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Scegliere la Scuola di Psicoterapia

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Orientarsi nella scelta della Scuola di PsicoterapiaIl proliferare di nuovi indirizzi nel campo della psicoterapia, aumenta le opportunità di scelta e allo stesso tempo non la facilita.

Difficile districarsi tra i nuomerosi orientamenti.

In questa sezione troverete alcune informazioni sui principali approcci teorici in psicoterapia.

Il tentativo è quello di offrirvi uno spazio in cui è possibile confrontare e orientarsi tra le diverse proposte di formazione.

Per ogni approccio teorico abbiamo inserito la storia e gli sviluppi, la visione dell'uomo e della patologia, le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta.

Approccio Costruttivista

George KellyIl Costruttivismo nasce intorno agli anni '50, è un approccio teorico fondato sulla comprensione della struttura e della dinamica del sistema di significati soggettivi dell'altro.
L'iniziatore del costruttivismo può essere considerato lo psicologo statunitense George Kelly, e oltre a lui possono essere considerati padri “moderni” del costruttivismo George Herbert Mead, Jean Piaget, Humberto Maturana, Ernst von Glasersfeld, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Niklas Luhmann, Paul Watzlawick e Lev Vygotskij.
Secondo l’epistemologia costruttivista imparare non significa apprendere la "vera" natura delle cose, possedere cioè una fotografica ed oggettiva "rappresentazione" del mondo esterno.
La realtà in quanto oggetto della nostra conoscenza sarebbe dunque creata dal nostro continuo "fare esperienza" di essa. La "costruzione" si poggia quindi su mappe cognitive che servono agli individui per orientarsi e costruire le proprie interpretazioni.
L’ambiente in quest'ottica cessa d’essere luogo denso di "informazioni" precostituite all'esterno, da "trarre" o "raccogliere", per divenire luogo di esperienza, che offre diverse possibilità ed opportunità di costruire informazioni e conoscenze.
In sintesi, comprendiamo il mondo attraverso la costruzione di concetti e categorie che lo organizzano, in parte li adattiamo per renderli compatibili con quelli degli altri, e in questa operazione veniamo guidati e contemporaneamente limitati dagli strumenti culturali che abbiamo a disposizione.
La conoscenza è individuale, in questo senso non è possibile condividere completamente il significato che si attribuisce ad un concetto in quanto colorito dall’esperienza personale, ma attraverso la comunicazione concordiamo con l’interlocutore quali aree di significato di quel concetto sono compatibili con l’esperienza comune.
Lo psicologo svizzero Jean Piaget,caratterizzava la situazione dicendo: “La mente organizza il mondo organizzando se stessa”.Tale espressione, considera la conoscenza una forma di adattamento, e il mondo che la mente organizza corrisponde al mondo delle esperienze pratiche dell’individuo.

Biosistemico

Il modello teorico Biosistemico può essere compreso attraverso le sue due componenti: biologica e sistemica e si basa sull'idea che ci siano processi fisiologici inconsapevoli che sono alla base delle nostre difficoltà emotive e che questi processi fisiologici debbano essere trasformati.

Ci riferiamo alle dinamiche del sistema limbico, considerato il "cervello emozionale" da Paul McLean, ed a tutti i processi cerebrali al di sotto di questo livello subcorticale, che partecipano alla nostra vita esperienziale e comportamentale, ma il cui funzionamento non è direttamente collegato alle aree della coscienza.

La psicoterapia Biosistemica parte perciò dalla "radice organica" che, come mostra ampiamente Gerard Edelman, influenza i processi corporei inconsapevoli che si trovano al di fuori del regno della coscienza. Specifiche tecniche, che coinvolgono anche un differente uso del linguaggio, mobilitano e trasformano tali processi fisiologici inconsapevoli, congiuntamente a quelli accessibili alla coscienza, con il preciso obbiettivo di riconnettere i livelli organici profondi con il territorio della parola e dei significati.

Le radici biologiche dei nostri processi emotivi, vengono comprese secondo i concetti di numerosi ricercatori, tra cui due sono cruciali per la sostanza del modello:
Henry Laborit dimostra che un'inibizione prolungata dell'azione crea una serie di squilibri psicofisiologici che possono condurre gradualmente la persona verso uno stato di disagio e patologia psichica e/o fisica. Quando lo squilibrio diventa cronico abbiamo infatti la soppressione dell'adrenalina ed un anormale innalzamento dei corticosteroidi e della noradrenalina (tutti "ormoni dello stress”), e questo giustifica i metodi di "attivazione" della Terapia Biosistemica. Analogamente, dal punto di vista psicologico e comportamentale, assistiamo all’instaurarsi di un quadro clinico dove ansia e depressione rappresentano le derive psichiche del soggetto.
La ricerca di Ernst Gellhorn ha dimostrato che le componenti simpatiche e parasimpatiche del sistema nervoso autonomo (SNA) devono lavorare in alternanza al fine di mantenere in salute l'organismo. Quando condizioni di stimolo creano disturbo nel SNA in modo tale che quest'alternanza si perda e venga sostituita dalla scarica "simultanea" di entrambi i sistemi, si osserva mancanza di coordinazione a livello psicologico e disagio emozionale.

Nell'emozione si riflette lo squilibrio funzionale descritto da Gellhorn, dato che la persona non riesce più a riconoscere, esprimere e soprattuto regolare i propri stati emotivi, con la conseguente sensazione di agitazione, angoscia, congelamento, dolore somatico, ecc.
L’emozione è infatti il sistema risultante dall’interdipendenza degli elementi che lo costituiscono, ovvero pensieri, azioni e sensazioni: ogni disturbo emotivo, quindi, è segno di disconnessione tra questi tre livelli, e possiamo perciò affermare che ogni patologia ha alla base un nodo emozionale.

Anche la teoria Sistemica fornisce numerosi contributi alla Psicoterapia Biosistemica. Essa aiuta ad integrare processi fisiologici complessi a livelli diversi di specificità molecolare, tissutale, organico, ed a scoprire le loro interconnessioni con campi differenti nelle funzioni mentali: logico-verbale, immaginativo-visivo, ecc. Permette di connettere tra loro processi di natura diversa in unità complesse di ordine superiore.

Un contributo della teoria Sistemica è la nozione che i processi fisici e fisiologici sono dovuti alla interazione dei sottosistemi semi-autonomi. Ciò significa, a livello psicologico, che le sensazioni corporee, le emozioni, le funzioni cognitive, le funzioni percettive, l'immaginazione visiva, le espressioni non verbali, e così via, sono tutti sistemi funzionali che devono svilupparsi, ognuno a proprio modo.
Il disagio, la sofferenza o la patologia vera e propria sono frutto della mancanza di regolazione dei sottosistemi: compito del terapeuta è quindi quello di ricostruire le connessioni tra i sottosistemi, coinvolgendoli e utilizzandoli.

Non sarà quindi un'intuizione o una particolare rivelazione emotiva che potrà sbloccare uno stato patologico, ma tutti i sottosistemi dovranno essere portati ad un'interazione funzionale affinchè ci sia un completo sviluppo mente-corpo della persona. Il processo terapeutico viene portato avanti in modo tale da favorire l'emergenza di molteplici sistemi psicofisiologici della persona.
Da queste considerazioni derivano le tecniche specifiche di intervento che si caratterizzano per livelli crescenti di complessità e che si applicano in maniera "aperta", senza cioè che effetti o conclusioni siano presupposti. Per l'approccio sistemico tutto ciò che libera la conoscenza e sblocca l'immaginazione è il benvenuto: esso si immagina aperto, come i sistemi che studia.

