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L'elenco online di tutte le Scuole di Psicoterapia italiane

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Ipnosi Clinica

La storia e il suo sviluppo

Jean-Martin CharcotL'ipnosi intesa come potenzialità della mente umana pare essere impiegata fin dall'antichità; Charles Musès (1972) scrive di aver trovato un'antica registrazione di una seduta ipnotica nella incisione di una stele egiziana risalente al regno di Ramesse XI della XX Dinastia (circa 3.000 anni fa).

Prima delle ricerche di Franz Anton Mesmer (1734 - 1815) tutti i fenomeni che oggi possono essere fatti rientrare in specifiche potenzialità dell'immaginazione erano considerati isolatamente come manifestazioni divine o diaboliche, oppure il risultato di pratiche magiche.

Mesmer formulò la teoria del magnetismo animale (1779), ma tale teoria fu condannata dall'Accademia delle Scienze e dalla Facoltà di Medicina di Parigi (1784).
Un'importante revisione delle teorie di Mesmer fu proposta dal medico inglese James Braid (1785-1860). Braid diede un'interpretazione fisiologica al fenomeno studiato e introdusse il termine ipnosi, derivato dal greco ypnòs sonno.

Gli sviluppi successivi di interpretazione dell'ipnosi si devono ai lavori di Ambroise-Auguste Liébeault (1823-1904), un medico di Nancy e di Hippolyte Bernheim (1837-1919) famoso neurologo parigino che insieme fondarono la Scuola di Nancy.

La scuola di Nancy si trovò a dover opporre studi e teorie sull'ipnosi, alla scuola di Jean-Martin Charcot (1825-1893) che operava all'Ospedale della Salpêtrière di Parigi.
Mentre per la scuola di Nancy l'ipnosi era un fenomeno psicologico normale e tutti i suoi fenomeni potevano essere spiegati con la suggestione, Jean-Martin Charcot considerava l'ipnosi un fenomeno patologico, una nevrosi isterica artificiale.

Di ipnosi si occupò anche Sigmund Freud (1856-1939) ma la transitorietà dei risultati terapeutici, la laboriosità dei procedimenti ipnotici, la limitazione delle applicazioni terapeutiche e, forse non ultima, l'individuazione da parte sua di “un misterioso elemento” di natura sessuale, spinsero Freud ad abbandonare l'ipnosi e a creare un nuovo metodo: la psicoanalisi.
Con la morte di Jean-Martin Charcot (1893) e l'inizio della psicanalisi cominciò per l'ipnosi un periodo di decadenza.

Un certo risveglio di interesse per l'ipnosi si ebbe durante la prima guerra mondiale quando con tale metodo si iniziarono a trattare le nevrosi traumatiche di guerra, ma soltanto dopo la seconda guerra mondiale l'atteggiamento della scienza ufficiale nei confronti dell'ipnosi migliorò. In particolare in questo periodo il dottor Milton Erickson (Nevada, 5 dicembre 1901 – Arizona, 25 marzo 1980 ), che fu presidente e fondatore della Società Americana di Ipnosi Clinica e membro della Associazione Americana di Psichiatria, della Associazione Americana di Psicologia e della Associazione Americana di Psicopatologia, sviluppò un'ipnoterapia chiamata ipnosi ericksoniana, che permette di comunicare con l'inconscio del paziente. Questo tipo di ipnosi è molto simile ad una normale conversazione ed induce una trance ipnotica nel soggetto (“L`ipnosi non esiste, tutto e` ipnosi”, affermava).

Nel 1949 venne fondata negli USA la Society for Clinical and Experimental Hypnosis; e nel 1959 divenne Società internazionale.

Nel 1957 venne fondata una seconda società l'American Society of Clinical Hypnosis. In particolare nel 1958 I'American Medical Association riconobbe l'ipnosi come legittimo metodo di cura in medicina e in odontoiatria.

Nel 1969 l'American Psycological Association creò una sezione di psicologi che si interessavano prevalentemente di ipnosi.

In Inghilterra, nel 1955 la British Medical Association riabilitò ufficialmente l'ipnosi. In Italia la prima Associazione scientifica per lo studio e l'applicazione dell'ipnosi: A.M.I.S.I. (Associazione Medica Italiana per lo Studio dell'ipnosi), si costituì nell'aprile del 1960.

