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Psicologia Individuale di Alfred Adler

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alfred adlerLa Psicologia Individuale è il risultato dell’elaborazione del genio creativo di Alfred Adler medico di formazione, che fu attento osservatore dei dinamismi psichici e nei quasi quattro decenni della sua carriera di studioso, elaborò un nuovo e originale modello che permette di comprendere il funzionamento della personalità.

Intuì i dinamismi di base che organizzano lo stile di vita (espressione prescelta per designare l’unicità e irripetibilità di ogni singolo individuo), studiò le fasi dello sviluppo evolutivo, comprese i fattori che favoriscono la strutturazione della personalità sana e, per converso, quelli che orientano verso organizzazioni patologiche. Diede spiegazioni dei significati profondi dei diversi disturbi psichici di cui potevano soffrire soggetti di ogni età. Formulò un proprio metodo per diagnosticare lo stile di vita e sperimentò le tecniche di intervento terapeutico per correggerne le deviazioni.

Svincolatosi da un rigido determinismo, curò fanciulli, soggetti adulti nevrotici, psicotici e criminali; sostenne che l’uomo può sempre essere aiutato a dare nuovi e più sani orientamenti alla propria vita; considerò l’ottimismo terapeutico non solo una incoraggiante prospettiva, ma una naturale conseguenza delle possibilità conoscitive proprie della Psicologia Individuale.

Da allora si sono succedute diverse generazioni di studiosi che hanno utilizzato gli insegnamenti di Adler in diversi ambiti dove la prevenzione e la cura ne giustificavano l’utilizzo: nella clinica, nella scuola, nelle organizzazioni, nella ricerca. Si è assistito al fatto che i principi cardine del modello non sono stati scalfiti dal tempo e, a dispetto delle profonde trasformazioni socio - culturali che hanno modificato il modo di essere degli individui e delle società, hanno conservato intatto il loro potenziale esplicativo. Gli psicologi adleriani, in molte parti del mondo, lavorano tutt’oggi utilizzando il corpus teorico e il metodo che, per buona parte, rispecchia le concettualizzazioni originali proposte da Adler.

Nell’elaborare la sua teoria Adler utilizzò concetti che si rivelarono connessi a due sistemi motivazionali innati, parte del corredo naturale di cui è dotato l’uomo. Si tratta della competizione e della cooperazione.

  • Il sistema motivazionale della competizione ha origine dall’innata spinta aggressiva, energia vitale che orienta l’individuo verso l’autoaffermazione e la ricerca della sicurezza. La spinta aggressiva alimenta un insopprimibile bisogno di competere per trovare il proprio posto nel mondo, per proporsi al riconoscimento degli altri, per affermare il proprio valore, per vivere.

  • Il sistema motivazionale della cooperazione ha origine dall’innato bisogno di dare e chiedere sostegno e protezione: ne è prototipo la spinta istintiva della madre che nutre il neonato, che si sviluppa nei successivi accudimenti del periodo infantile fino a strutturare il senso di appartenenza a una comunità dove la cooperazione è dimensione al servizio della vita.

Intorno al 1902, Adler iniziò un periodo di collaborazione con il gruppo degli studiosi che faceva capo a Freud; in questo contesto mantenne e sviluppò i propri orientamenti e durante le ben note “serate del mercoledì” propose punti di vista che differivano da quelli più legati alla psicanalisi. Fu comunque influenzato da molte idee del gruppo; tuttavia nel 1911 prese le distanze dalle concettualizzazioni freudiane, sviluppate su concetti diversi da quelli a lui più congeniali, e dichiarò l’autonomia del suo sistema teorico – metodologico che renderà noto con l’espressione Psicologia Individuale Comparata. A dispetto delle comprovate differenze, la psicologia di Adler è rimasta per decenni sotto il cono d’ombra della psicanalisi che solo in tempi recenti è sembrato dissiparsi.

Non è comunque di poco conto quanto Adler assorbì dal periodo “psicanalitico”. Accolse l’idea dell’esplorazione delle motivazioni inconsce che sottostanno al comportamento cosciente, necessaria a spiegare la genesi dei sintomi nevrotici; condivise l’importanza dei primi anni di vita nella strutturazione della personalità; accettò l’idea che era necessario pensare a un metodo per la comprensione del funzionamento dell’animo umano. Rifiutò il determinismo darwiniano, accolto da Freud come chiave di lettura dei significati psichici, e sostituì al concetto di causalità quello di meta da perseguire, di natura teleologica. Guardò con interesse allo studio dei sogni, ma ridimensionò la loro importanza e formulò altri criteri interpretativi; si convinse che la forza dinamica organizzatrice della personalità era l’aggressività e non la libido, di natura sessuale, come pensava Freud. Adler ebbe anche modo di precisare le sue idee sulla genesi delle nevrosi: le ritenne causate da ripetuti traumi psichici derivanti da situazioni di inferiorità organica, reale o immaginaria e non, come sosteneva Freud, dal complesso edipico non superato. A dispetto delle diversità dei rispettivi orientamenti, il sodalizio con Freud durò a lungo e diede ad Adler l’opportunità di compiere un esercizio “di contrapposizione creativa”, attraverso cui poté precisare, in modo accurato, il proprio pensiero.