Compito del terapeuta è allora quello di aiutare il paziente a "riparare" le proprie lacerazioni; il lavoro assomiglia all’attività di un sarto, ad un’opera costante di ricucitura, basata su una delicata attenzione affinche’ tutti i materiali clinici siano sempre in co-evoluzione sincronica: affinche’ la mobilizzazione corporea sia coerente con la capacità cognitiva di comprensione, e affinche’ il tutto sia sempre vissuto all’interno di una relazione terapeutica sicura. Occorre quindi una grande cura dell’atmosfera relazionale, per il fatto che le condizioni di sicurezza sono il fattore terapeutico da cui non possiamo prescindere.

E' così possibile riflettere ed intervenire non solo sui processi individuali ma anche su livelli più complessi, come le relazioni familiari, o quelle professionali, fino a trattare questioni riguardanti gruppi, comunità e organizzazioni.
Questo è un aspetto originale del modello: l'approccio biosistemico consente infatti di intervenire in contesti di coppia e di gruppo con un modello psicocorporeo che permette di leggere la maggiore complessità dei fenomeni relazionali e di organizzazione, con strumenti che connettono gli elementi verbali allo scenario globale fatto di movimenti, posture e vissuti corporei.

Corporeo Analitico Reichiano

Il paradigma analitico terapeutico reichiano nacque quando per Wilhelm Reich, uno dei più brillanti allievi di Freud, divenne sempre più chiaro che rendere conscio l’inconscio, eliminando le resistenze erette al rimosso, non era sufficiente a realizzare la guarigione.

Reich aveva notato che un gruppo particolare di resistenze non si distingueva per il contenuto, ma per il modo specifico di agire e di reagire dell’analizzato: si trattava delle resistenze caratteriali.

Queste dimensioni lo indussero all’elaborazione dell’Analisi del Carattere (Reich 1933) che gli consentì l’isolamento dei tratti caratteriali specifici delle persone. Con questo strumento sollecitava nella persona un continuo confronto con i propri tratti finché non arrivava a riconoscerne il valore sintomatico. Ancora oggi, se questi tratti sono presenti in grado eccessivo o in difetto nella personalità complesiva, determinano un modo d’essere del comportamento in tendenziale sintonia con l’eccesso o il difetto, a scapito di una modulazione “normale”.

Il Carattere, etimologicamente “segno inciso”, è un modo di essere specifico della persona. Esprime la storia delle sue relazioni, ha una stratificazione temporale ed una sua sostenibilità relazionale ed è anche l’insieme strutturato delle difese dell’Io.

Questo passaggio dal sintomo al tratto del carattere, è un passaggio evolutivo che introduce ulteriormente alla posizione sistemica. Inoltre, il carattere esprime anche una funzione sessuo-economica in quanto è la rappresentazione corporea del: “… modo in cui la libido viene organizzata nelle varie fasi della sua evoluzione nell’organismo”.

Il carattere visto come sistema organismico e  l’idea della sessuoeconomia, introducono al versante della corporeità e ai suoi molteplici linguaggi nel/del setting.

È su questo impianto clinico che nasce l’integrazione dell’Analisi del Carattere con la Vegetoterapia Carattero-Analitica: è un metodo che, informandosi al sistemo nervoso vegetativo, al sistema muscolare, al sistema neuroendocrino e alla pulsazione energetica, interroga il corpo nei suoi significati/nti energetici e psichici. Il metodo ha assunto la forma di acting progressivo-specifici che ripercorrono l’esperienza dello sviluppo psicoaffettivo riproponendo movimenti ontogenetici delle fasi evolutive.

Il linguaggio del corpo è l’elemento più significativo nell’Analisi Reichiana anche quando si occupa dei tanti altri elementi (dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita fantasmatica alle fantasie liberatorie, ecc) che caratterizzano la comunicazione e la relazione: è il “come” complessivo del paziente nel setting che esprime i segni che sono stati incisi dalle relazioni, nel corso della crescita, ai vari livelli corporei e nei rispettivi tratti del carattere. La Vegetoterapia Carattero-Analitica scandisce le fasi dell’analisi nelle sue varie tappe, favorendo insight energetico-emozionali, dove il comprendere-sapere emerge dal sentire.

La sua sistematizzazione puntuale fu completata da Ola Raknes e da Federico Navarro, neuropsichiatra e fondatore della terapia reichiana in Italia (1974).

L’Analisi del Carattere della Relazione costituisce il terzo sviluppo del paradigma (Ferri-SIAR 1992), ovvero una definizione altamente specifica della relazione analitico terapeutica e del setting in cui essa si muove. E’ definita dalla posizione e dal come dell’analista per un controtransfert di tratto caratteriale funzionale al disturbo da curare e\o allo specifico assetto di personalità che lo esprime. E’ un progetto mirato alla persona e sono gli indicatori controtransferali che ci permettono di sapere dove si trova l’altro, dove si trova l’analista e a quale stadio evolutivo si trova la relazione. In questa accezione di controtransfert è presente una dimensione di flessibilità della posizione analitica che permette un contatto empatico e funzionale nella coevoluzione e nella complessità.

Emerge un Setting inteso come Sistema Vivente Complesso (Ferri -SIAR 1999).

Il setting analitico-terapeutico rappresenta un sistema autopoietico, un sistema che nasce dall’incontro fra i tratti caratteriali dell’analista e dell’analizzato e che esprime la possibilità di neghentropia (cfr. Schrödingher 1944).

L’interazione fra più transfert e controtransfert di tratto all’interno della stessa relazione analitico-terapeutica richiama il concetto di accoppiamento strutturale (cfr. Maturana e Varela). Se il setting analitico è un sistema intelligente, ovvero che “legge e apprende”, allora ha una capacità di sviluppo neghentropico intelligente, rinforzato dall’essere uno spazio vitale, operativo, privilegiato, protetto e mirato, il cui scopo fondamentale è di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.

Corporeo Analitico Reichiano

Il paradigma analitico terapeutico reichiano nacque quando per Wilhelm Reich, uno dei più brillanti allievi di Freud, divenne sempre più chiaro che rendere conscio l’inconscio, eliminando le resistenze erette al rimosso, non era sufficiente a realizzare la guarigione.

Reich aveva notato che un gruppo particolare di resistenze non si distingueva per il contenuto, ma per il modo specifico di agire e di reagire dell’analizzato: si trattava delle resistenze caratteriali.

Queste dimensioni lo indussero all’elaborazione dell’Analisi del Carattere (Reich 1933) che gli consentì l’isolamento dei tratti caratteriali specifici delle persone. Con questo strumento sollecitava nella persona un continuo confronto con i propri tratti finché non arrivava a riconoscerne il valore sintomatico. Ancora oggi, se questi tratti sono presenti in grado eccessivo o in difetto nella personalità complesiva, determinano un modo d’essere del comportamento in tendenziale sintonia con l’eccesso o il difetto, a scapito di una modulazione “normale”.

Il Carattere, etimologicamente “segno inciso”, è un modo di essere specifico della persona. Esprime la storia delle sue relazioni, ha una stratificazione temporale ed una sua sostenibilità relazionale ed è anche l’insieme strutturato delle difese dell’Io.

Questo passaggio dal sintomo al tratto del carattere, è un passaggio evolutivo che introduce ulteriormente alla posizione sistemica. Inoltre, il carattere esprime anche una funzione sessuo-economica in quanto è la rappresentazione corporea del: “… modo in cui la libido viene organizzata nelle varie fasi della sua evoluzione nell’organismo”.

Il carattere visto come sistema organismico e  l’idea della sessuoeconomia, introducono al versante della corporeità e ai suoi molteplici linguaggi nel/del setting.

È su questo impianto clinico che nasce l’integrazione dell’Analisi del Carattere con la Vegetoterapia Carattero-Analitica: è un metodo che, informandosi al sistemo nervoso vegetativo, al sistema muscolare, al sistema neuroendocrino e alla pulsazione energetica, interroga il corpo nei suoi significati/nti energetici e psichici. Il metodo ha assunto la forma di acting progressivo-specifici che ripercorrono l’esperienza dello sviluppo psicoaffettivo riproponendo movimenti ontogenetici delle fasi evolutive.

