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Il pensiero ossessivo

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Nelle teorizzazioni psicodinamiche, il pensiero ossessivo viene concettualizzato come impoverimento delle relazioni con le figure parentali. In assenza di un processo chiave relazionale, inclusa la prossimità emotiva, sintonizzazione, rispecchiamento e contenimento, si suggerisce che il bambino vive uno stato di vuoto.

il pensiero ossessivoLa caratteristica centrale del pensiero ossessivo è la preoccupazione mentale, compulsiva e ripetitiva rispetto ad immagini, idee o parole che l'individuo trova estremamente inquietanti.

Tipicamente, l'utente sperimenta pensieri penosi e intrusivi che interferiscono con la vita quotidiana e tenta di controllarli tramite altri pensieri nel tentativo di neutralizzare quelli iniziali angoscianti.

Per esempio, una persona potrebbe sviluppare un pensiero ossessivo rispetto ad un membro familiare che è morto, “Mio marito è morto”, e cercare di neutralizzare questo pensiero con un altro sostitutivo “Mio marito non è morto”.

In questo esempio, il pensiero ossessivo assume la forma di un'immagine della morte del marito ed il tentativo di neutralizzarla attraverso un'altra immagine in cui il marito è ancora vivo e continua a svolgere le normali attività quotidiane.

Relativamente al disturbo ossessivo-compulsivo, il pensiero ossessivo ha ricevuto poca attenzione da parte degli accademici ed i ricercatori, riflettendo le difficoltà a rintracciare strategie di intevento e neutralizzazione efficaci.

Tuttavia, può essere descritto come una variante importante della condizione, che si differenzia per l'assenza di modelli comportamentali ritualizzati.

Diversi autori come Freud, Rado e Rice hanno suggerito che il contenuto del pensiero ossessivo deriva da tratti sessuali e aggressivi primitivi.

L'oggetto di tale aggressività è spesso un rappresentato da parente, un membro della famiglia o un bambino.

Per esempio, una persona potrebbe pensare “la mia ragazza verrà strangolata”, “sto andando a rapire la mia figliastra”, “mia mamma morirà di cancro”, ed immaginare che quell'evento avrà luogo.

Ovviamente, la presenza di tali immagini e pensieri aumentano i livelli di ansia dell'individuo il quale può spendere gran parte del suo tempo a ruminare e lottare tra pensieri ossessivi e compulsioni neutralizzanti.

I pensieri ossessivi vengono spesso convertiti nei loro opposti, per esempio, “io amo la mia figliastra e nessuno le farà del male”, o assumere la forma di frasi, parole o immagini magiche che si focalizzano sul contenuto opposto dell'iniziale pensiero ossessivo.

La psicoterapia comportamentale, focalizzandosi sulla prevenzione della risposta e sull'esposizione, in concomitanza all'assunzione di antidepressivi come gli inibitori selettivi del re-uptake della serotonina (SSRI), si pongono come il trattamento di eccellenza per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo.

La metodologia cognitiva enfatizza i ruoli delle cognizioni relativamente alle credenze ed il potere dei significati dei pensieri ossessivi, attraverso la dicitura “fusione pensiero-azione”.

Il trattamento cognitivo e comportamentale può essere inoltre utilizzato per la gestione del pensiero ossessivo in assenza di compulsioni sottostanti.

Tuttavia, i risultati provenienti da un piccolo numero di studio indicano un successo limitato in termini di diminuzione dei sintomi e diminuzione dello stress soggettivo.

In contrasto agli approcci cognitivi e comportamentali, un maggiore successo è stato riscontrato nel contesto della psicoterapia psicodinamica.

Nonostante, ad oggi, le evidenze delle basi biologiche del disturbo ossessivo-compulsivo non siano ancora del tutto chiare, nonché degli interventi cognitivi-comportamentali, molti accademici e clinici sottolineano che la comprensione dei significati consci ed inconsci e le funzioni dei sintomi ossessivi-compulsivi è rilevante e possono essere compresi attraverso un lavoro di tipo psicodinamico.

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Questo approccio è particolarmente rilevante per quei clienti che non rispondono agli interventi cognitivi-comportamentali, ma che sono motivati a lavorare all'interno di un setting relazionale nel lungo periodo.

