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La storia del Disturbo dissociativo di identità

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Nessuna diagnosi nella storia della psichiatria ha provocato più polemiche – sia all'interno che all'esterno del campo - come il disturbo dissociativo di identità, precedentemente noto come disturbo di personalità multipla.

la storia del disturbo dissociativo di identitàAvendo visto centinaia di pazienti che affermavano di ospitare personalità multiple, ho concluso che la diagnosi è sempre o almeno quasi sempre un falso” - Allen J. Frances, Professore emerito di psichiatria della Duke University; Presidente della Tast Force DSM-IV.

Ho trattato molte persone che sono state diagnosticate come personalità multiple, ma non esiste una cosa del genere”, Robert A. Berezin, Psichiatra ed ex docente di psichiatria presso l'Harvard Medical School.

Credo che tutti casi di disordini di personalità multipli siano produzioni artificiale provocate dall'attenzione che i clinici e i medici danno loro”, Paul R. McHugh, Professore emerito di psichiatra ed ex direttore del Johns Hopkins Hospital.

Nessuna diagnosi nella storia della psichiatria ha provocato più polemiche – sia all'interno che all'esterno del campo - come il disturbo dissociativo di identità, precedentemente noto come disturbo di personalità multipla.

I professionisti della salute mentale generalmente cadono su uno dei due lati del dibattito, o credendo che si tratti di un disturbo mentale grave indotto da un grave trauma infantile o, in alternativa, una finzione culturale, sognata nella mente di Hollywood, e promossa da un piccolo ma influente gruppo di psichiatri e loro pazienti.

La recente premiere dello spettacolo “The Many Sides of Jane”, ha riacceso questa polemica psichiatrica.

La nascita del disturbo dissociativo dell'identità come diagnosi psichiatrica si allinea strettamente con il panico fraudolento degli eventi di rituali satanici degli anni '80, come Noll ricorda in modo eloquente.

Affrontando la crisi esistenziale, mentre l'ala biologica della psichiatria americana superava rapidamente e soppiantava la psicoanalisi come paradigma teorico dominante, alcuni psichiatri con mentalità analitica videro l'opportunità di reclamare il loro territorio affermando che un grave trauma nel passato poteva condurre allo sviluppo di molteplici, distinti stati della personalità all'interno dello stesso individuo.

Nonostante l'iniziale apparente “illogicità” di una persona composta da più di una personalità, questo gruppo di clinici, insieme a numerose rappresentazioni mediatiche americane, ha portato all'inclusione di un nuovo capitolo sulla dissociazione nel DSM.

Poco dopo, la diagnosi è decollata come un incendio, con alcuni psichiatri e psicoterapeuti che la videro e la trattarono in quasi tutti i loro pazienti, e alcuni pazienti affermavano di non avere due o tre personalità, ma 20 o 30.

La rivista “Dissociation” è stata fondata per documentare queste storie e dare credibilità a una condizione che dalla sua nascita è stata accolta con scetticismo tra psichiatri e accademici di mentalità critica.

Come presidente della task force del DSM-IV, Allen Frances, ha voluto rimuoverlo dal DSM. Tuttavia, la condizione divenne un fenomeno culturale e sempre più persone iniziarono a identificarsi come abitate da più di un Sè, quasi sempre sotto la tutela di uno psicoterapeuta che si collocava nella schiera di coloro che erano sostenitori di tale psicopatologia.

Nel primo episodio di “The Many Sides of Jane”, Jane Hart, madre single di due figli, spiega di aver cercato un primo trattamento di salute mentale all'età di 24 anni.

Ricorda che il suo prima terapeuta le disse: “Ci sono stati momenti in cui sei venuta nel mio ufficio e sembravi coma una bambina di tre anni. Ci sono così tanti lati in te”.

Continua spiegando che il terapeuta le suggerì che tali lati potevano essere sintomi di un disturbo dissociativo dell'identità. Ha poi dichiarato di aver completato dei test psicodiagnostici e di aver ricevuto la diagnosi di disturbo dissociativo di identità.

Come per i “ricordi repressi”, in cui la storia del paziente è suggerita o raccontata al paziente dal proprio psicoterapeuta, i pazienti ai quali è stato diagnosticato il disturbo dissociativo dell'identità hanno sperimentato le stesse modalità di suggerimento.

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A proposito della serie “In The Many sides of Jane”, Richard Chefetz evidenzia che “la più grande ragione per cui il disturbo dissociativo d'identità è stato stigmatizzato è che nessuno vuole credere fino a che punto ci sono abusi reali nel mondo”:

Secondo gli autori dell'articolo, Mark Ruffalo, psicoterapeuta psicoanalitico e Amy D. James, psicologa clinica e forense, con una specializzazione nell'area del trauma, dell'abuso e dell'abbandono, va assolutamente rifiutata la nozione secondo cui coloro che non supportano la diagnosi del disturbo dissociativo di identità non sono in grado di credere all'entità dell'abuso nel mondo.