Il linguaggio del corpo è l’elemento più significativo nell’Analisi Reichiana anche quando si occupa dei tanti altri elementi (dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita fantasmatica alle fantasie liberatorie, ecc) che caratterizzano la comunicazione e la relazione: è il “come” complessivo del paziente nel setting che esprime i segni che sono stati incisi dalle relazioni, nel corso della crescita, ai vari livelli corporei e nei rispettivi tratti del carattere. La Vegetoterapia Carattero-Analitica scandisce le fasi dell’analisi nelle sue varie tappe, favorendo insight energetico-emozionali, dove il comprendere-sapere emerge dal sentire.

La sua sistematizzazione puntuale fu completata da Ola Raknes e da Federico Navarro, neuropsichiatra e fondatore della terapia reichiana in Italia (1974).

L’Analisi del Carattere della Relazione costituisce il terzo sviluppo del paradigma (Ferri-SIAR 1992), ovvero una definizione altamente specifica della relazione analitico terapeutica e del setting in cui essa si muove. E’ definita dalla posizione e dal come dell’analista per un controtransfert di tratto caratteriale funzionale al disturbo da curare e\o allo specifico assetto di personalità che lo esprime. E’ un progetto mirato alla persona e sono gli indicatori controtransferali che ci permettono di sapere dove si trova l’altro, dove si trova l’analista e a quale stadio evolutivo si trova la relazione. In questa accezione di controtransfert è presente una dimensione di flessibilità della posizione analitica che permette un contatto empatico e funzionale nella coevoluzione e nella complessità.

Emerge un Setting inteso come Sistema Vivente Complesso (Ferri -SIAR 1999).

Il setting analitico-terapeutico rappresenta un sistema autopoietico, un sistema che nasce dall’incontro fra i tratti caratteriali dell’analista e dell’analizzato e che esprime la possibilità di neghentropia (cfr. Schrödingher 1944).

L’interazione fra più transfert e controtransfert di tratto all’interno della stessa relazione analitico-terapeutica richiama il concetto di accoppiamento strutturale (cfr. Maturana e Varela). Se il setting analitico è un sistema intelligente, ovvero che “legge e apprende”, allora ha una capacità di sviluppo neghentropico intelligente, rinforzato dall’essere uno spazio vitale, operativo, privilegiato, protetto e mirato, il cui scopo fondamentale è di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.

Età Evolutiva

IL MODELLO TEORICO DELL’ETÀ EVOLUTIVA

Il modello teorico dell’Età Evolutiva si collega alla tradizione storica della psicologia dinamica e quindi implica una visione articolata e complessa della psiche e del suo funzionamento. La centralità dei meccanismi psicogenetici che sono alla base della costruzione psichica, il riconoscimento dell’inconscio e la concezione del comportamento umano quale risultante di forze contrastanti che entrano tra loro in conflitto costituiscono i punti cardine di tale modello. L’individuo è visto come punto d’incontro tra aspetti organici e psichici, tra elementi individuali e interpersonali, tra conoscenza del reale e vissuto fantasmatico.
Lo psicoterapeuta dell’età evolutiva deve conoscere le fasi dello sviluppo e gli stili comunicativi caratteristici dei diversi momenti evolutivi. La conoscenza del bambino e dell’adolescente è infatti fondamentale per comprendere, decifrare e dare un senso al disagio o alla patologia, attraverso una familiarità con le modalità espressive tipiche dell’età necessaria a stabilire una comunicazione ‘su misura’ che faciliti il costituirsi della relazione.
A tale scopo vengono analizzati tutti quegli autori che, all’interno della Psicoanalisi, si sono occupati delle relazioni oggettuali (A. Freud, M. Mahler, D.W.  Winnicott, R. Spitz, M. Klein, D. Meltzer, ecc.) dando un contributo alla identificazione delle linee di sviluppo del mondo intrapsichico infantile e adolescenziale, ma anche quelli che, all’interno della Psicologia Analitica (M. Fordham, E. Neumann, J. Hillman, ecc.), si sono dedicati allo studio delle produzioni simboliche e delle loro trasformazioni. La possibilità di conferire significato simbolico a ogni espressione del paziente in età evolutiva costituisce il punto di integrazione indispensabile tra processi intra- e inter-soggettivi. Un’ottica adulto-centrica (sia pure nello stile comunicativo) rischia di trascurare quelle aree precoci che costituiscono l’origine del disturbo o che a volte (nei casi gravi come, per esempio, l’autismo) rappresentano l’attualità della situazione.
Particolare attenzione viene data alle dinamiche familiari giacché la presa in carico dei genitori costituisce parte integrante del lavoro con bambini e adolescenti. La contestualizzazione del disagio e della patologia  richiede infatti un attento esame delle relazioni con le figure genitoriali  e la terapia necessita della capacità di stabilire una doppia alleanza per consentire un cambiamento di tutti i partecipanti.
Lo Psicoterapeuta dell’Età Evolutiva dovrà acquisire nel corso della formazione una dimestichezza con il mondo infantile e adolescenziale attraverso:

1. Una conoscenza approfondita delle teorie di tutti quegli autori che hanno contribuito storicamente alla identificazione delle linee di sviluppo del mondo intrapsichico infantile e adolescenziale, e che hanno permesso di decodificare i processi intrasoggettivi e intersoggettivi che determinano il costruirsi di una personalità.
Inoltre, è indispensabile una conoscenza dei processi cognitivi che generalmente non vengono considerati quale parte integrante delle competenze di uno psicoterapeuta dell’età evolutiva. Riteniamo, invece, che l’approfondimento dello sviluppo cognitivo, nelle sue diverse manifestazioni e in riferimento alle varie fasi dell’età evolutiva, sia necessario per integrare gli elementi intrasoggettivi con i processi di adattamento. Per capire cioè cosa il paziente dovrebbe essere in grado di fare, e cosa realmente fa e come lo fa, e perché lo fa in quel modo piuttosto che in quello relativo all’età; capire come proporsi per favorire l’integrazione delle linee di sviluppo di pari passo con la riappropriazione del proprio mondo soggettivo e con le nuove possibilità di adattamento.

2. Una dettagliata esplorazione dei canali espressivi privilegiati dal bambino e dall’adolescente nella comunicazione con il mondo esterno.
Il bambino prima di dialogare con il mondo esterno attraverso il linguaggio entra nella relazione utilizzando il corpo, il gesto, il gioco, il disegno, e, quando ne è capace, verbalizza queste sue azioni che non possono prescindere comunque dalla storia del suo graduale incontro con la realtà. Tutte le sue attività nella prima e seconda infanzia, oltre che essere espressioni integrate di una comunicazione pre-verbale, non verbale e verbale, allo stesso tempo, nella loro forma, ci segnalano la loro età  di sviluppo, mentre nella loro integrazione ci consentono di individuare quali linee sono più arretrate rispetto ad altre. L’esplorazione di questi aspetti unitamente a quanto espresso negli altri punti, ci permette di non perdere di vista il bambino reale ricontestualizzando i suoi messaggi, le sue fughe, le sue difese.
L’adolescenza non è solamente l’attualizzazione e il prolungamento delle dinamiche evolutive infantili. Nuove dinamiche sia fisiologiche sia psichiche, nuove competenze e più ampi orizzonti relazionali e culturali fanno dell’adolescente un individuo nuovo che necessita di una prospettiva specifica. La tendenza ad agire, l’isolamento, gli atteggiamenti provocatori, l’emotività inespressa o violentemente esplicitata, l’inerzia e tutte le altre modalità tipicamente adolescenziali necessitano di un “ascolto psichico” che trasformi l’agito in processo di adattamento evolutivo.