Una prospettiva psicodinamica del pensiero ossessivo

Nelle teorizzazioni psicodinamiche, il pensiero ossessivo viene concettualizzato come impoverimento delle relazioni con le figure parentali.

In assenza di un processo chiave relazionale, inclusa la prossimità emotiva, sintonizzazione, rispecchiamento e contenimento, si suggerisce che il bambino vive uno stato di vuoto.

L'ansia che ne consegue fa sì che nel bambino sorga una forma di 'vivacità' atta a colmare un mondo interiore morto.

Tuttavia, seguendo le concettualizzazioni di Melanie Klein, il bambino esperisce un profondo senso di abbandono e perdita degli oggetti buoni, nel tentativo di fronteggiare la paura di annientamento.

Come risultato, il bambino ricorre a strategie di difesa primitive della scissione e dell'idealizzazione.

Per esempio, in assenza di un padre psicologicamente presente, amore e odio non possono essere sentiti nei confronti della madre a causa della paura di distruggerla e di perdita dell'unico oggetto buono.

La conseguente rabbia e ostilità vengono scisse e viene compiuto un grande sforzo psicologico nel tentativo di mantenere separato l'oggetto frustrante e persecutorio al fine di preservare quello amorevole e perfetto.

Non sorprende che tale innalzamento delle difese primitive inneschi una iper-attivazione dell'intelletto a discapito della vita emotiva.

Nella struttura ossessiva, la scissione assume la forma di un'oscillazione costante tra alternative positive e prospettive negative circa sé stessi e gli altri.

Il ricorrere costantemente ad una strategia in cui pensieri opposti si alternano, fa sì che l'oggetto buono non venga mai abbandonato o perduto ma, al contempo, non può essere mantenuto.

In tal senso, il pensiero ossessivo può essere letto come modalità di “difendersi” dalla perdita di un oggetto buono attraverso l'esercizio di un controllo costante di esso all'interno della mente.

È un tentativo di controllare magicamente le perdite al fine di ottenere una garanzia illusoria di sicurezza rispetto ad un mondo incerto e pericoloso.

Ironicamente, il fatto che i processi di pensiero divengano compulsivi significa che la persona finisce per provare la sensazione di essere fuori controllo nel tentativo di difendersi dal problema centrale di cui, però, non ha consapevolezza.

Ovviamente, un approccio psicodinamico non è adatto a tutti i clienti che presentano pensieri ossessivi.

Tuttavia, data la “raccomandazione incessante” degli approcci cognitivi e comportamentali, è importante tenere a mente altri modi di lavorare, specialmente quelli che si sforzano di capire il particolare significato psicologico di una condizione e le strategie di intervento offerte.

Lavorando ad una certa profondità relazionale, i clienti hanno più probabilità di sentirsi coinvolti e capaci di controllare il proprio sviluppo quando i loro comportamenti vengono modificati esternamente ed il loro pensiero direttamente sfidato.

Inoltre, lavorando attraverso i processi fondamentali di separazione e perdita che si trovano dietro i loro sintomi, i clienti sono suscettibili di ottenere guadagni a lungo termine per il loro benessere.

Da un punto di vista psicodinamico, la citazione di Rice, riportata di seguito, enfatizza l'importanza di riconoscere le “distorsioni dolorose” tipiche del pensiero ossessivo:

“ … Tutto il fenomeno di questa malattia ha un significato intrinseco ed un'unità propria e fanno parte di un dramma totale e propositivo. La visione del bambino sul suo mondo spaventoso viene rifratta attraverso il prisma del funzionamento e dell'esperienza degli adulti, risultando in varie distorsioni dolorose. La commedia è stata scritta durante l'infanzia e, solo attraverso una terapia appropriata, possiamo privarlo del suo aspetto istintuale.” (Rice, 2004).

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

Bibliografia

  • Freud, S. (1909) Notes upon a case of obsessional neurosis. In J. Strachey (ed.), The standard edition of the complete psychological works of Sigmund Freud (10). London: Hogarth, 1955.
  • Klein, M. (1952). Some theoretical conclusions regarding the emotional life of the infant. In Envy and gratitude and other works. New York: Delta, 1977.
  • Rice, E. (2004). Reflections on obsessive-compulsive disorders: a psychodynamic and therapeutic perspective. Psychoanalytic Review, 91 (1), 23-44.

 

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