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Il modello ecologico della malattia mentale

Secondo il Dottor Robert Gallon non bisognerebbe intendere il disturbo mentale come entità medica, ma come pattern di problemi biologici, psicologici e sociali che causano disfunzioni significative nella vita dell'individuo a causa di un'incapacità di adattamento ad una o più specifiche situazioni di vita.

il modello ecologico della malattia mentaleAll'interno del presente articolo verrà presentata la visione di Robert Gallon, psicologo clinico presso la Psychosomatic Medicine Clinic della Jefferson Medical School, circa un nuovo modo di intendere i disturbi mentali, non come entità mediche discrete, ma come tentativi di descrivere tipi o pattern di problemi psicosociali.

Queste tipologie o pattern prendono il nome di “disfunzioni” che possono essere poste su dimensioni che non oscillano tra i concetti di normale-anormale o sano-malato.

Ciò a cui è interessato il Dottor Gallon è l'affrontare i fattori dell'esperienza umana che possono generare disfunzioni, o che possono proteggerci da esse.

Questo modello è in contrasto con quello psichiatrico tipico in cui i disturbi mentali sono considerati malattie mediche o psicogene.

Il modello a cui fa riferimento è stato introdotto per la prima volta da George Engel nel 1977, ed è stato chiamato il modello biopsicosociale.

Engel scrisse che la psichiatria era in crisi perchè “l'aderenza ad un modello di malattia non è più adeguata per i compiti scientifici nel lungo periodo, nonché le responsabilità sociali della medicina e della psichiatria”.

Riconobbe che concepire i disturbi mentali come aberrazioni corporee “non lascia spazio alla struttura per la dimensione sociale, psicologica e comportamentale della malattia”.

La metafora ecologica è adatta a questo tipo di approccio perchè ciò che si tende a concepire come disturbi mentali non sono altro che tipologie di adattamenti bio-psico-sociali di un individuo, funzionale o disfunzionale.

Ognuno di noi possiede talenti, attributi e preferenze individuali e apprende diversi modi di affrontare gli stress della vita.

Bisogna quindi vivere in un mondo sociale in cui si devono soddisfare richieste e regole per raggiungere obiettivi e desideri.

I disturbi mentali non colpiscono come la poliomielite o il cancro, ma rappresentano per lo più carenze nelle nostre capacità di adattamento.

Di seguito verranno delineati alcuni fattori biologici, psicologici e sociali che compongono questa particolare forma di ecologia.

Fattori biologici

Siamo tutti nati umani. Nessuno di noi è nato aragosta o babbuino. Quindi tutti i nostri attributi sono all'interno del raggio del genoma umano.

Ognuno di noi viene in questo mondo con quel particolare assortimento di abilità, propensioni, emozioni, temperamenti e peculiarità.

Alcune di queste peculiarità possono essere legate ad anomalie genetiche, ma quelle note sono rare e non ci sono chiare connessioni tra loro e le caratteristiche che contraddistinguono diversi disturbi mentali.

Inoltre, più si apprende sull'epigenetica, più riconosciamo che l'espressione di determinati geni dipende dalle condizioni ambientali.

Quello che rimane da dire è che “chiamare un disturbo mentale genetico è un'affermazione essenzialmente priva di significato”.

Questo sposta così l'attenzione al concetto di ereditarietà. L'ereditarietà è un'affermazione statistica, non genetica. Ci dice la probabilità che alcuni attributi siano associati a fattori genetici, ma non al meccanismo.

Ad esempio, gli studi dimostrano che nei gemelli omozigoti - che condividono gli stessi geni – se un gemello è descritto come schizofrenico, l'altro gemello ha il 48% delle possibilità di essere descritto con gli stessi criteri.

Cosa succede all'altra metà? Qui c'è qualcosa che va oltre la genetica. Il modo migliore per comprendere questi tipi di dati è in termini di suscettibilità.

Qualche cosa sconosciuta rende una persona geneticamente vulnerabile al tipo di rottura cognitiva che è etichettata come schizofrenia, per esempio.

Più in generale, a causa della nostra biologia individuale, è probabile che abbiamo diversi gradi di suscettibilità alle disfunzioni nel funzionamento di diverse aree.

Più proficuamente, si può esaminare il funzionamento del cervello per indizi su un substrato biologico del comportamento umano.

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L'architettura del cervello umano segue un piano coerente, ma all'interno di quel piano ognuno di noi ha un cervello individuale, proprio come le conformazioni fisionomiche e fisiche, che sono uniche.

Il cervello che ereditiamo o che si altera in seguito a lesioni, malattie o esperienze di vita rappresenta il fondamento del nostro comportamento.

Ma, come il mezzo di uno scultore, il marmo o l'argilla, il cervello imposta limiti e direzioni, ma non determina direttamente l'opera d'arte che ne risulta.

Una fatto sorprendente sul cervello umano è che siamo nati con molto più connessioni neurali di quelle che effettivamente utilizziamo. Nel corso dello sviluppo del cervello, l'esperienza elimina le connessioni non necessarie.

Il Premio Nobel Gerald Edelman definì questo processo “Darwinismo neurale”. Inoltre, i gruppi di neuroni che si attivano insieme formano legami più stretti. Come diceva Edelman, “i neuroni che si accendono insieme, legano insieme”.

L'attuale concetto di sviluppo del cervello è più simile ad un ecosistema che ad una macchina. Ogni rete neurale è in costante competizione con altre componenti del cervello per tutta la vita.

