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Il ruolo del “piacere” e del “volere” nella dipendenza

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Il cervello ha diversi centri del piacere che non sono però tutti modulati dalla dopamina. Si è infatti osservato come, nel cervello, “piacere” e “volere” qualcosa sono due esperienze psicologiche separate. Vediamo in che modo questi due aspetti partecipano al fenomeno della dipendenza.

il ruolo del piacere e del volere nella dipendenzaPerché si arriva a sviluppare la dipendenza? Questa è una domanda che spesso amici e familiari si pongono quando qualcuno a loro molto vicino soffre di dipendenza.

Tuttavia, è difficile spiegare come si sviluppa la tossicodipendenza nel tempo. Per molti, sembra la costante ricerca del piacere. Tuttavia, il piacere derivante da oppioidi come l'eroina o stimolanti come la cocaina diminuisce man mano che se ne aumento l'utilizzo.

Inoltre, la letteratura evidenzia come anche altre sostanze creino la dipendenza, come la nicotina, ma, allo stesso tempo, non riescono a produrre alcuna euforia evidente negli utenti abituali.

In questo articolo, il Dottor Mike Robinson, Professore di Psicologia presso la Weslayan University, Connecticut, cerca di analizzare tale fenomeno guardando al cervello per capire come l'uso ricreativo diventando compulsivo, spinge le persone a fare scelte sbagliate.

Diversi sono i miti e le spiegazioni popolari per la dipendenza. La prima è che l'assunzione di droghe compulsive sia una brutta abitudine, un qualcosa che quindi può mutare modificando semplicemente il proprio stile di vita.

Tuttavia, per il cervello, un'abitudine non è altro che la capacità di svolgere compiti ripetitivi – come allacciarsi le scarpe o lavarsi i denti – in modo sempre più efficace. Di solito le persone non vengono coinvolte in un ciclo infinito e compulsivo legato al lavarsi i denti.

Un'altra teoria sostiene che l'astinenza sia troppo difficile per molti tossicodipendenti. Questa è una sensazione altamente spiacevole che si verifica quando l'effetto della sostanza svanisce, facendo sì che si inneschino sintomi quali sudorazione, brividi, ansia e palpitazioni cardiache.

Per alcune sostanze, come l'alcool, l'astinenza comporta un rischio di morte se non gestito correttamente. I sintomi dolorosi dell'astinenza sono spesso citati come giustificazione dell'incapacità di non riuscire ad uscire dalla dipendenza.

Questo non vuole dire che il piacere, le abitudini o l'astinenza non siano coinvolti nella dipendenza.

Ma, bisogna chiedersi se ci sono componenti necessarie della dipendenza o se la dipendenza potrebbe persistere in loro assenza.

Negli anni '80, i ricercatori scoprirono che cibo, sesso e droghe sembravano causare il rilascio di dopamina in alcune aree del cervello, come il nucleo accumbens. Ciò ha suggerito a molti nella comunità scientifica che queste aree erano i centri del piacere del cervello e che la dopamina era il nostro neurotrasmettitore interno del piacere.

Tuttavia, questa idea è stata da allora sfatata, in quanto il cervello ha diversi centri del piacere che non sono però tutti modulati dalla dopamina.

Si scopre che, nel cervello, “piacere” e “volere” qualcosa sono due esperienze psicologiche separate.

Il “piacere” si riferisce alla delizia spontanea che si potrebbe provare mangiando un biscotto con gocce di cioccolato. Il “volere” è sentire lo stomaco brontolare quando si osserva un vassoio pieno di biscotti e cioccolate durante una riunione di lavoro per esempio.

La dopamina è responsabile del “volere”, non del “gradimento” che ne deriva. Ad esempio, in uno studio, i ricercatori hanno osservato ratti che non potevano produrre dopamina nel cervello. I ratti avevano perso la voglia di mangiare, ma avevano comunque reazioni facciali piacevoli quando mangiavano del cibo.

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Tutte le droghe di abuso innescano un'ondata di dopamina nel cervello. Questo porta la persona a desiderare ancora di più la sostanza.

Con l'uso ripetuto di droghe, il “volere” cresce, mentre l'indice di gradimento della sostanza inizia a stagnare o addirittura diminuire, un fenomeno noto come tolleranza.

