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L’umanità dei nostri momenti imbarazzanti

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Alla fine degli anni sessanta, l’antropologo Edmund Carpenter arrivò in Nuova Guinea armato di specchi, cinepresa e macchina fotografica Polaroid, con una missione: stupire le persone del popolo biami che non avevano mai visto la loro immagine riflessa.

umanità dei sentimenti imbrazzanti“Erano paralizzati”, ha scritto in seguito. “Dopo un primo attimo di sgomento – in cui avevano abbassato la testa e portato la mano alla bocca – erano rimasti immobili a fissare la loro immagine”.

Come tutti noi, i biami avevano un’immagine interiore di se stessi, ma diversamente da noi, se l’erano formata senza specchi né fotografie.

Le apparecchiature di Carpenter avevano distrutto quell’immagine interiore, gettandoli nello sconforto. Ma non era durato molto.

Nel giro di pochi giorni “si pettinavano tranquillamente allo specchio. In un tempo sorprendentemente breve, giravano filmati e si scattavano foto con la Polaroid a vicenda”. Se non si facevano selfie tutto il giorno, come mi dicono che facciano i giovani nel 2018, era solo per mancanza del mezzo giusto.

Una sensazione da superare

Come fa intelligentemente notare Melissa Dahl nel suo ultimo libro Cringeworthy. A theory of awkwardness (Imbarazzati. Una teoria del disagio), appena pubblicato negli Stati Uniti, non è chiaro se i biami non conoscessero veramente gli specchi come pensava Carpenter.

Ma in ogni caso, quello che ci sorprende non è tanto la stranezza della loro reazione quanto la sua normalità. Avete presente quando fate un commento amichevole in ascensore e nessuno vi risponde? (spero di sì, altrimenti significa che capita solo a me).

 

Tratto da Internazionale – Prosegui nella lettura dell'articolo

 

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Tags: scuole di psicoterapia, umanità, momenti imbrazzanti, immagine riflessa

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