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Epidemia da Coronavirus ed effetti psicologici della quarantena

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L'epidemia da Coronavirus diffusasi a partire da Dicembre 2019 ha visto molti paesi adottare misure restrittive in cui si è chiesto alle persone si isolarsi a casa o in una struttura di quarantena dedicata. Le decisioni su come e quando applicare una quarantena dovrebbero basarsi sulle prove disponibili in letteratura. A tal proposito, i ricercatori del Dipartimento di Medicina e Psicologia del King's College di Londra, hanno presentato una revisione della letteratura al fine di tracciare l'impatto psicologico della quarantena.

epidemia da coronavirus ed effetti psicologici della quarantenaQuando si parla di quarantena si fa riferimento alla separazione e/o restrizione del movimento delle persone potenzialmente esposte ad una malattia contagiosa, al fine di ridurre il rischio di contrarre il virus o infettare altre persone. Questa definizione differisce dall'isolamento, che è invece da intendersi come la separazione di quelle persone cui è stata diagnosticata una malattia contagiosa da altri soggetti che risultano invece sani.

Tuttavia, i due termini sono spesso utilizzati in modo intercambiabile, specialmente nella comunicazione mediatica con il pubblico. La parola quarantena fu usata per la prima volta a Venezia, in Italia, nel 1127 quando scoppiò la lebbra e fu successivamente usata in risposta alla Morte nera.

Più recentemente, la quarantena è stata utilizzata nell'epidemia della malattia da coronavirus, conosciuta anche con l'acronimo di SARS-CoV-2. Il diffondersi del virus ha visto intere città della Cina essere poste in quarantena, mentre a molte migliaia di cittadini stranieri che rientravano nel loro paese di origine dalla Cina è stato chiesto di autoisolarsi a casa o in strutture dedicate.

La quarantena è spesso un'esperienza spiacevole per coloro che la subiscono. La separazione dai propri cari, la perdita di libertà, l'incertezza sullo stato della malattia e la noia possono, a volte, creare effetti drammatici. Sono stati segnalati suicidio, agiti di rabbia, azioni legali avviate in seguito all'imposizione della quarantena e così via.

I potenziali benefici della quarantena di massa obbligatoria devono infatti essere attentamente valutati rispetto ai possibili costi psicologici. L'uso corretto della quarantena come misura di sanità pubblica impone di ridurre, per quanto possibile, gli effetti negativi ad essa associati.

Data la situazione in via di sviluppo, i ricercatori hanno deciso di delineare, attraverso una revisione della letteratura scientifica sul tema, i probabili effetti della quarantena sulla salute mentale e sul benessere psicologico, nonché sui fattori che contribuiscono o mitigano questi effetti.

Attraverso un'analisi di 24 articoli, gli studi presi inconsiderazioni sono stati condotti in dieci paesi e includevano persone protagoniste di diverse epidemie quali SARS, Ebola, pandemia da influenza H1N1, Sindrome respiratoria del Medio Oriente e influenza equina.

Quarantena: quali effetti psicologici?

Analizzando cinque dei 24 studi raccolti, i ricercatori hanno confrontato i risultati psicologici per le persone in quarantena rispetto a quelle libere. Uno studio condotto sul personale ospedaliero che potrebbe essere entrato in contatto con la SARS ha evidenziato che subito dopo la fine del periodo di quarantena (9 giorni), quest'ultimo si poneva come fattore predittivo dei sintomi del disturbo da stress acuto.

Nello stesso studio, il personale in quarantena aveva significativamente più probabilità di riferire esaurimento, distacco dagli altri, ansia di fronte a pazienti febbrili, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e indecisione, deterioramento delle prestazioni lavorative e riluttanza a lavorare.

In un altro studio, l'effetto della quarantena si è posto come fattore predittivo di sintomi post-traumatici da stress nei dipendenti ospedalieri anche a distanza di 3 anni dall'evento vissuto. In un altro studio, i ricercatori hanno confrontato i sintomi post-traumatici da stress nei genitori e nei bambini posti in quarantena rispetto a coloro che non erano stati sottoposti a tale misura restrittiva, e hanno scoperto che i punteggi medi di stress post-traumatico erano quattro volte più elevati nei bambini che erano stati messi in quarantena rispetto a quelli non vivevano tale situazione.

Il 28% dei genitori (27 soggetti su 98) messi in quarantena in questo studio ha riportato sintomi sufficienti per giustificare una diagnosi da disturbo mentale correlato al trauma, rispetto al 6% dei genitori che non hanno vissuto la quarantena.