Nella ricerca del Dottor Robinson, è stata esaminata una piccola sottoregione dell'amigdala, una struttura del cervello a forma di mandorla, meglio conosciuta per il suo ruolo nella paura e nelle emozioni.

È stato scoperto che l'attivazione di questa area rende i ratti più propensi a mostrare comportamenti simili alla dipendenza: restringimento della loro attenzione, aumento rapido del consumo di cocaina e mordicchiare compulsivamente il recipiente contenente la cocaina.

Questa subregione può quindi essere coinvolta in un eccessivo “volere”, anche negli umani, influenzandoli e portandoli a compiere scelte rischiose.

Attualmente, l'epidemia di oppiacei ha prodotto ciò che potremmo definire tossicodipendenti “involontari”.

Gli oppioidi, come l'ossicodone, il percocet, il vicodin (idrocodone) e il fentanyl, sono molto efficaci nella gestione del dolore altrimenti intrattabile. Eppure producono anche picchi nel rilascio di dopamina.

La maggior parte delle persone inizia a prendere oppioidi da prescrizione non per piacere, ma piuttosto per la necessità di gestire o placare il proprio dolore, spesso su consiglio di un medico.

Ogni piacere che possono provare è radicato nel sollievo dal dolore. Tuttavia, nel tempo, gli utenti tendono a sviluppare una tolleranza. Il farmaco diventa sempre meno efficace e hanno bisogno di dosi maggiori per controllare il dolore.

Questo espone le persone a grandi picchi di dopamina nel cervello. A mano a mano che il dolore si attenua, si ritrovano inspiegabilmente agganciati alla sostanza e costretti a prenderne di più.

Il risultato di questa assunzione regolare di grandi quantità di sostanza è l'instaurarsi di un sistema “volitivo” iper-reattivo. Un sistema “volitivo” iper-reattivo scatena intensi periodi di brama ogni volta che ci si trova in presenza del farmaco.

Questi segnali possono includere emozioni negative, stress, sbalzi di umore e così via. Tali segnali rappresentano una delle maggiori sfide per un tossicodipendente.

Questi cambiamenti nel cervello possono essere duraturi, se non permanenti. Alcuni individui sembrano essere più propensi a subire questi cambiamenti.

La ricerca suggerisce che i fattori genetici possono aumentare la predisposizione verso comportamenti di dipendenza in alcuni individui, il che spiega, in parte, perché una storia familiare di dipendenze porti ad un aumento di tale rischio.

Anche gli eventi stressanti della prima infanzia sembrano esporre le persone ad una maggiore vulnerabilità di sviluppare una dipendenza.

L'alcool e la nicotina rappresentano delle normali droghe da abuso, di cui tutti, in misura minore o maggiore, facciamo uso. Potremmo anche occasionalmente esagerare.

Ma, nella maggior parte dei casi, questo non si qualifica come dipendenza. Questo avviene, in parte, perché si riesce a ri-equilibrare e scegliere ricompense alternative come passare il tempo con la famiglia, hobby e passioni divertenti senza il ricorrere ad una sostanza.

Tuttavia, per coloro che sono suscettibili ad un eccessivo “volere” potrebbe essere difficile mantenere quell'equilibrio.

Una volta che i ricercatori hanno capito che cosa rende un individuo suscettibile allo sviluppo di un sistema “volitivo” iper-reattivo, i clinici avranno una maggiore possibilità di gestire il rischio di esporre un paziente a sostanze con un tale potenziale di dipendenza.

Nel frattempo, sono molte le riflessioni che si dovrebbero operare nel panorama scientifico per riformulare il modo in cui si pensa alla dipendenza.

La mancanza di comprensione di ciò che preannuncia il rischio di dipendenza significa che potrebbe influire facilmente su ognuno di noi. In molti casi, l'individuo che soffre di dipendenza non manca della forza di volontà per smettere di drogarsi.

Loro conoscono e vedono il dolore e la sofferenza che la sostanza crea nella loro vita. La dipendenza crea semplicemente un desiderio che è spesso più forte di quanto chiunque potrebbe superare da solo.

Ecco perché le persone che combattono con la dipendenza meritano sostegno e compassione, piuttosto che la sfiducia, lo stigma e l'esclusione che la società spesso fornisce e rinforza.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

 

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