Il risultato di ciò è che la suscettibilità di un cervello a diverse forme di disfunzione è un processo estremamente complesso.

La selezione di specifici fattori cerebrali può fornire importanti indizi, ma non sarà mai determinante per i disturbi mentali.

Fattori psicologici

Ciò che bisognerebbe chiarire un po' più spesso è che per noi esseri umani, soprattutto rispetto a tutti gli altri animali, il cervello è modellato dalle esperienze della vita.

Dal momento in cui veniamo al mondo, iniziamo ad adattarci ed apprendere per soddisfare le esigenze del mondo che ci circonda. Man mano che maturiamo, queste richieste diventano più complesse e sociali.

Sviluppiamo continuamente il nostro repertorio comportamentale, basato sulle nostre capacità e necessità. In ogni fase della vita, dobbiamo sviluppare nuovi meccanismi di coping per affrontare nuove sfide.

I modelli di comportamento, pensiero e sentimento che sviluppiamo sono ciò che chiamiamo le nostre personalità. Ogni personalità ha i suoi punti di forza e di debolezza mentre la persona si confronta con al vita.

Alcune caratteristiche della personalità ci aiutano a condurre una vita soddisfacente, ma altre possono essere disadattive e disfunzionali.

Ad esempio, alcuni modelli di personalità disadattivi non consentono di formare relazioni interpersonali gratificanti. Altre caratteristiche della personalità possono invece renderci vulnerabili all'ansia o alla depressione.

La suscettibilità biologica combinata con le risorse di personalità disadattive può renderci vulnerabili ad un improvviso esaurimento.

La maggior parte delle persone è resiliente. Hanno acquisito adeguate capacità di coping per creare un senso di sé deciso e possono riprendersi rapidamente dagli stress o dai conflitti.

È probabile, tuttavia, che ognuno di noi possa crollare se lo stress è troppo grande o troppo prolungato.

Le persone che subiscono dei lutti o delle perdite possono diventare depresse e le persone che sono minacciate da eventi che non possono controllare possono divenire ansiose.

Anche le persone ben funzionanti potrebbero perdere la presa sulla realtà e diventare psicotiche se la minaccia al senso di Sè è troppo intensa. D'altra parte, alcune personalità sono rigide e soggette ad un crollo catastrofico, chiamato de-compensazione.

Una grave disfunzione di questo tipo può essere etichettata come schizofrenia, depressione maggiore o disturbo di panico.

Un altro elemento della personalità è il potere esercitato dalle nostre convinzioni.

Il modo in cui impariamo a pensare a noi stessi ed al mondo influenza il modo in cui ci sentiamo e comportiamo.

Il pensiero disadattivo e le false ipotesi sono una fonte importante di disfunzione. L'analisi delle idee che le persone formano su sé tesse, come interpretano le conseguenze delle loro azioni e la relazione che questi pensieri hanno con l'angoscia sono stati al centro di un notevole gruppo di pensatori psicologici chiamati collettivamente teorici cognitivi-comportamentali.

Hanno formulato le tecniche cognitive-comportamentali, insegnando le abilità necessarie per fronteggiarle in modo efficace.

Fattori sociali

Il potere delle forze situazionali di influenzare le nostre azioni, i nostri sentimenti e persino le nostre convinzioni è enormemente sottovalutato.

Abbiamo una forte propensione ad attribuire problemi psicologici a fattori disposizionali, cioè qualità personali.

Quando cerchiamo le cause del comportamento di altre persone, invochiamo il trucco genetico o la personalità o la malattia mentale. Ma siamo animali sociali, programmati dall'evoluzione per rispondere ed essere plasmati dalle forze sociali che ci circondano.

Il contesto sociale è di pari importanza per gli attributi personali, come il disturbo mentale, in ogni tentativo di comprendere il livello di disfunzione che una persona esibisce.

Questo contesto include i premi, le punizioni, le norme sociali e le aspettative a cui una persona è soggetta in un dato momento.

Questi fattori possono essere protettivi quando aumentano l'autostima di un individuo e possono portare alla convinzione che la persona possa superare le difficoltà.

Possono anche essere distruttivi e aumentare la disfunzione quando rinforzano la disabilità. Le esperienze del Dottor Gallon con i fattori sociali gli hanno fornito ulteriori motivi per essere scettico nei confronti della diagnosi dei disturbi mentali.

Ha spesso trovato più medici che fanno dichiarazioni diagnostiche senza il minimo riguardo per le circostanze di vita dei loro pazienti.

Sembrano essere così concentrati nell'adattare i reclami di una persona ai criteri diagnostici per i disturbi mentali e venire con un'etichetta che non prestano attenzione ai fatti della vita di una persona, anche quando li conoscono.

Non prestano servizio ai loro pazienti quando non fanno un passo indietro e danno un'occhiata obiettiva al contesto della vita dei loro pazienti.

In sintesi, conclude il Dottor Gallo, “I clinici devono apprendere il più possibile su tali circostanze ed essere modesti e circospetti nell'assegnazione di un'etichetta diagnostica”.

Sottovalutare la storia di vita psicologica, sociale e culturale del paziente non porta ad un miglioramento della sua condizione, ma semplicemente a rinforzare alcuni sistemi disfunzionali che non gli consentono di riacquistare un senso di benessere personale.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

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