Un altro studio condotto sul personale ospedaliero ha esaminato i sintomi depressivi 3 anni dopo la quarantena e ha scoperto che il 9% dell'intero campione (549 soggetti) ha riportato sintomi depressivi elevati. Nel gruppo con sintomi depressivi elevati, quasi il 60% (29 su 48) era stato messo in quarantena.

Tutti gli altri studi quantitativi hanno esaminato solo coloro che erano stati messi in quarantena e hanno generalmente riportato un'alta prevalenza di sintomi di disagio e disturbo psicologico. Dal punto di vista generale, la quarantena può determinare disturbi emotivi, depressione, stress, fluttuazione del tono dell'umore, irritabilità, insonnia, sintomi da stress post-traumatico, rabbia ed esaurimento emotivo.

Tra questi, il basso umore (73%, 660 soggetti su 903) e l'irritabilità (57%, 512 soggetti su 903) si distinguono per avere un'alta prevalenza. Tra gli altri possibili effetti psicologici, i soggetti posti in quarantena hanno riferito paura, nervosismo, tristezza e senso di colpa.

Sono pochissimi i soggetti che hanno riportato sentimenti positivi: il 5% (48 su 903) ha riferito sentimenti di felicità, e il 4% (42 su 904) ha riferito sentimenti di sollievo.

I fattori di stress della quarantena

Dalla revisione condotta dai ricercatori, tre studi hanno dimostrato che periodi più lunghi di quarantena erano associati a particolari problemi di salute mentale, come disturbo da stress post-traumatico, comportamenti di evitamento e rabbia. Sebbene la durata della quarantena non fosse sempre chiara, uno studio ha mostrato che i soggetti posti in quarantena per più di 10 giorni hanno mostrato sintomi post-traumatici significativamente più alti rispetto a soggetti posti in quarantena per un periodo di tempo inferiore.

Paura dell'infezione.

I partecipanti di otto studi diversi hanno riportato paure sulla propria salute o paure legate all'infezione, con una maggiore preoccupazione di poter infettare i familiari rispetto a soggetti non posti in quarantena. Essi erano inoltre particolarmente preoccupati se manifestavano sintomi fisici potenzialmente correlati all'infezione, aumentando così gli effetti psicologici anche a distanza di diversi mesi.

Frustrazione e noia.

L'isolamento, la perdita della solita routine e il ridotto contatto sociale e fisico con gli altri hanno spesso dimostrato di causare noia, frustrazione e un senso di distacco dal resto del mondo, che veniva percepito come angosciante dai partecipanti ai diversi studi. Questa frustrazione è stata esacerbata dal fatto di non poter prendere parte alle normali attività quotidiane, come uscire, fare una passeggiata, riunirsi con gli amici e via dicendo.

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Scorte non sufficienti

Avere scorte primarie inadeguate (ad esempio, cibo, acqua, vestiti o alloggio) durante la quarantena rappresentava una fonte di frustrazione, associata ad ansia e rabbia anche a distanza di 4-6 mesi dopo. Anche l'impossibilità di sottoporsi a cure mediche e prescrizioni regolari sembrava rappresentare un problema per alcuni partecipanti.

Quattro studi hanno infatti scoperto che le forniture delle autorità sanitarie pubbliche erano insufficienti. I partecipanti hanno riferito di aver ricevuto in ritardo mascherine e materiale igienico-sanitario; cibo, acqua e altri oggetti sono stati distribuiti in modo intermittente e le forniture di cibo hanno impiegato molto tempo per arrivare.

Anche se quelli messi in quarantena durante l'epidemia della SARS di Toronto hanno elogiato le autorità sanitarie per la consegna di kit di forniture mediche all'inizio del periodo di quarantena, non hanno ricevuto generi alimentari o altre forniture di routine necessarie per la vita quotidiana.

Informazioni inadeguate.

Molti partecipanti hanno riportato informazioni scarse o ambigue da parte delle autorità sanitarie come fattori di stress, evidenziando le lacune di linee guida poco chiare e insufficienti sulle azioni da intraprendere, nonché confusione sullo scopo della quarantena.

Dopo l'epidemia di SARS a Toronto, i partecipanti hanno percepito e interpretato quella confusione come derivante da uno scarso coordinamento tra i diversi livelli giurisdizionali coinvolti. La mancanza di chiarezza sui diversi livelli di rischio, in particolare, ha portato i partecipanti a temere il peggio.

