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Il modello Integrato

La storia e gli sviluppi

Sempre più negli ultimi anni, molti psicoterapeuti stanno abbandonando l’etichetta che li identifica come discepoli di un orientamento specifico per avvicinarsi ad una cornice teorica flessibile e interdisciplinare che permette una prassi sistematica ed integrata. Tale cambiamento è dato dal fatto che molte ricerche in ambito clinico hanno dimostrato che nessun approccio psicoterapeutico può ritenersi il più adeguato per trattare qualsiasi tipo di problemi, pazienti e situazioni. Poiché nessuna teoria ha il monopolio della verità o utilità, l’approccio ai problemi clinici richiede una prospettiva pluralista ed integrata.

Nello stesso tempo, altre ricerche hanno dimostrato che vi sono una serie di fattori trasversali (es. alleanza terapeutica) a qualsiasi approccio terapeutico che incidono sull’esito positivo del trattamento. Mahrer (1989) asserisce che il termine integrazione indica la volontà di combinare la molteplicità delle teorie in un numero più maneggevole di elementi operativi comuni e in un vocabolario di termini dal significato condiviso. I modelli più diffusi che si basano sull’integrazione sono attualmente quattro:

  • eclettismo tecnico: consiste nella selezione tra diverse procedure, stili e sistemi psicoterapeutici, dei metodi che funzionano meglio per il trattamento di un singolo paziente con i suoi problemi specifici;
  • integrazione teorica: ha come scopo quello di creare una cornice di riferimento concettuale attraverso la sintesi dei principi migliori di due o più approcci psicoterapeutici;
  • fattori comuni: pone l’accento su un nucleo di elementi condivisi tra le diverse psicoterapie al fine di sviluppare dei trattamenti più efficaci;
  • integrazione tra teorie e ricerche psicologiche: la teoria e la pratica psicoterapeutica vengono integrate con ricerche e teorie in psicologia e psichiatria al fine di migliorare la conoscenza dei processi di cambiamento.

Il paradosso dell’equivalenza vuole l’efficacia della psicoterapia uguale pur se applicata seguendo modalità e scuole di pensiero molto diverse. A tale conclusione si giunge attraverso una molteplicità di contributi empirici ed una vasta gamma di ricerche nel settore.

La visione dell’uomo e della patologia

Studi di Prochaska e colleghi ritengono che per evitare interventi approssimativi e basati sull’intuizione, lo psicoterapeuta deve tener conto dello stadio di cambiamento in cui si trova il cliente nel momento in cui si rivolge a lui (Prochaska, Norcross, Di Clemente, 1994). Gli stadi di cambiamento descritti dagli autori sono i seguenti:

  • la precontemplazione, in cui la persona non ha la consapevolezza di mostrare dei disturbi e non ha quindi intenzione di cambiare comportamento. Molto spesso giunge in terapia spinta dalle persone che le sono accanto (parenti. amici, coniuge). Il terapeuta può aiutarla a procedere allo stadio successivo, ossia consapevolizzare gli aspetti negativi del problema e a valutare la sua capacità autoregolativa;
  • la contemplazione è lo stadio in cui la persona inizia a prendere coscienza dei suoi problemi e prende in considerazione l’idea fare qualcosa ma non si impegna concretamente. Questo stadia può durare molto a lungo se non si evita la trappola del “rimuginare cronico” e si prende una decisione drastica.
  • la preparazione, in cui la persona comincia ad attuare alcuni piccoli cambiamenti comportamentali anche se non riesce ancora a fare il passo successivo. Quello di cui ha bisogno è di stabile degli obiettivi e un ordine di priorità per potersi concentrarsi su un piano d’azione preciso.
  • l’azione è lo stadio in cui si modifica il proprio comportamento concretamente con una serie di attività che richiedono tempo e energia. La persona riceve un forte riscontro esterno in seguito al cambiamento ed è importante aiutarla a prevedere e riconoscere i trabocchetti che possono farla tornare alle vecchie abitudini comportamentali.
  • il mantenimento è lo stadio in cui la persona mantiene e riconosce la nuova modalità comportamentale. In questa fase le ricadute sono probabili e vanno messe in preventivo senza colpevolizzarsi.
  • il termine sopraggiunge quando la persona non sente più la tendenza a comportarsi come prima e non fa più nessuno sforzo nel prevenire la regressione. E importante sottolineare che non necessariamente il termine dal cambiamento coincide col termine della psicoterapia, che può concedersi anche prima che il cambiamento comportamentale sia completo, così come, concluso il cambiamento la terapia può continuare in vi sta di ulteriori approfondimenti del lavoro.

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Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta

Possiamo affermare che la flessibilità professionale e ormai una qualità necessaria per uno psicoterapeuta che vuole combinare quello che già conosce, capisce ed è in grado di praticare, all’interno di modello complesso ed integrato di intervento. Utilizzando un approccio eclettico può scegliere tra diverse procedure, stili e sistemi psicoterapeutici, dei metodi che funzionano meglio per un singolo paziente con quel determinato problema (Giusti E., Montanari C., Montanarella G., 1997, pp. 18-22). Chi lavora seguendo un approccio integrato utilizza le tecniche di altri approcci, scegliendo quelle più adatte per aiutare la persona a risolvere il problema che porta in terapia e a stare meglio, considerando anche l’evoluzione del processo terapeutico. Passa da tecniche mutuate dagli approcci umanistici a quelle gestaltiche a quelle cognitive-comportamentali. Un terapeuta con tale impostazione utilizza le tecniche all’interno di un contesto relazionale a cui dà molta importanza. Esse sono solamente uno strumento per inviare dei messaggi terapeutici e non devono essere confuse col contenuto trasmesso, che acquista significato attraverso la relazione stessa. Il terapeuta utilizza, soprattutto nella prima fase del trattamento, approcci meno direttivi che aiutano ad instaurare un clima accettante e di fiducia teso a favorire la ricostruzione della storia del paziente e di significati per lui importanti. In questa fase il terapeuta si focalizza più sulla sfera sintomatologica per passare successivamente, ad un lavoro più profondo del Sé che consenta la riparazione di ferite e la ristrutturazione della personalità. Nella terza fase aiuta il cliente ad acquisire nuove modalità cornportamentali più efficaci per la gestione di eventi negativi

 


 

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