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L'inconscio sociale

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Una revisione dei contributi gruppoanalitici sul concetto di inconscio sociale: da Sigmund Foulkes a George Weinberg.

inconscio sociale psicoterapia gruppoanalisiAnche se Erich Fromm (1962) fu il primo a scrivere qualcosa sull'inconscio sociale, fu Sigmund H.Foulkes (1964) ad assegnare al concetto un ruolo importante nella terapia di gruppo.

Egli sosteneva che il gruppo terapeutico rivela gli effetti delle relazioni sociali inconsce sul comportamento dell'individuo:

i sentimenti e le relazioni di ogni individuo riflettono le influenze esercitate su di lui da altri individui nel gruppo e dal gruppo nel suo insieme, anche se vi è poca consapevolezza di questo. Il piccolo gruppo terapeutico rappresenta anche, per i suoi membri, altre persone in generale, o anche tutta la comunità.” (Foulkes e Anthony, 1964: 42).

Il piccolo gruppo funziona come un oggetto su cui le relazioni possono essere proiettate e trasferite, analizzate e trasformate.

Questo processo è simile all'idea del transfert del materiale inconscio in psicoanalisi. Tuttavia, Foulkes parte dalla psicoanalisi classica effettuando una distinzione tra l'inconscio sociale e quello individuale come descritto da Freud (1915):

[..] la situazione analitica del gruppo, mentre si occupava intensamente dell'inconscio in senso freudiano, mette in funzione e prospettiva una zona totalmente diversa di cui l'individuo è ugualmente ignaro. Inoltre, l'individuo è ugualmente costretto e modellato da queste forze colossali come il suo Es e difende sé stesso contro quel riconoscimento di cui non è a conoscenza, ma attraverso modi e mezzi differenti. Si potrebbe parlare di un tipo di inconscio interpersonale o sociale.” (Foulkes, 1964: 52).

Foulkes propone che la persona sia formata in egual misura da istinti e forze sociale, e si difende inconsapevolmente dalla realtà individuale e sociale.

Sostiene cioè che esiste una differenza tra i meccanismi di difesa dell'inconscio individuale e quelli dell'inconscio sociale, ma senza una reale elaborazione di questi.

In tal senso, l'inconscio sociale potrebbe essere interpretato come una difesa di per sé, contro la consapevolezza delle forze sociali, come suggerito da Weinberg (2007).

Tuttavia, tale posizione non è ancora del tutto chiara. Nonostante abbia fornito una posizione privilegiata nell'analisi di gruppo all'esplorazione dell'inconscio sociale, lui ha scritto molto poco su di esso.

Di conseguenza, appara più chiaro a Foulkes la definizione del concetto di “matrice” che domina l'analisi del gruppo, rispetto a quella dell'inconscio sociale, come modalità di concettualizzare i processi interpersonali nelle impostazioni del gruppo.

Per una chiarezza espositiva, con il concetto di “matrice” Foulkes vuole indicare il luogo della comunicazione conscia ed inconscia, del transfert, dei processi transpersonali, nonché dei fenomeni specifici del gruppo terapeutico.

La matrice è una rete psichica di comunicazione che è indivisibile proprietà del gruppo e non è solo interpersonale ma transpersonale.

La prospettiva di Dalal sull'inconscio sociale

Assumendo una prospettiva post-Foulksiana, Dalal (2001) suggerisce che esista un conflitto nel pensiero teorico di Foulkes in relazione all'inconscio sociale. Lui li denomina “Foulkes ortodosso” e “Foulkes radicale”.

Egli sostiene che, nel primo caso, Foulkes rimase all'interno dei confini della psicoanalisi mantenendo l'idea che esistesse un inconscio individuale, la cui esistenza è indipendente e al di fuori del regno sociale.

In questo caso, egli sostiene che Foulkes non riesca ancora a comprendere la piena importanza delle forze sociali sulla psiche, in quanto considerate come prodotto delle forze psicologiche e biologiche, piuttosto che costitutive.

Secondo Dalal, Foulkes pensando all'inconscio sociale ha subìto un cambiamento, anche se non lo ha espressamente dichiarato.

Ecco perchè, definisce questo cambio di prospettiva con il termine di “radicale”, proprio perchè nei suoi successivi scritti colloca il gruppo al centro dell'esistenza e dell'esperienza umana:

[…] il gruppo, la comunità, è l'unità primaria ultima da considerare, ed i cosiddetti processi interni nell'individuo sono l'interiorizzazione delle forze operanti nel gruppo a cui appartiene” (Foulkes, 1971: 212).