Elementi stressanti post-quarantena.

Le perdite finanziarie possono essere un problema durante la quarantena, in quanto le persone non sono in grado di lavorare e devono interrompere le loro attività professionali senza una pianificazione avanzata: gli effetti sembrano durare a lungo. Negli studi esaminati, la perdita finanziaria a causa della quarantena ha creato un grave disagio socio-economico al punto da divenire fattore di rischio per sintomatologie psicologiche, nonché presenza di rabbia e ansia a distanza di diversi mesi dalla quarantena.

Dai diversi studi analizzati è emerso che soggetti con un reddito familiare annuo inferiore a 40.000 dollari mostravano quantità significativamente più elevate di stress post-traumatico e sintomi depressivi. Questi sintomi sono probabilmente dovuti al fatto che quelli con redditi più bassi presentano maggiori probabilità di essere colpiti dalla perdita temporanea di reddito.

Le persone in quarantena e con redditi familiari inferiori potrebbero quindi richiedere livelli supplementari di sostegno, insieme a coloro che svolgono lavori autonomi e che, per via della quarantena, non sono in grado di poter svolgere il proprio lavoro.

Stigma

Il processo di stigmatizzazione da parte degli altri era uno dei temi principali presenti in tutta la letteratura analizzata dai ricercatori, un processo che è continuato anche successivamente la quarantena, e anche dopo il contenimento dell'epidemia. In un confronto tra gli operatori sanitari posti in quarantena rispetto a quelli non in quarantena, i primi avevano significativamente più probabilità di segnalare stigmatizzazione e rifiuto da parte delle persone nei quartieri locali, suggerendo che esiste uno stigma che circonda specificamente le persone che erano state poste in quarantena.

I partecipanti a diversi studi hanno riferito di percepire un trattamento diverso da parte degli altri: evitamento, rimandando gli inviti sociali, trattandoli con paura e sospetto e facendo commenti critici.

L'educazione generale sulla malattia e le motivazioni per la quarantena fornite al pubblico possono dunque essere utili per ridurre la stigmatizzazione, mentre potrebbero essere utili anche informazioni più dettagliate destinate alle scuole e ai luoghi di lavoro.

Potrebbe anche darsi che i resoconti mediatici contribuiscano a stigmatizzare gli atteggiamenti del grande pubblico: i mass media hanno una forte influenza sugli atteggiamenti pubblici e titoli drammatici o elicitanti la paura possono contribuire al processo di stigmatizzazione.

Questo problema evidenzia la necessità che i funzionari della sanità pubblica forniscano messaggi chiari e rapidi in modo efficace a tutta la popolazione interessata al fine di promuovere una comprensione accurata della situazione.

Cosa si può fare per mitigare le conseguenze della quarantena?

Durante i maggiori focolai di malattie infettive, la quarantena può essere una misura preventiva necessaria. Tuttavia, questa revisione della letteratura suggerisce che la quarantena è spesso associata ad un effetto psicologico negativo.

La letteratura precedente suggerisce che la storia psichiatrica è associata a disagio psicologico dopo aver subito un trauma correlato ad un evento particolare, ed è probabile che le persone con preesistente malattia mentale necessiti di un sostegno aggiuntivo durante la quarantena.

Per gli operatori sanitari, il supporto da parte dei dirigenti è essenziale per facilitare il loro ritorno al lavoro e i dirigenti dovrebbero essere consapevoli dei potenziali rischi per il personale che è stato messo in quarantena in modo che possano prepararsi per un intervento precoce.

Una quarantena più lunga è associata a risultati psicologici peggiori, poiché gli elementi stressanti potrebbero avere effetti a lungo termine. Limitare la durata della quarantena a ciò che è scientificamente ragionevole, data la durata nota dei periodi di incubazione, e non adottare un approccio eccessivamente precauzionale al riguardo, minimizzerebbe l'effetto sulle persone.

Le prove provenienti da esperienze simili precedenti sottolineano anche l'importanza delle autorità di raccomandare un periodo di quarantena specifico, senza modificare continuamente la sua durata con messaggi ambigui e contraddittori. Per le persone già in quarantena, un'estensione, non importa quanto piccola, rischia di esacerbare qualsiasi senso di frustrazione o demoralizzazione.