3. Una padronanza di tecniche espressive che consentano di raggiungere ed entrare in contatto con il paziente a qualunque livello esso si trovi, dalla dimensione più arcaica a quella più evoluta. A tal fine si ritiene necessaria una sperimentazione diretta delle modalità privilegiate di comunicazione proprie del bambino e dell’adolescente per familiarizzare con la forza comunicativa che esse hanno. È per tale motivo che viene previste una formazione personale in attività di gruppo e di laboratorio. Tali esperienze sono da considerarsi un approfondimento parallelo al lavoro psicologico individuale. Come nel lavoro individuale l’identificazione dei nodi complessuali (che appartiene alla fase in cui il futuro psicoterapeuta è esso stesso paziente), aiuta a entrare nella dinamica trasferale-controtransferale, così l’esperienza pratica delle diverse modalità comunicative aiuta a raggiungere la consapevolezza di eventuali rigidità o chiusure anche a livello corporeo, favorendo così l’integrazione dei due percorsi.
Il ritiro corporeo, l’assenza sensoriale, il bagno di colore, le forme accennate, il gioco senza tempo e senza evoluzione, il gioco fuori spazio, i silenzi, i corpi segnati, i passaggi all’atto, tutti possibili segnali di disagio, tutte comunicazioni da non  perdere, tutti canali che appartengono alla storia infantile e adolescenziale di ognuno.
Riviverli giocando, disegnando, muovendosi, sentendosi, raccontando, consente di poter costituire specchio alla pari nel setting per non perdere messaggi consci e inconsci,  ma soprattutto per comprendere in prima persona la forza espressiva dei canali di comunicazione che il paziente possiede. L’approccio ai “luoghi arcaici” richiede la conoscenza del bambino nel suo funzionamento mentale e nei suoi strumenti espressivi, verbali e non, in quanto chiavi d’accesso al mondo intrapsichico per poter fondare uno spazio terapeutico anche in assenza di linguaggio verbale.

4. Una competenza relativa alle dinamiche familiari. Ogni adattamento evolutivo trova nella famiglia il suo spazio di sviluppo sia nell’ambito delle relazioni intersoggettive che intrasoggettive di ognuna delle parti.
L’individuo, infatti, si modella attraverso lo scambio quotidiano con le figure genitoriali. È alla luce di questo che è fondamentale, per uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, essere a conoscenza della multifattorialità che interviene nella formazione della personalità. I genitori prima di essere tali sono stati infatti bambini e adolescenti e nel rapporto diretto con il bambino reale prima e con l’adolescente reale poi si misurano inevitabilmente con il loro passato interno che spesso va a interferire nella crescita del figlio. Pertanto, la presa in carico dei genitori è parte integrante delle competenze necessarie allo psicoterapeuta dell’età evolutiva. Il disagio del figlio può a volte essere così “incastrato” nella dinamica familiare da richiedere un cambiamento delle relazioni con le figure genitoriali. Separazioni non avvenute, autonomie non raggiunte o negate, aspettative invadenti e progettualità disattese hanno tutte bisogno di elaborazione da parte dei genitori.

5. Una conoscenza della visione dell’individuo e delle sue produzioni simboliche così come concepita dalla Psicologia Analitica di C.G. Jung. L’obiettivo è quello di acquisire un modus operandi che permetta di andare oltre un riduzionismo interpretativo. Ciò rende possibile l’attribuzione di significato a quelle aree psichiche che rischierebbero di rimanere altrimenti inutilizzate, costituendo potenziali serbatoi di psicopatologia. La lettura in chiave simbolica da parte del terapeuta delle manifestazioni del paziente permette di generare all’interno del processo terapeutico la mobilizzazione delle risorse intrapsichiche congelate, o ancora in embrione, o a volte cristallizzate nei sintomi. Al fine di tenere aperto il canale di comunicazione con il paziente è indispensabile non chiudere in interpretazioni univoche le sue diverse rappresentazioni psichiche (siano essere espresse con gesto, disegno, racconto ecc.) ma tenere vivo quello spazio transizionale ove possa prendere forma l’unicità dell’individuo. La possibilità di conferire significato simbolico a ogni espressione del paziente in età evolutiva costituisce il punto di integrazione indispensabile tra processi intra e intersoggettivi. La lettura dei disagi e della patologia in tale prospettiva simbolica favorisce il processo terapeutico.

Il modello Biofunzionale-corporeo e l'approccio Bioenergetico

La storia e gli sviluppi
reich
Wilhelm Reich
L’analisi bioenergetica si è sviluppata nel 1953 come diramazione del lavoro di Reich, che egli chiamò vegetoterapia analitica del carattere. Wilhelm Reich, vissuto dal 1897 al 1957, fu paziente ed allievo di Freud. Mentre Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l'osservazione del corpo. Lowen venne subito affascinato dalla personalità e dall'intelligenza di Reich e decise di farsi analizzare da lui. Lavoreranno insieme fino al 1952 e Lowen diventerà, seppure in maniera critica, il suo più acuto continuatore. Nel 1940 ebbe l'occasione di ascoltare Wilhelm Reich alla New School for Social Research di New York e questo incontro cambiò la sua vita. L’analisi bioenergetica rappresenta un vero sviluppo dell’opera di Reich attraverso una espansione ed estensione delle visioni Reichiane. Il bisogno di separarsi dal movimento Reichiano sorse dalla posizione dogmatica tenuta dai suoi seguaci. Essi credevano che Reich avesse detto l’ultima parola e non ammettevano alcun cambiamento nella teoria o nella pratica. In contrasto con ciò, l’analisi bioenergetica ha introdotto i seguenti cambiamenti:pz;

    Il piacere è stato preso in considerazione più della sessualità. Il concetto di piacere comprende , ma non coincide, con il piacere e il soddisfacimento sessuale.
    L’introduzione del concetto di radicamento a terra. Nell’analisi bioenergetica sono usate molte posizioni, specialmente la stazione eretta, che permette di avere un senso migliore delle proprie gambe e del terreno che è il supporto fondamentale.
    Sono stati sviluppati esercizi fisici che permettono al paziente di essere parte attiva del programma terapeutico.
    L’analisi bioenergetica insiste sulla risoluzione analitica completa dei problemi della personalità. I fenomeni del transfert e della resistenza sono importanti nell’analisi bioenergetica quanto in tutto il lavoro psicoanalitico.

Oggi, l’analisi bioenergetica è ampiamente praticata in molti paesi. In tutto il mondo esistono più di 40 centri che offrono programmi di formazione per professionisti qualificati. Questi centri o società locali sono affiliati dell’International Institute for Bioenergetic Analysis, sito a New York (nato nel 1956), che pubblica anche una rivista clinica intitolata " Bioenergetic Analysis". Fu introdotta in Italia negli anni settanta per iniziativa di un gruppo di terapeuti di formazione reichiana. A loro si deve la fondazione della prima Società di Analisi Bioenergetica in Italia nel 1974.

