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Il valore del silenzio in psicoterapia

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Alcuni dei momenti più potenti della cosiddetta “talking cure” includono il non parlare. Sembrerà strano, ma anche il silenzio acquisisce un suo valore importante durante la terapia.

il valore del silenzio in psicoterapiaIl silenzio può riflettere un problema che si traduce in uno spreco colossale di tempo e di denaro quando si cerca, forzatamente o per inesperienza, di colmarlo con domande continue.

Generalmente si pensa alla psicoterapia come ad una conversazione stimolata tra due persone che lavorano insieme per capire cosa sta succedendo e perchè.

Il cliente solleva domande, preoccupazioni e osservazioni su sé stesso mentre il terapeuta chiarisce, sintetizza e fa collegamenti tra passato e presente o pensiero e comportamento.

Il più delle volte, la mancanza di parole non è il problema. Ma le parole non vengono sempre. In alcuni casi, parlare intralcerebbe pensieri o sentimenti profondi.

Altre volte le parole sono bloccate ed il cliente si sente bloccato. In primo luogo, è quindi importante comprendere i diversi momenti o situazioni in cui il silenzio può rivelarsi utile.

Esperienza emotiva

Non c'è sempre bisogno di affrettarsi nel tramutare i sentimenti in parole. A volte può bastare solo il provare un dolore profondo, rabbia o gioia senza parlare.

Il parlare può aiutare il cliente a tirar fuori dalle emozioni mentre nella sua testa si raccolgono i dettagli, le storie e le precedenti esperienze del sentimento.

Quando, ad esempio, un cliente arriva in seduta dopo aver perso una persona cara, l'emozione è pesante e le parole sono poche.

Realizzazione

La terapia a volte fornisce momenti di intuizione che necessitano di qualche istante per acquisirne una reale consapevolezza. È quindi importante pazientare.

Essere Vs Fare

Alcune persone hanno un così forte bisogno di eseguire ed ottenere che fare nulla per pochi minuti può risultare il lavoro più difficile – e ricco – da eseguire in terapia.

Ci sono molte persone che piacciono esternamente; potrebbero fissare l'obiettivo di non abbagliare il terapeuta con un problema intrigante, una storia drammatica o un'affascinante intuizione e accettare la situazione per quello che è.

Centratura

I clienti che provengono dal caos del lavoro, del traffico e delle relazioni possono richiedere alcuni minuti per riprendersi. Piuttosto che riempire lo spazio di chiacchiere, può dimostrarsi utile restare in silenzio.

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Alcuni terapeuti chiedono ai propri clienti di venire dieci minuti prima per questo motivo, ma questo potrebbe anche non accadere o potrebbe essere troppo poco.

Va bene prendere qualche minuto per non fare altro che sedersi e godersi silenziosamente la compagnia. Quando il cliente si sentirà rilassato, inizierà da solo a parlare.

Ovviamente ci sono anche momenti in cui il silenzio può divenire motivo di preoccupazione per il terapeuta. In questi casi può presentarsi:

Ansia da prestazione: la terapia è un'esperienza stressante per molte persone. Si sentono come se fossero sotto i riflettori e sono così impauriti dal controllo che un altro potrebbe esercitare. Non c'è niente di positivo in questa forma di panico e quindi si potrebbe cercare di spostare l'attenzione da questa situazione.

Non so cosa dire: questo rappresenta un grosso problema, perché molte persone non sanno di cosa dovrebbero parlare per ottenere l'aiuto che vogliono.

Di conseguenza non è facile comprendere i loro sintomi, accedere alle emozioni o parlare per “sbloccarli” durante la sessione terapeutica.

Punizione: non tutta la terapia è contraddittoria come nella Serie Tv “In treatment”, ma il conflitto o il risentimento occasionali sono abbastanza comuni.

I clienti potrebbero essere arrabbiati con il loro terapeuta e decidere di adottare la pratica del silenzio per manifestare la loro rabbia o dispiacere.

Quasi sicuramente, un cliente che si muove in silenzio senza una ragione apparente probabilmente farà “contorcere” il terapeuta.

Mentre potrebbe sentirsi bene per questa sorta di “vendetta” passiva, potrebbe comunque non essere efficace. In tal caso il terapeuta potrebbe invitare il cliente a completare la frase “non voglio parlare oggi perché...”.

Eccessivo svelamento: a volte un cliente può avere un grande segreto che non ha mai detto a nessuno prima, e la sessione terapeutica potrebbe rappresentare l'occasione per dirlo.

Si sente paralizzata dalla paura della reazione del terapeuta o di sentire se stessa pronunciare le parole. Quindi si siede in 'agonia', cercando di trovare il coraggio.

Lasciare che il terapeuta sappia che c'è qualcosa nella mente del cliente può aiutarla ad alleviare il disagio.

Resistenza inconscia: la perdita di parole potrebbe provenire da luoghi profondi che vanno oltre la nostra consapevolezza.

Ralph Greenson, analista e presidente al Marilyn and Chairman of the Board, ha scritto che “il paziente può essere consapevole della sua mancanza di volontà, o può percepire solo che sembra non esserci nulla nella sua mente, per analizzare le ragioni del silenzio .. inseguiremo la sensazione di 'niente nella sua mente' (e chiederemo a noi stessi) ' Cosa potrebbe creare il nulla nella nostra mente?'”.

Questo approccio si basa sul presupposto che gli unici vuoti nella mente avvengano nel sonno più profondo, altrimenti il “nulla” è causato dalla resistenza.

Aggiunge anche qualcosa inerente il pensiero analitico della vecchia scuola:

A volte, nonostante il silenzio, il paziente può rivelare involontariamente il movente o anche il contenuto del suo silenzio con la sua postura, i movimenti o l'espressione facciale … se contemporaneamente il paziente è assente mentre sfila il suo anello nuziale dal suo dito e poi lo sfoglia ripetutamente sul mignolo, sembrerebbe che, nonostante il suo silenzio, mi sta rivelando che è imbarazzata dai suoi pensieri di sessualità o infedeltà coniugale. Il suo silenzio indica che non è ancora cosciente di quegli impulsi e della lotta continua tra l'impulso di scoprire e l'impulso opposto a seppellire quei sentimenti”.

In tal senso Ralph, sta mettendo in evidenza l'importanza di esplorare la comunicazione non verbale.

Quindi cosa si può fare quando le parole falliscono? Se si è veramente bloccati, è sempre bene chiedere aiuto al terapeuta.

Non bisogna sorprendersi se l'aiuto si presenta sotto forma di domande! Non sempre i terapeuti si sentono a loro agio durante il silenzio. Potrebbero sentirsi tentati di fare una domanda o interpretazione per alleviare la propria ansia.

Alcuni credono che restare in silenzio significhi non fare il lavoro nel modo migliore, ma imparare a restare in silenzio non è altro che una forma di rispetto verso ciò che il cliente non riesce a condividere in quel momento.

A tal proposito, Glen Gabbard raccomanda questo approccio:

Se le delicate domande sulle origini del silenzio non riescono a coinvolgere il paziente, un terapeuta potrebbe voler dire, ' Forse preferisce restare in silenzio qui con me'. Il terapeuta trasmette così non solo l'accettazione del silenzio, ma anche un messaggio che il paziente non è solo durante il silenzio”.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

 

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