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Detenzione e isolamento: gli effetti devastanti sul cervello

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Dolores Canales non sembra riuscire a orientarsi come una volta. Ha trascorso tutta la sua vita ad Anaheim, in California, ma dice che si perde anche nella sua città natale. Sente che i suoi 20 anni di carcere ed i 18 mesi trascorsi in isolamento, hanno portato ad un cambiamento permanente nel suo senso dello spazio e della direzione.

detenzione e isolamento gli effetti devastanti sul cervelloQuando si parla si isolamento sociale si fa riferimento ad una completa o insufficiente assenza di contatto con altri membri della società.

Non è la solitudine, che è radicata in una temporanea mancanza di contatto con altri umani.

L'isolamento sociale presenta due componenti, mentale e fisico. La prova che l'isolamento sociale potrebbe essere correlato ad aspetti fondamentali della cognizione proviene da studi sugli animali che dimostrano come l'isolamento possa compromettere l'apprendimento, alterare i livelli di ansia, il comportamento sociale e modificare le strutture cerebrali sottostanti questi comportamenti.

La ricerca indica che l'isolamento prolungato non solo produce danni psicologici ma può alterare significativamente la struttura del cervello.

Nel corso di una tavola rotonda presso l'Università di Pittsburgh, parte di una conferenza di due giorni sull'isolamento, i neuroscienziati hanno testimoniato gli effetti neurologici degenerativi dell'isolamento.

Il cervello è composto da 100 miliardi di cellule, 500 trilioni di connessioni”, ha affermato la Dottoressa Huda Akil, Docente di neuroscienze presso l'Università del Michigan.

E' un organo di funzione sociale e pertanto, il cervello, ha bisogno di interagire nel mondo”. La dottoressa Akil è una specialista degli effetti delle emozioni sulla struttura del cervello, in particolare gli effetti degli ormoni dello stress.

Secondo i suoi studi, gli ormoni dello stress possono apportare cambiamenti drammatici all'ippocampo. Quest'ultimo controlla le modalità con cui i nostri sensi sono tradotti nel resto del cervello ed è responsabile della nostra relazione con lo spazio esterno.

Gli ormoni dello stress hanno dimostrato di “riscrivere il programma del DNA e di ricablare il cervello”, ha proseguito il Dottor Akil.

Questi effetti ormonali sull'ippocampo cambiano la percezione dello spazio e il posizionamento direzionale. Il “GPS interno” del cervello viene disturbato, la percezione della profondità viene alterata e il corpo, che si trova in relazione con altri oggetti nello spazio, non è calibrato.

Per la Canales, attivista e leader del California Families Aginst Solitary Confinement, questo suona particolarmente vero. Afferma infatti che il suo senso dello spazio è alterato in modo permanente.

Dovresti vedere il mio appartamento. Appena sono entrata, non potevo sopportare di non essere in grado di vedere la porta”.

Fino ad oggi, dice, gli amici le dicono che il suo piccolo appartamento è allestito come una cella di prigione.

La Canales è stata confinata nella sua cella per 22 ore al giorno per un periodo di 20 anni.

Altri sopravvissuti alla detenzione e all'isolamento attestano sentimenti simili.

Robert King, è stato detenuto in Lousiana per 29 anni, vivendo in una cella per 23 ore al giorno, fino a quando non è stato rilasciato nel 2001.

Ha riferito alla BBC, in un'intervista del 2014, “sono al punto in cui mi perdo anche quando sto camminando dietro la casa dove vivo”.

Il disorientamento che lui e la Canales descrivono è coerente con il danno all'ippocampo. Albert Woodfox, è un altro ex detenuto che è ha vissuto la realtà carceraria per 43 anni ed è stato rilasciato a febbraio 2017.

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Prova difficoltà a riadattarsi ad un mondo fatto di interazione sociale e che produce profondi impatti fisici.

Fisicamente... ho trovato che c'è un ritmo diverso tra l'essere libero e l'essere in prigione”, ha detto in un'intervista.

Il modo in cui cammini, il modo in cui conversi con le altre persone, la consapevolezza dei tuoi sensi. È molto più intenso di quando sei in prigione e senti che le tue energie nella società di prosciugano molto più velocemente di quando stavo nella cella della prigione”.

La Dottoressa Akil evidenzia, a tal proposito, che “quello che sappiamo sul cervello suggerisce che vi è un cambiamento definitivo prodotto dall'isolamento”.