Dalal sostiene che ciò suggerisce che gli istinti stessi sono culturalmente mediati e rappresentano l'internalizzazione delle forze del gruppo, piuttosto che un dato biologico.

Il Foulkes radicale ed il pensiero di Dalal sembrano così avvicinarsi ma, tuttavia, vi sono due importanti differenze.

In primo luogo, Dalal (2001) sostiene che la frase “inconscio sociale” reifica, in modo problematico, una distinzione artificiale tra il sociale e l'individuo.

Se l'inconscio è sociale e lo attraversa, sostiene, allora è fuorviante qualificare l'inconscio con l'aggettivo “sociale”.

In secondo luogo, introduce il concetto del Potere. Seguendo il pensiero di Elias (2976) e Matte-Blanco (1988), lui sostiene che non solo l'inconscio è intrinsecamente sociale, ma è strutturato a partire da rapporti di potere sociale:

il potere modella il campo comunicativo e determina in qualche misura i tipi di cose che possono avvenire nelle diverse regioni che genera […] la psiche degli abitanti sono costituite dalle vicissitudini del campo potere-relazionale in cui abitano, e … questo influenza il modo in cui si sentono e si comportano reciprocamente” (Dalal, 2001: 548).

Il potere è pensato per strutturare l'esperienza soggettiva e l'interazione interpersonale in modi incosci, dirigendo il flusso della comunicazione all'interno e tra i sistemi sociali ed i loro membri in una varietà di modi.

Anche se non fa riferimento esplicito a Foucalt, il suo pensiero riprende il concetto dell'asse potenza/conoscenza ed il ruolo della comunicazione nel sostenerlo:

[…] fondamentalmente in ogni società, ci sono molteplici relazioni di potere che permeano, caratterizzano e costituiscono il corpo sociale, e queste relazioni di potere non possono esse stesse essere stabilite, consolidate né attuate senza la produzione, l'accumulazione, la circolazione ed il funzionamento di un discorso” (Foucalt, 1980: 93).

Seguendo Dalal e Foucalt, sembrerebbe che lo studio del potere del discorso all'interno dei gruppi fornisca una finestra nell'inconscio sociale e nei rapporti di potere inconscio che lo sostengono.

Questo ha importanti implicazioni per la pratica. Se l'inconscio è socialmente costruito e strutturato dal potere, allora il conduttore (terapeuta gruppale) è inevitabilmente un contributore inconscio ad un potere che permea le relazioni irregolari, i modelli comunicativi e le particolari forme di conoscenze generate.

Ciò mette in evidenza l'importanza della auto-riflessione nell'analisi di gruppo e la necessità di un esame continuo del proprio ruolo nella perpetuazione di modelli specifici di comunicazione, potere e sottomissione.

Mentre i membri di un gruppo possono essere soggetti alle stesse forze e pressioni sociali, le differenze individuali suggeriscono che la soggettività nasce da un'interazione tra forze sociali, biologiche e psicologiche, e ciascuna di queste dimensioni e relazioni esistenti tra loro sono degne di esplorazione.

Mentre Dalal assume così una prospettiva esplicitamente “Post-Foulksiana”, altri gruppoanalisti contemporanei hanno cercato di estendere ciò che Dalal ha chiamato “Foulkes ortodosso”.

Hopper e l'inconscio sociale

La definizione di inconscio sociale di Earl Hopper (1996) si trova all'interno delle teorie gruppoanalitiche e delle relazioni oggettuali.

Egli opera una distinzione tra inconscio personale e sociale, ma sostiene anche che essi “sono completamente intrecciati dal momento della concezione”. Definisce l'inconscio sociale come:

[..] l'esistenza di disposizioni di vincoli sociali, culturali e comunicativi di cui le persone non sono a conoscenza, in quanto tali disposizioni non sono percepite (non 'note') e se percepite, non riconosciute ('negate') e se riconosciute, non considerate problematiche ('date') e se considerate problematiche, non considerate con un grado ottimale di distacco e obiettività” (Hopper, 1996: 9).

Egli ha cercato di dimostrare gli effetti dei vincoli sociali e culturali sulla vita intrapsichica in setting clinici.