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La Psicologia Individuale è un sistema complesso, ma alcuni nuclei rivestono una particolare significatività. Se ne da qui di seguito una sintetica descrizione; in sequenza verranno presentati concetti che nell’articolazione della teoria sono altamente compenetrati. Si tratta dello stile di vita, del sentimento e complesso di inferiorità, dell’aspirazione alla superiorità e la volontà di potenza, del sentimento sociale.

Lo stile di vita

Il termine stile di vita è utilizzato per indicare l’unità della personalità. E’ la risultante della dimensione creativa dell’individuo che nel corso dello sviluppo procede coniugando le componenti ereditarie con gli stimoli offerti dall’ambiente. Nella costruzione dello stile di vita non sono importanti le qualità “oggettive” di eredità e ambiente quanto i significati che l’individuo vi attribuisce; questi assumono il ruolo di fattori predisponenti che il Sé creativo utilizza per elaborare lo stile personale, unico e irripetibile, di rapportarsi a Sé stessi, agli altri e al mondo.

Lo stile di vita si forma nei primi quattro – cinque anni di vita; i modi di agire e reagire si automatizzano e si stabilizzano con l’esperienza e lo stile di vita assume caratteristiche definitive. Con l’età adulta si affino le espressioni del comportamento che diventano più complesse, ma rispondono alle logiche stabilite nei primi anni di vita.

Le componenti dello stile di vita riguardano la dimensione percettiva e operativa. La prima riguarda la percezione che l’individuo ha di Sé, dell’ideale del Sé, della visione degli altri e del mondo e delle proprie convinzioni etiche ed estetiche. La dimensione operativa riguarda la valutazione che l’individuo fa delle sue possibilità, delle sue aspirazioni e concezioni del mondo che lo portano a scegliere la meta che vuole seguire e i mezzi per raggiungerla.

La meta finale che l’individuo stabilisce riguarda sempre la superiorità; nella realtà quotidiana la ricerca della superiorità si esprime con una varietà infinita di mete concrete. A volte possono anche essere apparentemente in contrasto tra di loro, ma sempre dominate dallo stesso tema. Stabilita la meta finale, tutte le tendenze dell’individuo concorrono, in modo unitario, a muovere l’individuo verso la direzione prescelta.

Sentimento e complesso di inferiorità

Il tema dell’inferiorità rappresenta in Adler una tessera centrale, che intreccia tutta sua la produzione. L’idea dell’inferiorità d’organo rappresenta la prima formulazione e poggia sull’idea, nota ai clinici fin dall’antichità, che qualsiasi corpo umano ha una parte più vulnerabile. La percezione della debolezza crea intorno all’organo inferiore una sensibilità e un’attenzione particolari, che attivano le spinte compensative, tese a superare la frustrazione per il funzionamento inadeguato. L’inferiorità d’organo può riguardare qualunque segmento del corpo e i processi psichici che ne derivano saranno di intensità variabile, non già in relazione all’inferiorità oggettiva quanto alla percezione che il soggetto può avere della stessa.

In assenza di disturbi organici l’inferiorità può essere funzionale: può riguardare l’espressività fisica, psichica o mentale. In tal caso si sviluppa una sensibilità morbosa che rinforza la concentrazione sul proprio sé e la ricerca delle compensazioni segue le stesse linee osservate nelle inferiorità d’organo.

Lo studio degli stati psichici conseguenti l’inferiorità d’organo e funzionale portarono Adler ad estendere l’esame del nucleo dell’inferiorità ad altre condizioni. Considerò l’inferiorità infantile come la naturale condizione dell’essere umano che appare molto vulnerabile di fronte a errori educativi. Un bambino che cresca in un ambiente frustrante, rifiutante, viziante, scoraggiante o violento è a rischio di sviluppare la percezione di essere inadeguato alle richieste della vita e di radicare il sentimento dell’inferiorità.