La visione dell'uomo e la patologia
Un riferimento teorico primario nell’analisi bioenergetica è il concetto sviluppato da Reich relativo all’unità. Unità si riferisce al fatto che l’organismo funziona come un tutto. Ogni disturbo influenza l’intera persona. Quindi, non può esserci distinzione tra disagio mentale e disagio fisico o tra dolore mentale e dolore fisico. Se una persona soffre d’ansia, depressione, fobie o disturbi compulsivi, il corpo è colpito quanto la mente. Un trauma fisico influisce sulla psiche proprio come un trauma psichico influisce sul corpo. Ogni trauma sconvolge i movimenti pulsatili fondamentali del corpo. Anche se si può essere consapevoli che i valori di una persona o di una società sono in parte determinati da forze inconsce, bisogna rendersi conto che essi possono in qualche misura venire consciamente alterati nell’interesse di una vita migliore. Rendere disponibile al paziente più energia
attraverso il lavoro bioenergetico con il corpo facilita questi cambiamenti in meglio.
Sapere che il corpo è la persona rende possibile al terapeuta bioenergetico di fare una diagnosi preliminare della struttura di carattere che definisce il modo abituale di esistere per un individuo.
Secondo la teoria dell’analisi bioenergetica, ci sono 5 tipi fondamentali di struttura del carattere. Questi tipi sono basati sull’organizzazione libidica e sullo sviluppo dell’Io così come essi si manifestano nel corpo. Sono:

    SCHIZOIDE: La struttura di carattere schizoide è connessa a una tendenza a scindere e a dissociare. Ciò si manifesta a livello corporeo. In alcuni il collo è allungato, invece in altri la testa è inclinata rispetto alla linea del corpo. In un caso grave, si può arrivare al fenomeno della depersonalizzazione.
    ORALE: La struttura di carattere orale sorge da una deprivazione di cura e sostegno nella prima infanzia e si associa alla paura di abbandono, questa si manifesta soprattutto nella magrezza. Il carattere orale ha una forte propensione verso la dipendenza.
    NARCISISTA: La struttura di carattere narcisistica sorge da una relazione infantile precoce in cui il figlio è stato sedotto dal genitore in un’intimità che ha fatto sentire speciale il bambino, ma in cui il bambino è anche stato usato dal genitore. Ciò si riflette nel corpo come un forte sviluppo della metà superiore accompagnato da una relativa debolezza della metà inferiore.
    MASOCHISTICA: La struttura di carattere masochistica si sviluppa in un bambino che è stato accudito, ma anche forzato a essere sottomesso al genitore. Il masochista tiene dentro tutti i sentimenti mediante la tensione dei muscoli, come ad esempio il controllo precoce degli sfinteri, che denota un bisogno di trattenere dentro di sé e la paura di lasciare uscire. A livello corporeo, il masochista è pesante e con una muscolatura ipersviluppata.
    RIGIDA: La struttura di carattere rigida, fallica-narcisistica nell’uomo e isterica nella donna, è caratterizzata da un corpo eretto e dritto con un considerevole orgoglio. Tuttavia, la postura eretta è mantenuta tramite una rigidità dei muscoli del dorso che denota un atteggiamento trattenuto. Questo trattenersi del carattere rigido sorge da una esperienza precoce di umiliazione da parte del genitore di sesso opposto all’epoca del periodo edipico, quando il bambino avvertiva interesse sessuale per quel genitore.

Molte persone presentano una mistura di più tendenze e appartengono a due o più tipi. Nessun individuo può essere completamente compromesso nei soli termini del tipo di carattere principale che lo definisce, perché questa è solo una cornice per l’osservazione clinica.

Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta
Uno degli elementi chiave è l’analisi e la risoluzione della situazione edipica. La struttura del carattere si organizza in modo definitivo in quella situazione come modo di gestire la sessualità. La porzione di tempo dedicata al lavoro corporeo e quella dedicata all’analisi risulta uguale. Nell’intervista iniziale, il terapeuta passerà la prima mezz’ora ascoltando i disturbi e la storia del paziente, facendo domande sulla situazione presente e passata, studiando l’espressione facciale, l’atteggiamento corporeo e la voce, tutte fonti di informazione sulla personalità del paziente. Ulteriori informazioni possono essere ottenute da uno studio della forma e dalla motività del corpo stesso. Il modo in cui una persona siede, sta in piedi, respira e si muove rivela problemi e conflitti. Gli incontri individuali settimanali (a volte, per periodi più o meno circoscritti possono essere necessarie 2 o più sedute a settimana) della durata di 45-50 minuti ciascuno. Negli anni sempre più numerosi sono divenute le applicazioni di questo metodo nel trattamento di quei disturbi in cui la percezione e la consapevolezza del corpo subisce una seria alterazione, come ad esempio: disturbi di origine psicosomatica; ipocondria; disturbi da Attacchi di Panico; fobie;
 

Il modello Cognitivo-comportamentale

La storia e gli sviluppi
beck
Aaron Temkin Beck
La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) e’ una psicoterapia sviluppata negli anni ‘60 da A.T. Beck. Le sue origini risalgono al Ventesimo secolo, in particolare alla tradizione scientifica della psicologia sperimentale, con gli studi di J.B. Watson e I.P. Pavlov, fondatori della corrente teorica del “Comportamentismo“. A partire da questi studi, furono applicate al campo della sofferenza mentale una serie di tecniche di modificazione del comportamento, di diretta derivazione dalla ricerca sperimentale, il cui insieme viene definito “Terapia Comportamentale“. L’evoluzione della ricerca scientifica in psicologia, intorno agli anni ‘60, con le prime sperimentazioni di simulazione dei processi mentali tramite computer, permise il superamento dei limiti del “comportamentismo”, la costruzione di modelli della mente (spiegazioni circa comprensione del linguaggio, il ragionamento matematico, la memoria, la produzione di emozioni, ecc.) e lo sviluppo di una serie di tecniche che, oltre al comportamento, si proponevano la modificazione e il cambiamento dei processi mentali, vale a dire i pensieri e le emozioni. L’insieme di tali metodologie prese il nome di Terapia Cognitivo-Comportamentale.<


La visione dell'uomo e della patologia
I principi di base della TCC sono che le emozioni e i comportamenti delle persone vengono influenzati dalla loro percezione degli eventi. Non è l’evento in sé, ma la sua interpretazione a determinare il modo in cui lo viviamo, in termini di pensieri, emozioni, comportamenti. Molto disturbi sono dovuti ad una modalità disfunzionale di “leggere” la realtà, che porta a vivere in preda a paure, ansie, prigioni mentali. Il pensiero influenza lo stato emotivo e la messa in atto di un comportamento piuttosto che un altro. Da un punto di vista cognitivo, La TCC aiuta le persone ad identificare pensieri automatici negativi i (livello cognitivo più superficiale: pensieri rigidi, veloci, brevi, caratterizzati da distorsioni della realtà) e a sostituirli gradualmente con una modalità di pensiero più realistica e funzionale. Attraverso il lavoro cognitivo si risale poi alle credenze intermedie (regole e assunzioni disfunzionali) e alle credenze di base o schemi (livello cognitivo più profondo: sono globali, rigide e ipergeneralizzate), giungendo ad una loro messa in discussione e revisione. Per quanto riguarda il piano comportamentale, la TCC si rifà al modello A-B-C. dove A sta per “antecedente”, B per “comportamento” e C per “conseguenza”. Una volta individuati i comportamenti target da ridurre e infine eliminare, si procede all’osservazione sistematica degli antecedenti e conseguenti del comportamento, in modo da ottenere una lettura funzionale del comportamento stesso. L’assunto di base è che ogni comportamento svolge una funzione e l’ambiente (interno ed esterno) può, anche involontariamente, rinforzare la messa in atto di comportamenti disfunzionali. Allo stesso modo, una persona può persistere nel mettere in atto comportamenti disfunzionali (autolesionismo, vomito autoindotto, abbuffate, ecc,) pur consapevole degli svantaggi cui va incontro, in quanto riceve dei “vantaggi” (es.: cibo come modulatore dell’umore), seppur momentanei e illusori, nell’attuare il comportamento stesso.


Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta
Il terapeuta valuta i punti di forza del paziente e fa sì che egli attivi le proprie risorse per risolvere i propri problemi. Il terapeuta “insegna” le strategie e tecniche pratiche di gestione dei sintomi, ma il paziente ha poi il compito di metterle in pratica.
Le prime sedute vengono dedicate alla conoscenza dei problemi del cliente e alla costruzione della relazione terapeutica. La fase di anamnesi (assessment comportamentale e cognitivo) viene condotta
utilizzando, oltre al colloquio clinico, test psicodiagnostici ed è volta alla valutazione dello stato emotivo del cliente, alla ricostruzione delle esperienze salienti della sua vita e alla chiara definizione dei suoi problemi attuali e dei suoi obiettivi. Quando il caso e la diagnosi clinica saranno abbastanza chiari, il terapeuta propone al cliente un contratto terapeutico. Egli riassumerà le sue valutazioni, prospetterà al cliente le sue ipotesi e formulerà delle interpretazioni degli eventi. Delineerà un progetto terapeutico, con strategie e obiettivi concreti, utili e raggiungibili, connessi con i problemi esplicitati dal cliente e coerenti con le sue aspettative. Successivamente il terapeuta spiegherà i principi teorici e le finalità della terapia, ed illustrerà brevemente le tecniche che verranno utilizzate, nonché i tempi, il costo e le probabilità di successo della terapia, per quanto ciò sia possibile. Poi si passerà all’intervento terapeutico vero e proprio, in un clima di fiducia e di orientamento positivo al cambiamento. Verso la fine della terapia, quando il cliente si sentirà meglio, le sedute potranno essere diradate nel tempo fino alla conclusione. Potranno poi seguire delle sedute di richiamo (follow-up) a tre, sei e dodici mesi dalla conclusione della terapia.
Al termine di ogni seduta, quindi, vengono assegnati dei “compiti” che il paziente si impegna ad effettuare per la settimana successiva, funzionali all’apprendimento delle strategie terapeutiche. Si cerca di stimolare una risoluzione attiva dei problemi, scoprendo insieme nuove possibilità di azione, più creative, che permettano un miglioramento significativo della qualità della propria vita.
 

Il modello Integrato

La storia e gli sviluppi
Prochaska
Prochaska
Sempre più negli ultimi anni, molti psicoterapeuti stanno abbandonando l’etichetta che li identifica come discepoli di un orientamento specifico per avvicinarsi ad una cornice teorica flessibile e interdisciplinare che permette una prassi sistematica ed integrata. Tale cambiamento è dato dal fatto che molte ricerche in ambito clinico hanno dimostrato che nessun approccio psicoterapeutico può ritenersi il più adeguato per trattare qualsiasi tipo di problemi, pazienti e situazioni. Poiché nessuna teoria ha il monopolio della verità o utilità, l’approccio ai problemi clinici richiede una prospettiva pluralista ed integrata. Nello stesso tempo, altre ricerche hanno dimostrato che vi sono una serie di fattori trasversali (es. alleanza terapeutica) a qualsiasi approccio terapeutico che incidono sull’esito positivo del trattamento. Mahrer (1989) asserisce che il termine integrazione indica la volontà di combinare la molteplicità delle teorie in un numero più maneggevole di elementi operativi comuni e in un vocabolario di termini dal significato condiviso. I modelli più diffusi che si basano sull’integrazione sono attualmente quattro:

    eclettismo tecnico: consiste nella selezione tra diverse procedure, stili e sistemi psicoterapeutici, dei metodi che funzionano meglio per il trattamento di un singolo paziente con i suoi problemi specifici;
    integrazione teorica: ha come scopo quello di creare una cornice di riferimento concettuale attraverso la sintesi dei principi migliori di due o più approcci psicoterapeutici;
    fattori comuni: pone l’accento su un nucleo di elementi condivisi tra le diverse psicoterapie al fine di sviluppare dei trattamenti più efficaci; 4. integrazione tra teorie e ricerche psicologiche: la teoria e la pratica psicoterapeutica vengono integrate con ricerche e teorie in psicologia e psichiatria al fine di migliorare la conoscenza dei processi di cambiamento.

Il paradosso dell’equivalenza vuole l’efficacia della psicoterapia uguale pur se applicata seguendo modalità e scuole di pensiero molto diverse. A tale conclusione si giunge attraverso una molteplicità di contributi empirici ed una vasta gamma di ricerche nel settore.


La visione dell’uomo e della patologia
Studi di Prochaska e colleghi ritengono che per evitare interventi approssimativi e basati sull’intuizione, lo psicoterapeuta deve tener conto dello stadio di cambiamento in cui si trova il cliente nel momento in cui si rivolge a lui (Prochaska, Norcross, Di Clemente, 1994). Gli stadi di cambiamento descritti dagli autori sono i seguenti:

    la precontemplazione, in cui la persona non ha la consapevolezza di mostrare dei disturbi e non ha quindi intenzione di cambiare comportamento. Molto spesso giunge in terapia spinta dalle persone che le sono accanto (parenti. amici, coniuge). Il terapeuta può aiutarla a procedere allo stadio successivo, ossia consapevolizzare gli aspetti negativi del problema e a valutare la sua capacità autoregolativa;
    la contemplazione è lo stadio in cui la persona inizia a prendere coscienza dei suoi problemi e prende in considerazione l’idea fare qualcosa ma non si impegna concretamente. Questo stadia può durare molto a lungo se non si evita la trappola del “rimuginare cronico” e si prende una decisione drastica.
    la preparazione, in cui la persona comincia ad attuare alcuni piccoli cambiamenti comportamentali anche se non riesce ancora a fare il passo successivo. Quello di cui ha bisogno è di stabile degli obiettivi e un ordine di priorità per potersi concentrarsi su un piano d’azione preciso.
    l’azione è lo stadio in cui si modifica il proprio comportamento concretamente con una serie di attività che richiedono tempo e energia. La persona riceve un forte riscontro esterno in seguito al cambiamento ed è importante aiutarla a prevedere e riconoscere i trabocchetti che possono farla tornare alle vecchie abitudini comportamentali.
    il mantenimento è lo stadio in cui la persona mantiene e riconosce la nuova modalità comportamentale. In questa fase le ricadute sono probabili e vanno messe in preventivo senza colpevolizzarsi. 6. il termine sopraggiunge quando la persona non sente più la tendenza a comportarsi come prima e non fa più nessuno sforzo nel prevenire la regressione. E importante sottolineare che non necessariamente il termine dal cambiamento coincide col termine della psicoterapia, che può concedersi anche prima che il cambiamento comportamentale sia completo, così come, concluso il cambiamento la terapia può continuare in vi sta di ulteriori approfondimenti del lavoro.


Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta
Possiamo affermare che la flessibilità professionale e ormai una qualità necessaria per uno psicoterapeuta che vuole combinare quello che già conosce, capisce ed è in grado di praticare, all’interno di modello complesso ed integrato di intervento. Utilizzando un approccio eclettico può scegliere tra diverse procedure, stili e sistemi psicoterapeutici, dei metodi che funzionano meglio per un singolo paziente con quel determinato problema (Giusti E., Montanari C., Montanarella G., 1997, pp. 18-22). Chi lavora seguendo un approccio integrato utilizza le tecniche di altri approcci, scegliendo quelle più adatte per aiutare la persona a risolvere il problema che porta in terapia e a stare meglio, considerando anche l’evoluzione del processo terapeutico. Passa da tecniche mutuate dagli approcci umanistici a quelle gestaltiche a quelle cognitive-comportamentali. Un terapeuta con tale impostazione utilizza le tecniche all’interno di un contesto relazionale a cui dà molta importanza. Esse sono solamente uno strumento per inviare dei messaggi terapeutici e non devono essere confuse col contenuto trasmesso, che acquista significato attraverso la relazione stessa. Il terapeuta utilizza, soprattutto nella prima fase del trattamento, approcci meno direttivi che aiutano ad instaurare un clima accettante e di fiducia teso a favorire la ricostruzione della storia del paziente e di significati per lui importanti. In questa fase il terapeuta si focalizza più sulla sfera sintomatologica per passare successivamente, ad un lavoro più profondo del Sé che consenta la riparazione di ferite e la ristrutturazione della personalità. Nella terza fase aiuta il cliente ad acquisire nuove modalità cornportamentali più efficaci per la gestione di eventi negativi
 

