice della sua intuizione. Ma come prosegue la storia? Reich muore da martire come la maggior parte di coloro che hanno osato sfidare il sistema con la forza delle idee.


*Psicoterapeuta, analista S.I.A.R.

Bibliografia

W.Reich, "Analisi del carattere", Sugarco, 1973.
Id., "La funzione dell’orgasmo", Sugarco, 1969.
Id., "Superimposizione cosmica", Sugarco, 1988.

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