Il vissuto di inferiorità si alimenta con reiterati confronti: l’individuo misura la percezione delle proprie possibilità e risorse con l’immagine delle difficoltà che sente connesse a un compito da affrontare. La paura dell’insuccesso, la prefigurazione del fallimento, il timore del crollo dell’immagine di sé alimenta il vissuto di inferiorità, che porta a comportamenti evitanti, svalorizzanti il compito o a giustificazioni che mascherano la fondamentale assenza di coraggio.

Le diverse intensità dei vissuti di inferiorità richiedono denominazioni diverse, a designare esperienze che si collocano lungo un continuum che va dalle condizioni lievi, non particolarmente complicate, a quelle più serie e invalidanti. Al primo livello si posiziona il senso di inferiorità fatto di percezioni fastidiose, ma sopportabili e facilmente gestibili; sono anzi auspicabili perché radicano la visione realistica del proprio sé e cautelano da rischi di eccessive sicurezze, orientate all’onnipotenza. A seguire il sentimento di inferiorità che è presenza ben più fastidiosa che richiede strategie di gestione più elaborate, confinate comunque sul piano dei dinamismi coscienti e tali da non indurre lo sviluppo di sintomi nevrotici.

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Quando il sentimento di inferiorità cresce di intensità ed è tale da inibire, ostacolare o alterare il comportamento si può parlare di complesso di inferiorità. Si tratta di una condizione segnata da profondo scoraggiamento: individuo che ne è affetto segnala la perdita di fiducia in sé stesso e manca di energia per tentare di affermarsi. La nevrosi si sviluppa dal tentativo di liberarsi dal complesso di inferiorità con modalità fittizie, che arrestano la crescita e lo sviluppo della progettualità e spingono verso sterili ripetitività comportamentali.

L’aspirazione alla superiorità e volontà di potenza

L’aspirazione alla superiorità è una tendenza insopprimibile; è una spinta innata che si manifesta in ogni età e in ogni condizione. Tutti gli uomini avvertono il bisogno primario di sicurezza che può essere soddisfatto con le varie declinazioni della superiorità: con la ricerca del successo, dell’auto – affermazione, del riconoscimento, della distinzione. In tutti i contesti e situazioni che l’uomo affronta, l’aspirazione alla superiorità è la linea dinamica che permette il superamento delle varie forme del sentimento di inferiorità. Solo il complesso di inferiorità toglie alla spinta alla superiorità il suo valore dinamico e ne blocca le possibilità espressive.

Una forma di aspirazione alla superiorità è la ricerca del potere personale. Adler ha denominato la tendenza al potere volontà di potenza, termine che ha generato equivoci per l’accostamento immediato al pensiero di Nietzche. In realtà l’accezione adleriana fa della volontà di potenza una forma disturbata della ricerca della superiorità: la considera una tendenza perniciosa che anima il nevrotico che, nel suo agire nel mondo, ignora i bisogni degli altri e non riesce a sviluppare sentimenti empatici verso i suoi simili.

Il sentimento sociale

Adler colloca il sentimento sociale tra le potenzialità innate dell’individuo e ha l’importante funzione di legarlo alla collettività. Il sentimento può assumere sia l’aspetto dell’amore per i propri simili, le loro produzioni e per la natura sia il piacere di appartenere a una comunità. I primi rapporti con la figura materna hanno grande rilevanza per una sana crescita del sentimento sociale che è base per lo sviluppo delle capacità di collaborare, di comprendere gli altri e di realizzare rapporti empatici. Fin dall’infanzia il sentimento sociale è anche l’equilibratore dell’aspirazione alla superiorità: se ben sviluppato ne permette una buona gestione portando a tener conto dei bisogni degli altri e ad armonizzare le legittime aspirazioni personali con l’interesse della collettività. La sua importanza è tale da essere considerato metro di paragone per valutare l’utilità dei progetti di vita; l’espressione barometro della normalità proposta dallo stesso Adler, si rivela ancor oggi precisa ed efficace.

L’importanza data al sentimento sociale ribadisce l’idea che l’uomo è parte della società e che il sentimento che ad essa lo lega diventa un fattore della personalità da cui non si può prescindere. Considerare l’uomo come realtà isolata, avulsa dal contesto in cui vive non ha senso; la vita psichica acquista significato solo all’interno delle dinamiche della comunità. Per valutare una personalità bisogna quindi osservarla nel suo agire nel mondo, cogliere quanto interesse manifesta verso gli altri e con quanto sentimento sociale affronta i problemi della vita.

 

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Tags: psicologia individuale, adler, alfred adler

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