Il modello psicoanalitico e psicodinamico

La storia e gli sviluppi
freud
Il padre della psicanalisi: Sigmund Freud
Nei primi del novecento, S. Freud medico e analista viennese elaborò alcune teorie che contribuirono in maniera significativa alla nascita del sistema di pensiero psicanalitico e agli sviluppi successivi delle attuali teorie psicodinamiche.
La Psicoanalisi rappresenta un modello di sviluppo della personalità, una filosofia dell'uomo e un metodo psicoterapeutico basato sull'interpretazione.
Dagli anni '20 fino agli anni '40, le teorie di Freud nutrendosi del contributo di analisti come Jung e Adler ebbero un grande prestigio diffondendosi in Europa e nel Nord America.
Questa nuova prospettiva dinamica concepisce l'uomo come un essere biologico dotato di una esistenza psichica, di cui è inconsapevole, caratterizzata sin dalla nascita da spinte pulsionali e istintuali (di tipo sessuale ed aggressivo) e da desideri che mossi dal principio del piacere premono sulla coscienza per essere soddisfatti. Nel tentativo del migliore adattamento possibile ad una realtà, che nell'idea freudiana è razionale ed oggettiva e non può essere modificata, l'io e la coscienza impongono all'uomo di rinunciare a queste spinte ed autoregolarsi attraverso il principio di realtà. Per tanto il modello psicoanalitico si basa sull'ipotesi dell'esistenza di processi psichici inconsci che influenzano il comportamento e che sono alla base dei sintomi nevrotici.
Nel tempo molti proposero nuovi modelli, distaccandosi dal pensiero tradizionale freudiano, dando luogo a nuove teorie psicodinamiche: "la psicologia dell'io "proposta da alcuni psicoanalisti come Anna Freud, Hartmann, Erikson, metteva in risalto l'importanza dell'ambiente sulla personalità e nella formazione della nevrosi, come risultato del conflitto tra l'io e le diverse pressioni sociali. Per la teoria delle "relazioni oggettuali" i primi rapporti instaurati tra bambino e le figure affettive di riferimento portavano alla formazione di modelli interni, influenzanti le relazioni umane costruite dall'individuo nel corso della vita; la capostipite della scuola fu Melanie Klein la quale propose lo sviluppo psicologico come il prodotto di un conflitto amore/odio nei confronti dell'oggetto(il seno materno), che il bambino avverte come buono o cattivo a seconda della cura e della disponobilità materna. Oltre alla Klein anche Winnicott che contribuisce alla nascita di un nuovo filone, la Psicologia del sè, indirizza l'attenzione sui primi rapporti che si instaurano tra il bambino e la madre. Lo sviluppo della personalità sana sarebbe connessa alla relazione tra il bambino e quella che Winnicott chiama madre "sufficientemente buona", capace di gratificare i bisogni fisici e psicologici del figlio.

La visione dell'uomo e della patologia
Lo sviluppo psicologico secondo Freud, avviene durante l'infanzia, attraverso il superamento di specifici stadi psicosessuali. In ogni fase il bambino ricerca il piacere e la soddisfazione delle sue pulsioni attraverso la stimolazione di una determinata zona erogena: nello stadio orale, la gratificazione viene raggiunta attraverso la stimolazione della bocca; nel sadico-anale dell'ano; nel fallico, dei genitali. In quest'ultimo stadio compare il complesso di Edipo che si ripresenterà e verrà superato nell'età puberale. E' il momento in cui la sessualità infantile raggiunge la massima intensità per poi subire una inibizione nello stadio successivo, il "periodo di latenza" in cui l'energia verrà indirizzata in modo maturo verso mete sociali ed ideali. Il mancato superamento di ognuno di
questi stadi determina il fenomeno della "fissazione" della libido e della energia istintuale, che determinerà la patologia nell'adulto. In quest'ottica l'individuo viene visto come un sistema energetico regolato da tre istanze: Es, Io e Super-io in costante mediazione. La dinamica di questo processo, determina la struttura della personalità, il carattere e l'equilibrio psichico dell'individuo. L' Es rappresenta il processo di personalità presente sin dalla nascita, sede degli istinti la cui meta è la
loro soddisfazione; l'Io invece è l'istanza che regola la personalità mediando tra gli istinti dell' Es e
l'ambiente circostante, sede dell'intelligenza e della razionalità; infine il Super-io è la componente giudicante, che permette all'individuo di stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
L'individuo per poter sopravvivere ad eventi che non sa gestire svilupperà dei meccanismi di difesa, considerati forme di adattamento; si tratta di processi inconsci, importanti per gestire l'angoscia generata dal conflitto tra le tre istanze di personalità per il controllo dell'energia psichica all'interno del sistema.
Quando l'io utilizza in modo eccessivamente rigido i meccanismi di difesa, quest'ultimi risulteranno disadattivi, generando uno stile di vita problematico. Per gli psicoterapeuti di indirizzo psicoanalitico il sintomo manifestato dal paziente è la conseguenza di un conflitto inconscio la cui origine va ricercata nelle frustrazioni e nei traumi vissuti nelle relazioni affettive durante l'infanzia. Le teorie psicodinamiche contemporanee considerano le prime relazioni con la madre il fattore di maggiore influenza per lo sviluppo psicologico del bambino, in base al significato che quest'ultimo attribuisce alle esperienze vissute con la madre empatica si costituirà una immagine interna di Sè e degli altri necessaria per gestire i futuri rapporti interpersonali.
La Psicoterapia considera la manifestazione psicopatologica come espressione di un disagio psichico profondo del cui significato l'individuo non è consapevole.


Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta
Per riportare alla luce i conflitti rimossi, si dispone di diverse tecniche come il metodo delle "libere associazioni", in cui pazienti sono invitati a riferire senza alcuna censura tutto ciò che gli passa per la mente compresi i pensieri illogici; anche se i materiali esposti sembrano non essere in relazione tra loro in realtà la sequenza di associazioni fornirà all'analista informazioni sul modo in cui il paziente connette i vari eventi. Il metodo centrale della prassi clinica è l'interpretazione utilizzata per far comprendere al paziente i vissuti dolorosi rimossi. Secondo la prospettiva psicoanalitica e dinamica il paziente ripropone in terapia le modalità relazionali avute nell' infanzia con uno dei genitori, rivelatrici dei conflitti interiori sottostanti. Un passaggio centrale del processo di guarigione è l'analisi e la risoluzione del transfert che il paziente mette in atto nei confronti dell'analista. Il processo terapeutico prevede il cambiamento o la totale riorganizzazione della personalità del paziente attraverso la creazione di rapporti gratificanti col mondo circostante, riparando ai deficit affettivi del paziente dovuti ad una relazione primaria difettosa.
Tutto questo è possibile all'interno di una buona relazione terapeutica, facilitata dall'interpretazione dei contenuti affiorati in seduta, che agevolano la comprensione intellettuale ed emotiva del materiale inconscio emerso, favorendo una presa di coscienza che consente di ricondurre i problemi attuali ai traumi emotivi vissuti nel passato dando luogo all'insight, essenziale per un concreto cambiamento. Nel processo di cura è fondamentale capire, analizzare e interpretare le dinamiche che caratterizzano la relazione terapeutica e le resistenze che il paziente oppone, inconsciamente, al percorso verso la guarigione. L'analisi del transfert e la sua risoluzione rimane un passaggio determinante per l'esito positivo del processo terapeutico.
Numerosi terapeuti ad orientamento psicodinamico presero distanza dalla posizione freudiana, secondo la quale il terapeuta dovrebbe porsi in maniera neutrale e distaccata, come uno schermo bianco su cui il paziente proietta le proprie rappresentazioni interne (desideri e conflitti edipici inconsci) in grado di interpretare i contenuti transferali emersi, senza esserne minimamente influenzato. Sullivan, infatti, considera il terapeuta un osservatore partecipe, attento al comportamento del paziente ed al proprio, ciò nonostante non si lascia coinvolgere emotivamente. Tale trattamento non è accessibile a tutti, il paziente dovrà disporre di una buona capacità di verbalizzazione, di molto tempo,
 

