Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito.
Accedendo acconsenti all'utilizzo dei cookies in accordo con la politica e regolamentazione vigente in materia di cookies e privacy.

L'elenco online di tutte le Scuole di Psicoterapia italiane

Segui Scuole di Psicoterapia sui Social Network       

Pubblicità

 

Sentirsi vivi attraverso il dolore: l'autolesionismo

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Gestire la propria sofferenza psichica, i propri turbamenti interiori, regolare il proprio umore attraverso la pratica dell'autolesionismo.

Sentirsi vivi autolesionismoUn’inflizione intenzionale volta a danneggiare il proprio corpo attraverso attività come il tagliarsi, bruciarsi e altre forme di lesioni viene identificata con il termine di autolesionismo.

Spesso questo atteggiamento appare correlato all’ideazione e intenzione suicidaria, anche se ancora la letteratura  non ha reso chiaro l’eventuale relazione esistente tra questi due comportamenti.

La maggior parte delle persone che si mutilano adottano tale atteggiamento come una modalità per regolare il proprio umore; avvertono una profonda motivazione legata al bisogno di distrarsi da un turbamento interiore, o allo scopo di alleviare l’ansia per la propria incapacità ad esprimere emozioni intense.

Gli atti di autolesionismo come il tagliarsi possono essere effettuati per una serie di motivi, più comunemente per esprimere e alleviare la rabbia o la tensione, così come il dolore psichico, per sentirsi più capaci di controllare il proprio comportamento, o una situazione di vita apparentemente disperata, o per punire se stessi quando ci si sente una persona “cattiva”.

Per alcune persone, il dolore inflitto attraverso l’autolesionismo è preferibile alla sensazione di vuoto che si avverte; il dolore rappresenta un qualcosa che sostituisce il niente, è una conferma del fatto che si è ancora in grado di sentire qualcosa, che si è ancora vivi.

Per altri, il dolore da autolesionismo sostituisce semplicemente un altro tipo di dolore che essi non riescono né a capire né a controllare.

In generale, gli atti autolesionistici riflettono una profonda angoscia e vengono utilizzati come risorsa e mezzo per sopravvivere, piuttosto “che sentirsi morire”, o anche come un mezzo per attirare l’attenzione su di sé.

In generale, sembra che gli adolescenti, in particolare le ragazze, siano a più alto rischio di intraprendere attività di autolesionismo.

Probabilmente questo avviene perché gli adulti sono più abili nel gestire le loro emozioni, o perché più bravi nel nascondere le loro attività autolesioniste, o mascherarle attraverso esperienze di dipendenza come abuso di alcool o droghe.

Nel Regno Unito l’autolesionismo sta raggiungendo proporzioni epidemiche; in un discorso pronunciato alla Mental Health Conference, l’allora Vice Primo Ministro Nick Clegg, affermò che i servizi di emergenza avevano segnalato circa 300.000 casi di autolesionismo ogni anno.

La British Psychological Association, nel rapporto emanato dalla Health Behaviour in Scholl-Aged Children (HBSC), ha evidenziato come in 6.000 giovani intervistati, con età compresa tra gli 11 e I 15 anni, circa il 20% di essi segnalavano attività autolesionistiche negli ultimi 12 mesi.

Pubblicità

La stragrande maggioranza dei casi di autolesionismo che giungono ai servizi di emergenza ospedalieri è caratterizzata o dalla presenza di un’overdose, o da tagli auto-inflitti.

Altre forme di autolesionismo, ma di solito più rare, possono essere il battere o colpire volontariamente alcune parti del proprio corpo, graffiarsi, tirarsi i capelli, bruciarsi o strangolarsi.

Nei casi di overdose i farmaci comunemente utilizzati sono antidolorifici, sedativi e antidepressivi.

Il rapporto più recente sull’autolesionismo effettuato a Oxford, in Inghilterra, sostiene che di tutte quelle persone che si presentano in ospedale, circa il 25% presenta un intento suicida, e circa il 40% sono valutati come affetti da un disturbo psichiatrico grave.