La visione dell'uomo e della patologia

Possiamo definire l'ipnosi come uno stato alternativo di consapevolezza, in cui si fanno entrare i pazienti attraverso un abbassamento della loro critica, fino a fargli accettare le direttive del terapeuta che diviene la loro guida.Tra i pregiudizi più diffusi tra coloro che si avvicinano all’ipnosi, si evidenziano in particolar modo le seguenti preoccupazioni:
- paura di essere privati della propria volontà
- paura di non avere consapevolezza di quello che potrebbe accadere durante la trance
- paura di non essere in grado di reagire di fronte a situazioni di pericolo (incendi, morte improvvisa dell'ipnotista, ecc.)
- paura di perdere la propria identità
- paura, per certe donne, di essere sedotte
- paura, per i pazienti dipendenti, di diventare ancora più dipendenti. Tutte paure infondate, retaggio di luoghi comuni sulla errata conoscenza del fenomeno, i pregiudizi più radicati si hanno ad esempio nella stessa categoria degli psicoterapeuti, in particolare quelli che hanno scarsa dimistichezza con l'ipnosi, come la convinzione che con l'ipnosi si possa ottenere soltanto una temporanea rimozione del sintomo senza intaccarne le cause. Quest’idea in particolare è il risultato di una suggestione dovuta all'ascendente di Freud e all'opinione che questi si era fatto dell'ipnosi, utilizzata in modo da eliminare i sintomi con la suggestione, pensando di non poter ottenere risultati stabili. E' il caso di ricordare che oggi disponiamo di tecniche assai migliori di quelle a cui faceva ricorso Freud: chi si è minimamente documentato sui modelli ipnoterapeutici ericksoniani sa bene che il sintomo viene considerato prevalentemente sotto l'aspetto di comunicazione analogica di un disagio che coinvolge tutto il comportamento. Di conseguenza il focus di azione terapeutica si esprime sulla rimozione delle rigidità e sulla ristrutturazione di tutti gli elementi che determinano il sintomo. In particolare si lavora sull’abbattimento della critica, la ragione, a favore dell’uso creativo delle risorse della mente, un potenziale mentale messo a disposizione del soggetto per favorire in lui  adattamento e cambiamento. L'approccio dell'ipnoterapeuta deve prescindere da ogni forma di intervento programmato, dovendosi adeguare al comportamento manifestato, di volta in volta, dal paziente. Per ottenere buoni risultati occorre avere una buona dose di creatività, immaginazione e flessibilità: in una parola bisogna essere dei creativi, l’andare in trance, da parte dell’operatore, permette di accedere alle proprie risorse creative e dunque rende possibile un intervento terapeutico all’altezza delle necessità dichiarate.