L'isolamento sociale prolungato come il sentirsi soli può esporre a gravi conseguenze fisiche, emotive e cognitive. È associato ad un aumento del 26% del rischio di morte prematura, in gran parte derivante da una risposta fuori controllo allo stress che si traduce in livelli più elevati di cortisolo, aumento della pressione sanguigna e infiammazione.

Sentirsi socialmente isolati aumenta anche il rischio di suicidio.

Consideriamo l'isolamento come nient'altro che una pena di morte per deprivazione sociale”, ha riferito Stephanie Cacioppo, Docente di psichiatria e neuroscienze comportamentali all'università di Chicago.

Secondo il Dottor Michael Zigmond, professore di neurologia all'Università di Pittsburgh, gli studi di isolamento nei topi hanno indicato che nel complesso vi è una differenza misurabile consistente in neuroni più semplici, meno connessioni tra quei neuroni e meno sinapsi nel cervello rispetto ai topi che avevano la possibilità di socializzare.

Gli studi su esseri umani e primati sono rari, in gran parte perché sono considerati inumani dalla maggior parte dei principali gruppi di ricerca e università.

Vi sono esempi di ricerche a partire dalla metà del XX° secolo, che hanno portato a molte riforme nell'etica della sperimentazione.

Ad esempio, nel 1951, i ricercatori della McGill University pagarono un gruppo di studenti laureati di sesso maschile per alloggiare in piccole camere dotate di un solo letto per un esperimento sulla deprivazione sensoriale.

Gli studenti dovevano essere osservati per sei settimane, ma nessuno è durato più di sette giorni. Gli studenti abbandonarono l'esperimento dopo essersi sentiti incapaci di “pensare chiaramente a qualsiasi cosa per un certo periodo di tempo”, mentre altri riportarono allucinazioni.

In un altro noto esperimento degli anni '50, lo psicologo dell'Università del Wisconsin, Harry Harlow mise delle scimmie Rhesus all'interno di una camera isolata.

Harlow scoprì che le scimmie tenute in isolamento si mostravano profondamente turbate, atte a fissare il vuoto senza espressione e a dondolarsi sul posto per periodi lunghi, girando ripetutamente nelle loro gabbie e mutilandosi.

La maggior parte arrivò ad adattarsi, ma non quelle che erano state in isolamento più a lungo. “Dodici mesi di isolamento hanno quasi cancellato l'aspetto sociale degli animali”, ha scritto.

Nel bene e nel male, il cervello è modellato dal suo ambiente e l'isolamento sociale e la deprivazione sensoriale che possono sperimentare i detenuti tendono a modificarlo.

Lo stress cronico danneggia l'ippocampo, che a sua volta produce ripercussioni sulla memoria, l'orientamento spaziale e la regolazione delle emozioni.

Di conseguenza, le persone socialmente isolate sperimentano perdita di memoria, declino cognitivo e depressione.

Gli studi dimostrano inoltre che la depressione provoca un'ulteriore morte cellulare nell'ippocampo e la perdita del fattore di crescita che ha proprietà antidepressive, creando così un circolo vizioso.

Quando la deprivazione sensoriale e l'assenza di luce naturale si aggiungono a questo mix, le persone possono sperimentare psicosi e interruzioni nei geni che controllano i ritmi circadiani naturali del corpo.

La Dottoressa Akil osserva che il potere del contatto sociale aiuta a rimodellare il cervello e allevia lo stress. Tuttavia, gli ormoni dello stress non scompaiono mai, non si livellano mai completamente.

Più le persone vengono tenute isolate, peggio diventa”, ha affermato. L'isolamento ha quindi un effetto devastante sul cervello.

Senza aria, vivremo minuti. Senza acqua, vivremo giorni. Senza nutrizione, viviremo settimane. Senza attività fisica, le nostre vite sono diminuite di anni. L'interazione sociale è parte di questi elementi basilari della vita”, ha concluso il Dottor Zigmond.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

 

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Tags: scuole di psicoterapia, suicidio, isolamento sociale, giorgia lauro, Dottoressa Giorgia Lauro, detenzione e isolamento, effetti devastanti sul cervello, prigione., cambiamenti nell'ippocampo, ormoni dello stress, percezione dello spazio alterata, deprivazione sensoriale, allucinazioni e psicosi

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