Paradossalmente, i problemi più frequentemente menzionati, al momento della presentazione sono problemi relazionali, alcool, l’occupazione o gli studi, lo stato economico e finanziario, l’alloggio, l’isolamento sociale, la salute fisica, il lutto e un’infanzia caratterizzata da abusi emotivi e sessuali.

Per alcune persone, praticare una tantum l’autolesionismo è solo una modalità reattiva ad una grave crisi emotiva; per altri invece è un problema a lungo termine.

La gente può continuare ad auto-lesionarsi perché continua a soffrire degli stessi problemi, o possono smettere per un determinato periodo e riprendere tale attività quando ri-subentra una grave crisi emotiva.

Generalmente si ritiene che l’autolesionismo non sia presenta nei paesi non occidentali, suggerendo così che sia una sindrome culturale; alcuni medici stranieri spesso affermano di non aver mai avuto un caso di autolesionismo prima di lavorare nel Regno Unito.

A tal proposito è significativa la testimonianza del Dottor Eric Avenor che asserisce:

“Il soggetto (dell’autolesionismo) è stato appena menzionato, e tanto meno insegnato, come un argomento nel corso della mia formazione medica in Ghana. Nei miei anni di scuola clinica e medica e in tutto il mio lavoro, non ho mai visto o sentito parlare di un singolo caso di autolesionismo in Ghana. Anche all’interno di un ospedale distrettuale, dove ho lavorato per tre anni, come medico ufficiale, non mai incontrato un caso del genere.. ho avuto uno shock culturale quando sono divenuto primario del reparto di psichiatria nel Regno Unito, e ho intuito che l’autolesionismo rappresentava il ‘pane quotidiano’ della pratica psichiatrica di emergenza”.

Alla luce di questa differenziazione culturale, è plausibile ipotizzare sia che determinati ambienti sociali siano in grado di predisporre, in misura maggiore o minore, in soggetti più vulnerabili, atti auto-lesionistici, e sia che, in alcune culture, tale atteggiamento sia sotto-stimato non divenendo così oggetto di attenzione da parte della clinica.

Ciò che la ricerca dovrebbe promuovere è una lettura del corporeo su più livelli, in modo da integrare in un’unica visione le differenze individuali, contestuali e culturali.

 

(A cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

 

 

Ti è piaciuto l'articolo che hai appena letto e vuoi essere informato sulle novità che vengono pubblicate su Scuoledipsicoterapia.it?
Iscriviti alla nostra newsletter per essere in continuo contatto con la psicoterapia!
captcha 
I agree with the Privacy e Termini di Utilizzo
 

 

CeRP - Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Psicoanalitico

 Specializzarsi in Psicoterapia: Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Psicoanalitico Orientamento: Psicoanalitico e psicodinamicoSede legale: Via L. Marchetti, 9 – 38100 TRENTOSede didattica: Via L. Marchetti, 9 – 38100 TRENTOContatti:...

leggi tutto...

Il Ruolo Terapeutico di Genova - Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica

Specializzarsi in Psicoterapia: Il Ruolo Terapeutico di Genova - Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica Orientamento: PsicodinamicoSede centrale: Via XX settembre 32/5 – 16121 GENOVAContatti: Tel. e Fax. 010 4074044; Cell. Dott.ssa Rita...

leggi tutto...


Pubblicità
Vuoi conoscere il nome di uno psicologo e/o psicoterapeuta
che lavora nella tua città o nella tua regione?
Cercalo subito su

Psiconline.it
News, informazioni, notizie,
consulenza psicologica online gratuita,
servizi per il mondo professionale, articoli e tanto altro.
Dal 1999 la psicologia e gli psicologi in rete!

 

logo psicologi italiani

 

logo psiconline



 

 

 

Tags: autolesionismo

Pubblicità

Pubblicità

Pubblicità

0
Condivisioni