In particolare: una grande conferenza di gruppo sulla “sindrome dei sopravvissuti”, in cui i partecipanti, compresi i conduttori, ricreavano inconsciamente la dinamica e l'atmosfera emotiva di un campo di concentramento, che porta a intorpidimento e incapacità a pensare e lavorare in gruppo; e una terapia analitica gruppale con soggetti che avevano assistito ad un bombardamento locale.

Attraverso questo trauma condiviso, erano in grado di affrontare i propri impulsi distruttivi nei confronti di gruppi e istituzioni sociali.

Esempi di questo tipo evidenziano come il concetto di inconscio sociale sia particolarmente utile quando si pensa ai traumi che interessano grandi gruppi di persone.

Hopper (1996), sostiene che il legame tra trauma e inconscio sociale si verifica attraverso un processo psichico di “equivalenza”, in cui i sistemi sociali ricreano, inconsapevolmente, situazioni di un altro luogo e tempo, che è eguale alla situazione attuale.

Ciò si verifica attraverso una serie di difese psichiche tra cui introiezione, proiezione, e coazione a ripetere.

Infatti, l'equivalenza può essere vista come una sorta di transfert gruppale di una situazione inconsciamente percepita proveniente dal contesto sociale e riportata alla situazione attuale” (Hopper, 1996: 13).

Hopper e Winberg (2016) sostengono che situazioni di estrema impotenza e debolezza sociale, la perdita e la dipendenza sono profondamente traumatiche e spinte nell'inconscio sociale attraverso la repressione e la negazione.

In condizioni di minaccia reale o percepita, la regressione ad uno stato di impotenza si verifica e le ansie traumatiche “impongono la ripetizione e la trasmissione transgenerazionale delle esperienze traumatiche da cui sono originate”.

Hopper (1997) sostiene che l'inconscio sociale è rivelato quando le società traumatizzate mostrano la quarta ipotesi di base, la “Incohesion”: Aggregazione/massificazione.

Ciò comporta un'oscillazione tra aggregazione, caratterizzata da isolamento, ostilità e ritiro sociale, e massificazione, ossia negazione delle differenze, invischiamento e identità illusoria.

Si potrebbe sostenere che l'Europa presenta attualmente una reazione traumatica ad una serie di crisi, tra cui la sofferenze umana alle frontiere, la minaccia del terrorismo ed una fragile struttura economica.

Sembra che la situazione attuale evochi ricordi e difese che riguardano e ri-attivano traumi storici.

Per esempio, in tutta Europa c'è un aumento di gruppo nazionalisti con mentalità xenofoba (aggregazione) e una negazione delle differenze e invischiamento all'interno dei sistemi, compresi i gruppi nazionali e l'idea di un'unione sempre più stretta come quella dell'Unione Europea (massificazione).

Questo argomento è stato affrontato da Even-Tzur (2016) e Wilke (2016) in due articoli separati, che affrontano la repressione collettiva del trauma del perpetratore, ed il ritorno del represso attraverso i sistemi sociali.

Even-Tzur (2016) sostiene che la psicoanalisi e la storia come disciplina hanno un ruolo terapeutico particolare da svolgere per facilitare incontri riflessivi e costruttivi con il passato.

Wilke, Raufman e Weinberg (2016) forniscono esempi di enactment di traumi transgenerazionali e di difese sociali relative ai ricordi dell'Olocausto e su come questi processi potrebbero essere contenuti e compresi dalle istituzioni educative.

Questo evidenzia il potenziale riparativo di tali istituzioni nell'abilitazione a lavorare e guarire su un livello sociale più ampio di una semplice sala di consultazione.

Weinberg e Volkan

La definizione di Weinberg (2007) dell'inconscio sociale di concentra sulla sua natura traumatogenica:

L'inconscio sociale è l'inconscio comune condiviso dai membri di un certo sistema sociale come una comunità, una società, una nazione o una cultura. Include ansie condivise, fantasie, difese, miti e ricordi. I suoi mattoni sono fatti di traumi scelti e glorie scelte.” (Weinberg, 2007: 312).

I traumi scelti sono definiti come ricordi collettivamente detenuti dalla sofferenza ancestrale e dalla catastrofe.

Sono infusi da ansia di annientamento, perdita di identità, umiliazione e odio, le quali promuovono elevati livelli di vigilanza e di difesa per sopravvivere.

Nella sofferenza grave, i traumi scelti e le difese associate sono riattivate e ingaggiate per rafforzare la fragile identità del gruppo.