Il processo terapeutico e il ruolo del terapeuta

La domanda di terapia, per quanto si debba pensare che sia nata con la malattia stessa, concretamente si formalizza e si attua dal momento che comincia a crearsi una reale possibilità di risposta terapeutica. È quello che storicamente è avvenuto, sia per quanto attiene alla terapia somatica che a quella psicologica. Quindi è inevitabile che per definire la struttura basilare di una terapia, bisogna definire prima quali sono gli elementi fondamentali del terapeuta: la terapia è
un concetto astratto se non c’è un terapeuta. E quali sono gli elementi primari che fondano un processo terapeutico? Sono quelli che si definiscono elementi strutturali della terapia:
a) La teoria. Ovverosia il capire, spiegare, che viene da un sapere acquisito e trasmissibile: lo studio della fisiologia, della patologia, della semeiotica ecc. che attiene allo specifico della medicina.
b) La prassi. Ovverosia un modello operativo che discenda direttamente dalla teoria e quindi sia coerente e consequenziale alla teoria. La capacità di fare che, unita alla teoria, permette di
formulare una prevedibilità del proprio operare. È fare, saper fare, sapere cosa si sta facendo.
c) L’interesse. Nasce da una partecipazione emotiva ed affettiva nei riguardi dell’uomo portatore di una malattia. Interesse che porta a curare, prendersi cura dell’altro; ma anche interesse per la ricerca e per una ulteriore conoscenza, mai disgiunta dall’interesse per il paziente, e quindi sempre finalizzata. Questo è un dato fondamentale: infatti se si costituisce solo una situazione di interesse
teorico ed astratto, se si perde di vista l’uomo, si cade nell’atteggiamento più antiterapeutico che esista. In questo caso il paziente diventa un oggetto da studiare: sotto il camice del medico, compare il bambino perverso che rompe il giocattolo, non per curiosità, ma solo perché tanto ne avrà presto un altro. d) L’etica. È la dimensione che permette di utilizzare il sapere nell’interesse dell’altro, e non ridurlo ad un potere strumentale ai propri bisogni. Questi sono gli elementi strutturali che permettono al terapeuta di essere tale e di attivare quindi un processo terapeutico. Abbiamo descritto gli elementi strutturali attinenti al terapeuta: ma bisogna tener presente che esiste un paziente con le sue angosce, le sue fantasie, i suoi bisogni, la sua teoria sulla malattia e soprattutto con le sue modalità di reazione sia al disturbo sia al rapporto. È da questo incontro che si stabilisce il processo terapeutico. Ma se il processo terapeutico si costituisce dall’incontro del medico con il paziente, esso può strutturarsi in modi diversi a secondo di una serie di elementi che definirò strutturanti perché delineano e condizionano le modalità terapeutiche. Essi sono:
a) Tempo. Esso non può essere predeterminato perché in genere si svolge nell’arco di anni anche se il rapporto concreto con il medico può essere saltuario. C’è una tendenza alla cronicizzazione del rapporto.
b) Scopi. Lo scopo fondamentale è quello di migliorare lo status del paziente, ma soprattutto aiutarlo a convivere con il proprio disturbo. In altri termini il paziente deve pian piano diventare medico di se stesso
c) Strumenti. A parte quelli specifici della metodologia medica, in questo caso intervengono in maniera specifica fattori di natura psicologica. Possiamo dire che il medico, più o meno saggiamente, utilizza strumenti suggestivi, pedagogici e metodi più o meno autoritari.
d) Livello di regressione del paziente. In questo caso il livello di regressione è diverso: infatti non si instaura una situazione di passività quanto piuttosto di dipendenza che spesso è sostenuta dal comportamento del medico che tende a gestire il rapporto medico come rapporto di autorità.
e) Rapporto psicologico medico-paziente. In questo caso il livello di regressione è diverso: infatti non si instaura una situazione di passività quanto piuttosto di dipendenza che spesso è sostenuta dal comportamento del medico che tende a gestire il rapporto medico come rapporto di autorità.
f) Domanda del paziente. E’ in genere piuttosto chiare ed esplicita, il paziente vuole cercare di convivere alla meglio con il proprio malessere che è o può essere vissuto come cronico.
g)Setting. Il setting è estremamente variabile sia per il tipo di disturbo che per le modalità di relazione medico-paziente.
Sulla base di questi fattori possiamo distinguere tre diverse modalità di processo terapeutico: l’intervento tecnico, quello di sostegno e la relazione terapeutica. Questi dati sono significativi, perché ci permettono di distinguere ed evidenziare ciò che attiene specificamente alla terapia, da quei fattori aspecifici, che sono insiti in ogni rapporto interpersonale valido. È evidente che in ogni rapporto può esserci una valenza terapeutica, ma quello che rende possibile accertare gli effetti è la presenza di un modello teorico che specifichi e renda ragione dell’effetto terapeutico. La mancanza di una teoria e di una prassi, che sia coerente e consequenziale, rende ogni relazione, anche potenzialmente terapeutica, aleatoria ed inverificabile. Certamente il guaritore, lo stregone, lo sciamano hanno agito e continuano ad agire modalità di rapporto che possono avere anche una certa efficacia, nel senso di indurre modificazioni positive e molto spesso la relazione che essi suscitano può essere assai intensa.

 


 

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Specializzarsi in Psicoterapia: Integral Transpersonal Institute - Scuola di Formazione in Psicoterapia Transpersonale Orientamento: Psicoterapia TranspersonaleSede legale: Via Villapizzone, 26 - 20156 MILANOContatti: Tel: 02 8393306; Fax: 0299980130Riconoscimento: Riconosciuto dal MIUR...

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