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Psicologia e fenomeni migratori

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Sullo sfondo delle tragedie umane che si svolgono quotidianamente nelle acque del Mediterraneo e nei campi profughi in Europa e nel Medio Oriente, è ragionevole che la psicologia così come altre scienze sociali si chiedano se la loro disciplina possa offrire risposte alle domande che questi eventi pongono.

psicologia e fenomeni migratoriAd esempio, perché politici e cittadini in almeno alcuni paesi occidentali hanno difficoltà ad accogliere coloro che fuggono da guerre, fame o persecuzione?

Quali problemi incontrano i rifugiati una volta che hanno ricevuto il permesso di stabilirsi temporaneamente o definitivamente in una nuova cultura? Come può essere migliorato il loro benessere cambiando il modo in cui i servizi vengono erogati?

Queste sono alcune delle questioni affrontate in una lunga riunione di due giorni a Cardiff. L'incontro è avvenuto tre anni fa, e nonostante il panorama delle politiche nazionali ed internazionali possa essere mutuato, alcune questioni restano, soprattutto se l'interesse specialistico può fornire qualche risposta alle domande presentate.

L'incontro è stato organizzato su tre tematiche: acculturazione, inteso come il processo attraverso il quale sia gli host che i migranti si adattano alle culture degli altri; pregiudizio, cultura e salute; e rappresentazioni dei media e discorsi pubblici sulla migrazione.

Come si può intuire, nonostante sia passato qualche anno, le suddette tematiche sono sempre più attuali.

Gli autori del dibattito, rispettivamente Tony Manstead e Katy Greenland della Cardiff University, e Steve Reicher della St Andrews University, hanno cercato di affrontare gli ampi fattori psicologici coinvolti nella migrazione e nell'immigrazione, evidenziando in che modo la psicologia potrebbe affrontare alcune di queste domande.

Una questione divenuta centrale durante l'incontro è che la psicologia, in quanto disciplina, non è sempre considerata rilevante quando si tratta di co-partecipare alle politiche sull'immigrazione.

Questo avviene nonostante il fatto che le ipotesi psicologiche siano al centro del dibattito sull'immigrazione. Non tutta la colpa di questo stato di cose appartiene a quelli della comunità politica; la psicologia, secondo gli autori, non sempre è stata efficace nello spiegare come la ricerca sia pertinente a questo problema.

La riluttanza di alcuni cittadini ad accettare i migranti nel loro paese, i problemi che i migranti affrontano, e il modo in cui questi temi sono rappresentati nei media e nel discorso quotidiano, rappresentano tutti fenomeni che hanno chiaramente una componente psicologica.

Eppure questo punto apparentemente ovvio non viene spesso riconosciuto. Uno degli obiettivi dell'incontro di Cardiff era rendere più evidente la pertinenza della psicologia su questi temi.

Parte del problema, a quanto pare, è che gli psicologi – anche quelli il cui lavoro è applicato e rilevante per la politica - sono spesso considerati come capaci di gestire problemi a livello individuale.

Ciò significa che per qualsiasi evento o fenomeno che abbia un aspetto collettivo o sociale (come la migrazione), gli psicologi tendono a non essere considerati come dotati di competenze pertinenti da offrire.

Eppure gli psicologi sociali, gli psicologi di comunità e psicologi dei media, si occupano esplicitamente di questioni che vanno oltre l'individuo; i nostri interessi e le nostre competenze risiedono nel modo in cui le persone si rapportano e rispondono agli altri, specialmente come membri di un gruppo sociale che si relazionano ad altri gruppi sociali.

Ad esempio, sebbene i migranti siano ovviamente individui, in termini politici e mediatici tendono a essere trattati come un gruppo, come un collettività che tuttavia non possiede uno Status di appartenenza.

Questo è anche il modo in cui tendono a essere pensati dai cittadini: “Loro”, al contrario di “noi”, con tutte le implicazioni minacciose che tale visione del mondo comporta.

