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L'elenco online di tutte le Scuole di Psicoterapia italiane

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Umanistico-esistenziale

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carl rogers openclipart victorborgesLa storia e gli sviluppi

La psicologia umanistica è nata negli anni quaranta come reazione spontanea alla visione meccanicistica dell’uomo di fronte al determinismo ad extra del comportamentismo radicale e al determinismo ad intra della psicoanalisi classica. Per tale motivo è stata definita la terza forza dopo la psicoanalisi (la prima forza) e il comportamentismo (la seconda forza).

Nella visione psicoanalitica classica l’uomo è guidato da forze che lo determinano dal suo interno; per il comportamentismo l’uomo è determinato da forze che risiedono nel contesto esterno; per la terza forza (Umanistico- Esistenziale) invece l’uomo è creatore del proprio destino nonostante la presenza di condizionamenti interni ed esterni.

La visione dell'uomo e della patologia

Secondo questa visione il mondo della persona non può essere compreso solo attraverso la descrizione di ciò che lo circonda, il mondo esterno e i bisogni biologici, l’Umwelt, perché si cadrebbe nella limitatezza della descrizione oggettiva, quando di fatto si può sostenere che ci sono tanti mondi quante sono le persone che lo interpretano. Ma il mondo non può neppure essere ridotto a mondo soggettivo, l’Eigenwelt, perché escluderebbe la comprensione che deriva dal Mitwelt, il mondo relazionale di rapporto con gli altri esseri umani. Secondo la concezione umanistica esistenziale tutti e tre i mondi vanno vissuti in un’unica unità, senza scollamenti. Una delle conseguenze di questo modo di essere nel mondo costituisce la base per capire l’amore. L’amore umano non può essere descritto adeguatamente all’interno dei confini dell’Umwelt. Non possiamo mai parlare in modo adeguato degli esseri umani come oggetti sessuali, perché nel momento nel quale la persona è un oggetto sessuale, il discorso non riguarda più la persona. Senza un adeguato concetto della Umwelt l’amore si svuota di vitalità, e senza l’Eigenwelt manca di potere e di capacità di essere produttivo l’amore presuppone che uno sia diventato il “vero individuo” e “il vero solitario”, colui che “ha afferrato il profondo segreto che anche nell’amare un’altra persona è necessario essere sufficienti a se stessi”

Eventi e stati interni di pericolo provocano irrigidimenti, interruzioni, distorsioni della consapevolezza. Pericoli soggettivi non affrontati diventano occasione di chiusura, irrigidimento e interazioni non autentiche. La patologia deriva dal sostituire l’esperienza libera, e relativa simbolizzazione completa e immediata dei processi psicologici, con stati interni e comportamenti controllati, esagerati o scarsamente percepiti.

Le caratteristiche del processo terapeutico e il ruolo del terapeuta

Nelle psicoterapie umanistiche il cambiamento si fonda principalmente sulle nuove esperienze nel rapporto con il terapeuta. Le nuove interazioni, con il terapeuta e con altre persone, portano all’ampliamento di molti aspetti dell’esperienza, ad essere se stessi nelle situazioni interpersonali. Secondo Rogers sono tre le condizioni necessarie e sufficienti per il cambiamento e la crescita psicologica: rispetto incondizionato, rapporto cordiale e empatia profonda. Le tre variabili relazionali sono trasmesse al paziente attraverso la comunicazione accurata al paziente dei sentimenti latenti o non simbolizzati; per ottenere ciò è importante un atteggiamento congruente da parte del terapeuta in modo che colga il paziente così come è e rimanga aperto, senza distrazioni verso altre attività. Attraverso tale processo relazionale il paziente abbassa l’ansia e l’incertezza, e può esplorare nel presente i processi affettivi, sensoriali e cognitivi che prima erano stati distorti o non simbolizzati. In questo modo il paziente riesce a abbandonare la facciata costruita condizionatamente nei rapporti sociali precedenti.

Nelle psicoterapie umanistiche il ruolo del terapeuta ha notevoli striature educative nel senso che il paziente viene coinvolto in un processo di apprendimento intrapsichico. Il paziente è responsabile del processo esplorativo e il terapeuta ha essenzialmente il ruolo di consulente e facilitatore del processo. Il terapeuta non ha maggiori informazioni di quante ne abbia il paziente rispetto alla sua esperienza, pertanto l’interpretazione ha poco spazio come intervento di esperto. Egli può condividere con il paziente la propria esperienza e suggerire esperimenti che facilitano l’esplorazione e la presa di coscienza di ciò che si sta attuando nel presente. Il paziente, presa consapevolezza di ciò che è e dei desideri, viene stimolato a cogliere le tendenze di azione e a cogliere il contesto dell’azione e ad attivarsi progettualmente. Il successo della terapia dipende dalla natura dell’incontro: l’incontro con un terapeuta congruente, che rispetta incondizionatamente e si rapporta in modo empatico. Tale relazione permette al paziente di sciogliere i nodi che lo legano ad un ambiente con il quale si è compromesso a scapito della propria creatività e realizzazione.

 

 

 

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