Nella loro pratica clinica, si sono trovati spesso dinnanzi ad un certo numero di pazienti che affermavano di avere un disturbo dissociativo dell'identità, alcuni auto-diagnosticati mentre altri diagnosticati da altri psichiatri o psicoterapeuti.

Nessuno di questi pazienti aveva una presentazione credibile del suddetto disturbo, ma tutti avevano sintomi coerenti con un'organizzazione di personalità di tipo borderline sottostante.

I due autori si trovano in accordo con Allen Frances, il quale sostiene che la diagnosi del disturbo dissociativo dell'identità è quasi sempre un falso, sebbene i pazienti affermino di non aver tentato consapevolmente di ingannare.

Secondo Allen Frances, “sostenere la presenza di altre personalità offre una metafora accattivante e drammatica, un linguaggio dell'angoscia. Sotto l'influenza, la pressione, l'orientamento e la modellizzazione dell'autorità esterna, le persone 'suggestionate' trovano nel disturbo dissociativo di identità un modo conveniente per descrivere, spiegare ed esprimere il conflitto tra i loro pensieri ed i loro sentimenti”.

Ma la metafora spesso assume una vita pericolosa e compromettente, si sente fin troppo reale per il paziente e contribuisce alla regressione e alla risposta negativa al trattamento.

Il paziente arriva così a letteralizzare una metafora: “i diversi aspetti di sè” diventano “sè diversi”.

Come ha messo in guardia il sociologo Erving Goffman, “scegli attentamente le tue auto-presentazioni, perché ciò che inizia come una maschera può diventare la tua faccia”.

Come sottolinea McHugh, molti pazienti con diagnosi di disturbo dissociativo dell'identità hanno un intenso bisogno di comprensione e attenzioni.

La stragrande maggioranza dei pazienti soddisfa i criteri diagnostici per il disturbo borderline di personali, e circa il 75% dei pazienti con disturbo borderline di personalità soddisfa anche i criteri del disturbo dissociativo di identità.

Inoltre, la ricerca suggerisce che la diagnosi di disturbo dissociativo dell'identità è “raggruppata” intorno ad un gruppo relativamente piccolo di sostenitori che sono responsabili di un numero sproporzionato di tale diagnosi, ulteriori prove a sostegno della iatrogenesi del Disturbo dissociativo di identità.

Per comprendere appieno la diagnosi del disturbo dissociativo dell'identità, bisogna riconoscerlo nel suo contesto storico. Le mode in psichiatria vanno e vengono e tale disturbo non fa eccezione.

La storia del disturbo è caratterizzata da ricorrenti false epidemie guidate in gran parte da libri e film popolari, come, ad esempio, “The Three Faces of Eve e Sybil”.

Questa follia è evidenziata dal fatto che la vera “Sybil” ha ammesso che le sue molteplici personalità sono state simulate, la storia di uno stratagemma e una bugia destinata a impressionare il suo psichiatra.

Gli storici della psichiatria hanno tentato di identificare casi legittimi di disturbo dissociativo dell'identità prima della sua diffusa popolarità di Hollywood, e non hanno avuto successo.

La condizione era estremamente rara e praticamente mai diagnosticata prima della sua esplosione negli anni '80. L'unica conclusione logica, secondo gli autori, è che il disturbo sia un mito o una variante del disturbo borderline di personalità.

Perché, quindi, la diagnosi di disturbo dissociativo di identità è ancora presente?

La risposta sta nel fatto che i sostenitori del concetto, i cosiddetti esperti del disturbo dissociativo dell'identità come condizione psichiatrica, hanno interesse per la legittimità del disturbo.

Molti di loro hanno dedicato la loro intera carriera allo “studio” e al “trattamento” della condizione. E Hollywood continua a trovare un buon uso nella sua rappresentazione di film, libri e spettacoli televisivi altamente redditizi.

Gli autori sperano che “un giorno, in un futuro non troppo lontano, la diagnosi venga abbandonata dal lessico psichiatrico e riconosciuta per quello che è: una moda culturale, una follia psichiatrica e una metafora letterale. E si spera che un giorno i pazienti psichiatrici che soffrono non saranno sfruttati attraverso film e programmi televisivi per promuovere il lavoro di coloro che traggono profitto da loro dolore”.

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

Bibliografia

  • Boysen, G. A. (2011). The scientific status of childhood dissociative identity disorder: A review of published research. Psychotherapy and Psychosomatics, 80, 329-334.
  • Frances, A. J. (2014). Multiple personality—mental disorder, myth, or metaphor? Psychology Today.
  • Horevitz, R. P., & Braun, B. G. (1984). Are multiple personalities borderline? An analysis of 33 cases. The Psychiatric Clinics of North America, 7(1), 69-87.

 

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