Imporre in modo indefinito su intere città una quarantena senza specificare un limite di tempo potrebbe essere più dannoso delle procedure di quarantena applicate rigorosamente, ma limitate al periodo di incubazione.

Le persone in quarantena spesso temono di essere infettate o di infettare gli altri. Spesso hanno anche stili di pensiero che le portano a valutazioni catastrofiche di eventuali sintomi fisici riscontrati durante il periodo di quarantena.

Questa paura è un evento comune per le persone esposte ad una preoccupante malattie infettiva, e potrebbe essere esacerbata dalle informazioni spesso inadeguate che ricevono dai funzionari della sanità pubblica, caratterizzati da poca chiarezza sulla natura dei rischi che hanno affrontato e sul motivo per cui sono stati tutti messi in quarantena. Garantire una corretta informazione e comprensione della malattia in questione, nonché le ragioni della quarantena dovrebbero pertanto essere una priorità.

Ridurre la noia e migliorare la comunicazione.

La noia e l'isolamento causano angoscia; le persone in quarantena dovrebbero essere informate su cosa possono fare per evitare la noia e ricevere consigli pratici sulle tecniche di gestione dello stress. Avere un cellulare funzionante è ora una necessità, non un lusso. Attivare i social network, anche se a distanza, è una priorità, ma l'incapacità di farlo è associata non solo ad ansia immediata, ma un disagio a lungo termine.

Anche la capacità di comunicare con la famiglia e gli amici è essenziale. In particolare, i social media potrebbero svolgere un ruolo importante nella comunicazione con coloro che sono lontani, consentendo alle persone in quarantena di aggiornare i loro cari sulla loro situazione e riassicurandoli di stare bene. Pertanto, fornire ai soggetti messi in quarantena telefoni cellulari, cavi e prese per dispositivi di ricarica, reti wi-fi con accesso a internet potrebbe ridurre i sentimenti di isolamento, stress e panico.

Sebbene ciò sia possibile nella quarantena forzata, potrebbe essere più difficile farlo nei casi di quarantena domestica diffusa.

È anche importante che i funzionari della sanità pubblica mantengano chiare linee di comunicazione con le persone messe in quarantena su cosa fare in caso di sintomi. Una linea telefonica o un servizio online appositamente predisposto per coloro che sono in quarantena e dotati di personale sanitario in grado di fornire istruzione su cosa fare in caso di sviluppo di sintomi di malattia, aiuterebbero a rassicurare le persone che saranno curate se si ammalano.

Questo servizio mostrerebbe a coloro che sono messi in quarantena che non sono stati dimenticati e che le loro esigenze di salute sono importanti tanto quanto quelle del grande pubblico. I benefici di una tale risorsa non sono stati studiati, ma è probabile che la rassicurazione possa successivamente diminuire sentimenti come paura, preoccupazione e rabbia.

Vi sono prove che suggeriscono che possono essere utili gruppi di supporto specifici per le persone che sono state messe in quarantena a casa durante l'epidemia. Uno studio ha scoperto che far parte di un gruppo e sentirsi in contatto con altri che vivono la stessa situazione potrebbe essere un'esperienza di convalida, nonché in grado di fornire alle persone il supporto che potrebbero scoprire di non ricevere da altre persone.

Conclusioni

Nel complesso, queste revisione della letteratura suggerisce che l'impatto psicologico della quarantena è più ampio, sostanziale e può durare a lungo. Ciò non significa che la quarantena non debba essere utilizzata. Tuttavia, privare le persone della loro libertà per il bene pubblico in generale è spesso controverso e deve essere gestito con cura. Se la quarantena è essenziale, i risultati suggeriscono che i funzionari pubblici dovrebbero adottare ogni misura per garantire che questa esperienza sia il più tollerabile possibile per le persone.

Ciò può essere ottenuto raccontando alla gente cosa sta succedendo e perché, spiegando per quanto tempo continuerà, suggerendo attività significative da svolgere durante la quarantena, fornendo una comunicazione chiara, garantendo le forniture di base come cibo, acqua e medicine, al fine di rafforzare anche quel senso di altruismo e dovere morale in situazioni come questa.

Se l'esperienza di quarantena è negativa, i risultati di questa recensione suggeriscono che possono esserci conseguenze a lungo termine che colpiscono non solo le persone in quarantena, ma anche il sistema sanitario che ha amministrato la quarantena, i politici e i funzionari della sanità pubblica che l'hanno incaricata.

Articolo tratto dalla rivista “The Lancet”

Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

 


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