Tuttavia, ci sono momenti in cui il nome collettivo “migranti” è soppiantato da un evento che ci costringe a ridefinire il problema come un qualcosa che colpisce le persone.

Questo è stato il caso in cui la fotografia di Alan Kurdi, di 3 anni, che giaceva senza vita su una spiaggia turca, sono state ampiamente diffuse sui giornali nel settembre 2015. Anche i giornali come il Daily Mail, non proprio famosi per avere una posizione favorevole all'immigrazione, descrivono le immagini come “strazianti” e sottolineano “l'orribile costo umano della crisi migratoria globale”.

Sfortunatamente, l'effusione di simpatia, dichiarazioni politiche ben intenzionate e donazioni caritatevoli che hanno seguito questo evento sono state rapidamente superate da uno stato di cose più “normale” in cui i migranti sono stati nuovamente trattati come collettivi, come spiegano gli studiosi Alstair Nightingale e Simon Goodman.

Ciò che la loro analisi chiarisce è che gli stessi termini in cui viene condotto il dibattito sull'immigrazione non sono neutrali, perché il termine “migrante” è già di per sé negativo, non solo perché il migrante è in Outgroup, cioè fuori dal gruppo, ma perché portatore di una mancanza di appartenenza a qualsiasi luogo (dal momento che il migrante ha scelto di venire e vuole ciò che 'noi' abbiamo) e una mancanza di diritti in un mondo in cui i diritti si attengono al luogo.

Costruire gli 'immigrati' come gruppo, siano essi migranti, rifugiati o richiedenti asilo, tende a incoraggiare la percezione che i “loro” interessi, valori e tradizioni siano in competizione con i “nostri”.

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Come psicologi, sappiamo che questa visione competitiva stimola le emozioni negative, come la paura e gli atteggiamenti negativi, sotto forma di pregiudizio. Il fatto che alcuni partecipanti alla campagna per la Brexit abbiano giocato a questa visione a “somma zero” della migrazione ha apparentemente stimolato un aumento dei crimini di odio e di altre espressioni di pregiudizio sulla scia del risultato del referendum.

A quanto pare, anche il risultato della Brexit ha fatto credere ad alcuni cittadini di avere il diritto di esprimere antipatia aperta nei confronti dei migranti.

La sfida a cui devono far fronte le democrazie occidentali ricche è quella di trovare il modo di affrontare il costante aumento della diversità etnica che un mondo in evoluzione comporta: modi equi ed inclusivi, riconosciuti come equi ed inclusivi da parte dei cittadini dei paesi ospitanti.

La ricerca in psicologia sociale sostiene infatti che i membri di diversi gruppi sociali hanno maggiori probabilità di cooperare e si considerano in termini positivi se non vedono i loro rispettivi gruppi in competizione e se hanno esperienze positive di interazione con i membri dell'altro gruppo.

Sarà molto più facile raggiungere questi obiettivi se si riducono le disuguaglianze sociali ed economiche all'interno delle società ospitanti. I cittadini che sperimentano miglioramenti utili nella propria vita quotidiana saranno meno ricettivi alle “spiegazioni” dei loro problemi quotidiani in termini di immigrazione; a loro volta, hanno maggiori probabilità di avere esperienze positive di interazione con membri di gruppi di immigrati.

Rispetto alle implicazioni politiche e mediatiche, i giornalisti che riportano o commentano l'immigrazione dovrebbero fare attenzione al linguaggio usato per descrivere gli attori coinvolti.

In secondo luogo, i governi nazionali e locali dovrebbero prendere in considerazione l'idea di inquadrare e rispondere alle sfide poste dalla migrazione non come una crisi migratoria ma (ad esempio) come una “crisi della pianificazione del lavoro” in cui la forza lavoro allargata richiede risorse estese.