Simile al concetto di equivalenza di Hopper (1996), Weinberg (2007) sostiene che l'inconscio sociale è fondamentale per riformulare il trauma del passato, in quanto condensa eventi passati e presenti in modi paranoidi e schizoidi, limitando le possibilità di pace e di riparazione.

Ciò suggerisce che l'inconscio sociale in sé può funzionare come una difesa contro i traumi sociali. Come Hopper, Weinberg offre utili suggerimenti su come l'inconscio sociale possa essere esplorato tecnicamente.

A seguire Brown (2001), richiama l'attenzione su quattro modi in cui l'inconscio sociale può manifestarsi:

  • assunzioni: ciò che viene preso in prestito in una società;
  • disavventure: di conoscenza e/o responsabilità;
  • difese sociali: la loro natura e ciò che viene difeso;
  • oppressione strutturale: controllo del potere e delle informazioni.

Ciò è particolarmente utile quando si cercano di comprendere i sistemi sociali. Egli ritorna così a Foulkes e propone che le manifestazioni dell'inconscio sociale dovrebbero essere analizzate su tutti e quattro i livelli di comunicazione e relazione: il livello attuale, il livello di transfert, il livello proiettivo ed il livello primordiale. Questo è utile in relazione al lavoro clinico.

Conclusioni

Esistono diverse definizioni del concetto di inconscio sociale in gruppoanalisi. Sebbene Foulkes abbia menzionato il concetto per primo rispetto all'analisi terapeutica di gruppo, da allora, gli sviluppi si sono focalizzati sull'analisi dei fenomeni sociali, soprattutto in relazione ai traumi sociali e agli enactment transgenerazionali.

Il ricorrere a tali aspetti teorici, con il fine ultime di rintracciarli nel gruppo, consente di verificare e osservare gli effetti inconsci di una gamma più ampia di forze sociali sul senso del Sè e delle relazioni individuali e gruppali che vengono stabilendosi all'interno di un setting di questo tipo.

Volendo, concludere, da un punto di vista clinico, è importante pensare alle interazioni tra sociale e individuale, in quanto i diversi inconsci sociali possono essere al lavoro contemporaneamente e questo può essere particolarmente importante per il lavoro dei terapeuti.

 

Tratto dalla rivista “Group Analysis”

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

Bibliografia

  • Brown, D. (2001) ‘A contribution to the understanding of the social unconscious’, Group Analysis 34(1): 29–38.
  • Dalal, F. (2001) ‘The social unconscious: a post-Foulksian perspective’, Group Analysis 34(4): 539–55.
  • Elias, N. (1976) ‘Introduction’ in N. Elias and J. Scotson (1994) The Established and the Outsiders, xv-lii. London: Sage.
  • Even-Tzur, E. (2016) ‘“The road to the village”: Israeli social unconscious and the Palestinian Nakba’, International Journal of Applied Psychoanalytic Studies.
  • Foucault, M. (1980) ‘Two Lectures’ in C. Gordon (ed.) Power/ knowledge: selected interviews and other writings 1972–1977. New York: Pantheon Books.
  • Foulkes, S.H. (1964) Therapeutic group analysis. London: George Allen and Unwin.
  • Foulkes, S.H. (1971) ‘Access to unconscious processes in the group-analytic group’, Group Analysis 4(1): 4–14.
  • Foulkes, S.H. and Anthony, E.J. (1964) Group psychotherapy: the psycho-analytic approach. London: Karnac.
  • Freud, S. (1915) Introductory lectures on psycho-analysis, part III. London: Vintage.
  • Fromm, E. (1962) Beyond the chains of illusion. London: Abacus
  • Hopper, E. (1996) ‘The social unconscious in clinical work’, Group 20(1): 7–42.
  • Hopper, E. and Weinberg, H. (2016) The social unconscious in persons, groups, and societies: mainly foundation matrices, Vol. II. London: Karnac.
  • Matte-Blanco, I. (1988) Thinking, feeling, and being. London: Routledge.
  • Weinberg, H. (2007) ‘What is the social unconscious?’, Group Analysis 40(3): 307–22.
  • Wilke, G. (2016) ‘The German social unconscious: second generation perpetrator symptoms in organizations and groups’ in E. Hopper and H. Weinberg (eds) The social unconscious in persons, groups, and societies, Vol. II: mainly foundation matrices, pp. 61–81. London: Karnac.

 

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