Il modello Sistemico-Relazionale e Familiare

La storia e gli sviluppi
bion
Wilfred Bion
La terapia familiare è un modello di intervento terapeutico che deriva dal meta-modello raggruppato nelle teorie sistemico-relazionali che ha sviluppato concetti e pratiche nuove sul significato del disagio e dei sintomi psichici espressi dagli individui. Esistono modelli di intervento familiare anche di derivazione psicoanalitica particolarmente sviluppati in Inghilterra (Tavistock Clinic), Francia (Kaes e altri) e Argentina, che hanno preso particolare ispirazione fra l'altro dai modelli psicoanalitici di funzionamento dei gruppi (Wilfred Bion e altri) e dei gruppi familiari (Donald Meltzer e Martha Harris). Questo approccio ebbe origine a partire da un vasto movimento di teorie e idee diffuse negli Stati Uniti durante gli anni '50, in particolare le teorie della prima e seconda cibernetica. La "Scuola di Palo Alto" e il Mental Research Institute, con i loro maggiori esponenti (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, Paul Watzlawick), furono i principali centri di sviluppo della terapia sistemica famigliare. I terapeuti che seguono questo orientamento psicoterapeutico condividono la matrice pragmatica, di chiara origine americana, per cui il loro intervento si struttura in genere in un numero di sedute ridotte e in tempi relativamente rapidi. La psicoterapia ad indirizzo sistemico relazionale si è molto diffusa in Italia e in Europa durante gli anni '80, in modo particolare nei servizi di salute pubblica, nel campo della patologia psichiatrica adulti, nella neuro-psichiatria infantile, nel campo delle tossicodipendenze e negli ultimi anni anche nelle problematiche che riguardano la separazione-divorzi e nelle problematiche scolastiche; inoltre nell'ambito della psicologia del lavoro ha trovato importanti e significative applicazioni. In ambito clinico, proprio in Italia è nata e si è sviluppata una delle più importanti tradizioni di ricerca


La visione dell’uomo e della patologia
Secondo l'approccio sistemico-relazionale i sintomi e il disagio del singolo individuo sono il risultato di un intersecarsi complesso tra esperienza soggettiva, qualità delle relazioni interpersonali più significative e capacità cognitive di autovalutazione della propria situazione. I concetti di base derivano dalla teoria dei sistemi e dalla cibernetica: ad esempio, tra i molti altri, quello di sistema e quello di causalità circolare. Nell'ottica della definizione del ciclo vitale della famiglia termine coniato attorno gli anni quaranta, si presuppone nella evoluzione del sistema familiare l incontro con alcuni "eventi nodali"che attraverso la disorganizzazione-riorganizzazione del sistema stesso implicano il superamento di alcuni compiti di sviluppo permettendo l entrata in una fase successiva. Gli eventi vengono suddivisi in paranormativi e normativi. I primi riguardano tutto ciò che nel ciclo vitale, dalla nascita alla morte, può capitare ad una famiglia ma non può essere previsto (morte di un figlio, incidente etc) i secondi rappresentano tutti quegli eventi che invece possono essere previsti. La Duvall propone una scansione del ciclo vitale in otto stadi in cui gli eventi nodali sono preceduti dall'acquisizione o dalla perdita di membri familiari. L'evoluzione del sistema familiare trova la sua comprensione nell'arco almeno di tre generazioni. I sintomi di una persona, oltre ad esprimere in maniera metaforica il conflitto psichico soggettivo, acquisiscono una funzione precisa all'interno del sistema relazionale in cui emergono. La famiglia, intesa come il sistema vivente di riferimento principale nell'esperienza emotiva di una persona, è il primo contesto esperienziale all'interno del quale i sintomi assumono una funzione precisa nel funzionamento relazionale del gruppo di persone che ne fanno parte. I conflitti che tendono a disgregare il sistema-famiglia creano una tensione emotiva che di solito viene vissuta in termini drammatici dal soggetto portatore del sintomo; egli si fa carico, attraverso la manifestazione dei sintomi, di distogliere i membri della famiglia dall'affrontare in modo manifesto le proprie difficoltà di relazione, accentrando l'attenzione su di sé.
Il sintomo ha quindi una doppia valenza: segnala alla famiglia l'esistenza di un disagio e, nello stesso tempo, rende innocuo il suo potere distruttivo accentrando su di sé tutte le preoccupazioni degli altri membri. La terapia familiare interviene attraverso varie tecniche di lavoro sulle famiglie, operando su 4 livelli principali di osservazione:

    la storia trigenerazionale della famiglia (nonni-genitori-figli);
    l'organizzazione relazionale e comunicativa attuale della famiglia;
    la funzione del sintomo del singolo individuo nell'equilibrio della famiglia;
    la fase del ciclo vitale della famiglia in cui si presenta il sintomo del singolo (ciclo vitale: rappresenta una tappa delle varie fasi evolutive attraversate da un sistema-famiglia; si parla, ad esempio dell'uscita da casa dei figli a seguito del matrimonio, del decesso di un genitore o della nascita di un figlio etc. Questi eventi costringono il sistema a riorganizzarsi e quindi ad evolvere verso nuovi assetti relazionali.).

Le tecniche, attraverso l'utilizzo di compiti da attuare sia nelle sedute terapeutiche che a casa, si articolano intorno alle problematiche dei ruoli, della gerarchia, delle alleanze, e della qualità della comunicazione.


Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta
La psicoterapia ad indirizzo sistemico-relazionale considera la persona portatrice del sintomo "paziente designato". Tale termine sta ad indicare che il paziente è il membro del sistema-famiglia (per famiglia si intendono sia la propria che almeno le due generazioni che l'hanno preceduta), che esprime o segnala il funzionamento disfunzionale di uno o più dei sistemi di cui egli è uno dei vertici. Tale membro è "designato" dal sistema stesso, secondo una prospettiva bio-psico-sociale, in quanto soggetto che esprime una modalità disfunzionale di vivere, pensare, agire. Talvolta, specialmente in casi che riguardano i bambini o gli adolescenti (ambiti in cui la terapia familiare risulta un approccio particolarmente valido), questo si manifesta sotto forma di blocco evolutivo, così che tutte le tensioni tendono a convergersi su di lui; in tal modo diviene il controllore di forze ed energie relazionali, al prezzo di gravi sentimenti di sofferenza e vissuti di disgregazione. Attualmente l’intervento terapeutico nella logica socio-costruzionista e narrativa avviene attraverso l’incontro tra sistemi emotivi di significato e le narrazioni dei pazienti e dei terapeuti i quali, nella conversazione, stimolano la ricerca di connessioni di un quadro narrativo rappresentativo dal punto di vista dei contenuti e convincente dal punto di vista emotivo. Dato che ascoltare emozioni, evoca emozioni, il terapeuta è quindi coinvolto nel processo terapeutico al pari del paziente, sebbene le parti siano caratterizzate da competenze specificatamente diverse. Nell’incontro tra paziente e terapeuta si vivifica, quindi, una nuova storia; in quanto il processo terapeutico è sostanzialmente un contesto di incontro e di costruzione di una comune esperienza, di conseguenza anche un contesto

 

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