Discutere o obiettare contro il sostegno ai rifugiati può essere una cosa difficile da fare, perchè ciò può suggerire che chi parla è una persona indifferente che non è disposta ad aiutare le persone protette dal diritto internazionale e bisognose di aiuti umanitari.

Un modo per formulare queste argomentazioni è di suggerire che i rifugiati ed i richiedenti asilo sono realmente quelli che stanno venendo in Europa per ottenere un guadagno finanziario. Ciò implica che i richiedenti asilo tendono ad essere ”falsi” piuttosto che “genuini”, e quindi tutti i richiedenti asilo vengono messi in dubbio.

Oltre a suggerire che i rifugiati possono essere migranti economici, altri argomenti di questo tipo vengono utilizzati contro i rifugiati ed i richiedenti asilo. Uno di questi è il sostenere che bisogna affrontare prima i bisogni dei cittadini “di casa” rispetto a quelli dei rifugiati.

Un argomento correlato è che la presenza di troppi rifugiati può essere dannosa per la coesione sociale. Ancora una volta, queste argomentazioni fanno apparire l'interlocutore premuroso e sembrano difendere una posizione positiva mentre generano una disputa contro il fornire rifugio ai rifugiati.

Queste strategie retoriche lavorano per demonizzare le persone che cercano asilo, distinguendo e fondendo le persone che fuggono dalla guerra e dalla persecuzione con gli immigrati in generale.

Costruisce una distinzione categorica tra i legittimi richiedenti asilo, che meritano solidarietà e assistenza, e falsi “migranti economici” che meritano il rifiuto.

Questa divisione si è radicata nel discorso pubblico e dei media.

Come sostengono Capdevila e Callaghan, questo modo di agire definisce un mezzo accettabile di discriminazione basato sull'ipotesi prevalente che se le persone che arrivano nel paese riescono a migliorare il loro tenore di vita, allora i cittadini del paese ospitante perderanno qualcosa.

Ciò ignora il fatto che l'aumento dell'attività economica e la diversità di idee, abilità e comprensioni culturali produce solo un vantaggio per tutti. Pertanto, il ricorso all'uso di categorie non è un mezzo per semplificare il complesso mondo sociale, ma piuttosto è motivato politicamente.

Il pregiudizio che ne consegue favorisce la creazione di categorie sociali costruite appositamente per delimitare la relazione di potere tra il dominante ed il soggiogato.

I cittadini europei sono lontani dall'essere unanimamente ostili nei confronti delle persone che arrivano ai confini dell'Europa. Ci sono stati forti sfoghi di simpatia e solidarietà, e la posizione della maggior parte delle persone è meglio descritta come ambivalente.

Conclusioni

Le modalità con cui le persone parlano di rifugiati sono progettati per promuovere argomenti specifici sul loro trattamento.

È stato dimostrato che un certo numero di argomenti, appositamente costruiti, fanno sì che l'oratore si salvaguardi dall'essere considerato eccessivamente duro o indifferente.

Questi argomenti hanno dimostrato di essere un modo efficace per impedire ai rifugiati di ottenere il sostegno di cui hanno bisogno, perché la prevalenza dei discorsi politici che li riguardano si basano su una propaganda in cui la preoccupazione e la paura rappresentano i punti cardine.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

Bibliografia

  • Capdevila, R., & Callaghan, J. E. M. (2008). ‘It's not racist. It's common sense’. A critical analysis of political discourse around asylum and immigration in the UK. Journal of Community & Applied Social Psychology, 18(1), 1-16. doi: 10.1002/casp.904
  • Goodman, S., & Speer, S. A. (2007). Category use in the construction of asylum seekers. Critical Discourse Studies, 4(2), 165-185
  • Reicher, S. D., & Haslam, S. A. (2016). Fueling Extremes. Scientific American Mind, 27(3), 34-39
  • Phillimore, J. 2011. Refugees, acculturation strategies, stress and integration. Journal of Social Policy 40(3), pp. 575-593.

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